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Luglio 2017

5,00

Tutti pensano che il primo numero di una rivista sia il più difficile: c’è da costruire la grafica, scegliere i caratteri da usare, pensare la filosofia del giornale, trovare i collaboratori, scegliere la carta, la tipografia, l’allestimento. Bisogna costruire e poi cambiare, limare, perfezionare, cancellare tutto e poi ripartire dal punto iniziale. Ci si appassiona, si discute (con Gianpiero Bertea, l’art director, ogni volta si fanno almeno un paio di litigate serie, di quelle un po’ isteriche), ci si confronta, si prendono decisioni.

Poi il giornale esce e stai lì, come un bambino, a chiederti: piacerà? Ci saranno degli errori? Avremo fatto le scelte giuste? Tutte domande che, piano piano, ricevono risposte, tante risposte. Ti accorgi che a qualcuno è piaciuto, qualcuno ne ha apprezzato gli articoli, altri la grafica, c’è chi ti fa i complimenti e chi invece no. Ma va bene così. Un giornale deve far parlare, deve lanciare delle idee, deve scoprire sensazioni. Personalmente credo che basti una sola frase messa giù bene, una solo foto impossibile da dimenticare, per giustificare tutto il lavoro fatto per mesi e mesi, alle volte anni.

Ora siamo al secondo numero. La strada è ancora in salita. Forse anche anche più in salita del primo, perché arriva dopo un lavoro che ha riscosso tanti consensi. Però il risultato c’è: stiamo tirando fuori i muscoli, un po’ come accade all’orologeria oggi… e tutto questo ci da un’enorme carica.

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