Share this product

Dicembre 2017
edizione digitale

2,00

In ricordo di David

Non sarà una stagione come le altre… La tragedia di David Poisson ha colpito al cuore il nostro piccolo mondo, la grande famiglia dello sci. Il discesista francese, medaglia di bronzo ai mondiali di Schladming nel 2013, si è schiantato contro un albero durante una sessione di prove di discesa sulla pista canadese di Nakiska, il 13 novembre scorso.

COD: SCI 61_335 Categoria: Tag:

In ricordo di David

Il dramma di Poisson, il problema sicurezza e quell’irreprimibile voce che rimbomba nel cuore di ogni discesista

Non sarà una stagione come le altre… La tragedia di David Poisson ha colpito al cuore il nostro piccolo mondo, la grande famiglia dello sci.

Il discesista francese, medaglia di bronzo ai mondiali di Schladming nel 2013, si è schiantato contro un albero durante una sessione di prove di discesa sulla pista canadese di Nakiska, il 13 novembre scorso.

Non ci sono video della disgrazia, solo il racconto di qualche testimone e del suo allenatore, l’italiano Erik Seletto, il primo a soccorrerlo. Meglio così: l’immaginazione è un’ ovatta che ci concede la speranza o l’illusione che sia volato in cielo senza accorgersene!

Perso uno sci e rimasto in bilico sull’altro, David è rimbalzato in una lieve compressione, volando oltre le reti di protezione disposte a filari, non ancorate al terreno.

La scomparsa di questo ragazzo di 35 anni deve far riflettere una volta di più sulla sicurezza: se vogliamo valutarla davvero, non possiamo trincerarci nell’oggettiva e intrinseca pericolosità dello sport in questione.

Ne parlerò qualche pagina più in là. In queste righe, invece, vorrei soffermarmi sullo spirito che spinge questi ragazzi a sfidare la sorte a velocità folli, senza un abitacolo o una moto cui aggrapparsi, vincolati al manto, che li proietta come missili in curve mozzafiato, soltanto dal filo di una lamina.

David aveva una moglie e un bambino piccolo ad aspettarlo a casa: un mese fa gli aveva fatto fare un casco su misura perché avrebbe voluto metterlo già sugli sci! Ma aveva deciso di sciare ancora una stagione, perché i risultati della precedente non erano stati entusiasmanti.

David non aveva mai avuto il talento dei grandi campioni, ma si era sempre battuto con i migliori. Sciava con uno stile scomposto, sempre all’attacco, come un gladiatore delle nevi e, a forza di lanciare e rilanciare l’anima oltre il cancelletto di partenza, due anni fa era riuscito finalmente a salire sul podio di coppa del mondo, a Santa Caterina, sulla Deborah Compagnoni, davanti a Innerhofer che aveva fatto mezza discesa con un palo di una porta conficcato nella schiena.

Salendo su quel piedistallo, David si era tolto dallo stomaco il peso della medaglia iridata del 2013, alloro che, senza conferme, avrebbe pur sempre avuto il sapore della casualità. Purtroppo, un destino crudele ha interrotto brutalmente la sua corsa quel maledetto 13 novembre, in una prova come tantissime altre, quando l’arrivo, finanche il traguardo metaforicamente esteso alla sua lunga carriera, era ormai vicino.

I suoi compagni di squadra, affranti e scioccati, hanno deciso di partecipare alla prima gara di discesa della stagione, in programma a Lake Louise, sempre in Canada, per sfrecciare nel suo ricordo, confortati da un toccante messaggio della madre. Così sono i discesisti, consapevoli del pericolo ma, in fondo, indissolubilmente ancorati ad una sorta di imprinting che è, semplicemente, la loro vita oltre i 100 orari.

Ai miei tempi, da ragazzi tutti facevano discesa, anche gli slalomisti come me o Pierino Gros. Non era il mio pane, non ero scorrevole, me la cavavo solo sul ripido e sul ghiaccio, ma quanta paura! Non c’erano protezioni, solo qualche balla di paglia qua e là piazzata sui larici o i pini più vicini: rischiavamo la vita ogni volta! A 18 anni, dopo gli europei iuniores, con un gran sospiro di sollievo mi liberai per sempre del casco e chiusi con la velocità, dedicandomi a tempo pieno alla mia materia, cioè ai pali degli slalom.

Ma chi aveva nel DNA lo spirito del discesista non vedeva l’ora di rimettersi alla prova, sfidando shuss e salti mozzafiato per inseguire e ascoltare quella voce dentro di sé che non trovava pace se non volando sulla neve, aggrappato a due assi sotto i piedi.

Non ho fatto il discesista ma, sin da bambino, quando sognavo ad occhi aperti le imprese di Karl Schranz e Jean Claude Killy, i miti degli anni ’60, sono sempre stato affascinato dalla discesa, la regina dello sci. Quando papà mi portava a fare Rio Nero, a Sestriere, un fuoripista di quasi dieci chilometri che dal Fraiteve scende sino alla strada tra Ulzio e Cesana, immaginavo le gesta di Zeno Colò che, su quei pendii immacolati e senza porte direzionali, batteva tutti studiando la traccia più veloce e diretta, infilandosi nei boschi come un invasato. Eroismi.

I discesisti mi hanno sempre colpito per il loro coraggio e credo che in TV le emozioni che mi trasmettono nel commentarli si percepisca, a partire dal più grande di sempre, l’austriaco Franz Klammer, dominatore negli anni ’70 e ’80. Le piste erano ondulate e gli sci fremevano in sussulti continui: stargli sopra e guidarli era incredibilmente difficile! E quando si cadeva si poteva finire anche in un fienile di legno, come successe, sulla Planai di Schladming, a più di un italiano, all’epoca della Valanga azzurra, per fortuna e miracolosamente senza gravi conseguenze. Da allora, però, di acqua sotto i ponti ne è scorsa parecchia e i tempi sono cambiati.

Diceva un grande discesista del passato come lo svizzero Bernard Russi, campione del mondo nel ’70 in Val Gardