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Rivista Sci
Aprile 2018
edizione digitale

3,00

On line e in edicola il numero di aprile 2018 della Rivista Sci

L’articolo di Massimo Di Marco che vi consiglio di non perdere su questo numero di Sci, sul duello a distanza tra la Vonn e Stenmark, sfida di cui si sta parlando molto negli ultimi tempi, mi dà lo spunto per dedicare a Ingemar l’editoriale.

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On line e in edicola il numero di aprile 2018 della Rivista Sci

L’articolo di Massimo Di Marco che vi consiglio di non perdere su questo numero di Sci, sul duello a distanza tra la Vonn e Stenmark, sfida di cui si sta parlando molto negli ultimi tempi, mi dà lo spunto per dedicare a Ingemar l’editoriale.

Non a caso, lo scrivo oggi, 18 marzo, giorno del suo 62° compleanno, anche se voi lo leggerete più in là. Ricordare le gesta dello svedese a chi l’ha seguito in diretta, durante la sua epopea, sarebbe lavoro sprecato, perché ogni sua curva è rimasta indelebilmente impressa nella memoria di chi ha avuto il privilegio di vederlo sciare!

Così come sarebbe riduttivo raccontare le sue imprese ai ragazzi di oggi che, forse, l’hanno sentito solo nominare: non basterebbe un libro, altro che una paginetta!

E allora vi racconterò qualcos’altro del mio amico Stenmark, il più grande sciatore di sempre, con il quale ho avuto l’onore di sciare in tutte le gare cui ho partecipato in 12 anni di coppa del mondo, anzi 11, perché una stagione la saltai per un gravissimo incidente d’arma da fuoco.

Siamo nati 4 giorni uno dall’altro, ma lo vidi sciare per la prima volta ai campionati europei iuniores, in Cecoslovacchia: vinse il gigante, però cadde in slalom, così vinsi io.

Non avevamo ancora 18 anni, ma subito dopo fu convocato ai campionati del mondo di St. Moritz, catapultato in mezzo a fuoriclasse del calibro di Thoeni e Gros.

Arrivò 9° in gigante, iniziando così la sua ineguagliabile carriera.

Erano i tempi della Valanga azzurra e, per me, era già fantastico trovare posto in coppa europa, mentre per lui, in una squadretta come quella svedese, fu automatico approdare direttamente alla fase conclusiva di quella coppa del mondo, nel 1974.

Increduli, i grandi lo guardavano con stupore: aveva solo un paio di sci Elan di 2 metri e 5 centimetri che si limava in partenza, senza skiman.

Era il suo unico paio di sci, che doveva usare in gigante e in slalom, allenamenti compresi, eppure, partendo nelle retrovie, riusciva ad entrare nei 5 in mezzo alle buche e ai sassi, salendo anche sul podio.

Quel ragazzino dal viso d’angelo, zeppo di efelidi e accerchiato da boccoli biondi, aveva un talento mai visto!

Potete immaginare la mia gioia quando riuscii a batterlo nel prologo di Stubai, nella stagione successiva, in Austria, gigante non valido per la coppa del mondo, dove ogni anno erano presenti i migliori sciatori del pianeta.

Ma l’appuntamento con la vittoria non tardò ad arrivare quando, pochi giorni dopo, vinse la prima di 86 gare di coppa sul Canalone Miramonti di Madonna di Campiglio.

Ero all’esordio in slalom, convocato da Mario Cotelli, che volle gettarmi nella mischia, dandomi l’opportunità di finirgli sulle code e farmi fotografare abbracciato a lui e al grande Fausto Radici sul podio.

Siamo sempre stati amici e ancora oggi, immancabilmente, ci facciamo gli auguri il 14 e il 18 marzo.

Sulla mia pagina FB, ho pubblicato il video che mi ha mandato facendo fondo per festeggiare le 62 primavere di un atleta che l’anno scorso ha shoccato lo sport mondiale facendo un salto in alto di un metro e 30 da fermo: decine di migliaia di persone gli hanno voluto fare gli auguri testimoniandogli un affetto e una stima che l’hanno commosso!

Ma torniamo indietro nel tempo.

Faceva il tifo per me, dichiarandolo alla stampa e sono certo che, se avesse potuto, avrebbe ceduto volentieri al suo amico Paolo, che non vinceva mai, una delle sua vittorie.

Mi divertivo talmente a vederlo sciare che, ogni volta che partivo dopo di lui ( il primo gruppo era di 15 ) , scendevo una decina di porte sotto la partenza per vederlo danzare tra i pali, con quella leggerezza che lo faceva volare come una piuma anche sul ghiaccio vivo.

Non c’era la barra per iniettare l’acqua in profondità, così si usavano gli idranti che, spesso, a seconda del freddo, trasformavano le piste in patinoire dove non si sapeva a che santo rivolgersi per aggrapparsi alle vertigini.

In gigante sciava come se avesse i carver, eppure scendeva su due pezzi legno più simili ad assi che agli sci di oggi.

Con quel vantaggio enorme, conferitogli dalla sua impareggiabile classe stampatagli nel DNA da madre natura, a cavallo di 3 stagioni vinse 16 giganti consecutivi: quando sostengo in tv che Ingemar è stato il più forte sciatore della storia, non me lo invento, credetemi e…. non intendo nemmeno discutere con chi non la pensi allo stesso modo!

Dopo lo sci, ci siamo incrociati più volte grazie al golf, in occasione di eventi con campioni di vari sport, anche in Italia, per la precisione a Fiuggi.

Sui green, considerando che gioco da quando sono nato e sono 1 di Hcp. , vi confesso che mi faceva un certo effetto e mi arrecava qualche imbarazzo vedere il mio idolo pendere dalle mie labbra per una dritta.

Una volta, invece, giocammo a Stoccolma insieme a Bill Clinton, ovviamente già ex presidente degli Stati Uniti, blindati in un circolo vicino alla capitale svedese dove dovemmo giocare con imponenti misure di sicurezza.

All’aeroporto venne Ingemar a prendere me e Piero Gros, altro golfista incallito e, in macchina, con un velo di tristezza negli occhi, ci disse di essersi lasciato con l’inseparabile fidanzata.

Cose che capitano, direte voi, ma a farci sobbalzare sul sedile della macchina fu il suo beau geste di regalarle una specie di castello con decine di stanze che aveva comprato anni prima e per il quale, sapendo che mi diletto in decorazioni ( in parole povere adoro fare l’imbianchino ) , mi aveva chiesto consigli sulle vernici.

Quella casa immensa era il sogno della sua vita, eppure non esitò a donarla a lei, dimostrando una generosità fuori dal comune.

Ricordo ancora le sue parole: sono solo cose materiali! In coppa del mondo, invece, non l’ho quasi mai incontrato nei miei 30 anni di frequentazione giornalistica.

Una delle rarissime volte fu ai mondiali di St. Moritz, nel 2003, quando ci ritagliammo, esclusivamente per noi, un’intera giornata di sci in cui impazzii a sciargli sulle code.

Come ci divertimmo e che curve tirava con i carver, ormai sulla scena da qualche stagione: non l’avevo mai visto esibirsi in pieghe motociclistiche e non osai immaginare cosa avrebbe potuto fare uno come lui con gli sci moderni.

Ne parlammo la sera a cena, a Celerina, a casa di un mio amico, tra un bicchiere e l’altro di buon vino che Ingemar certo non disdegna.

Gli chiesi perché non veniva mai in coppa del mondo, sarebbe stato bello sciare di nuovo insieme, liberi e spensierati.

La sua risposta mi lasciò di stucco.

Non poteva tornare nelle località dove aveva corso e vinto così tanto perché gli veniva l’ansia, provando un’angoscia quasi insopportabile.

Sembrava di ghiaccio… era un uomo.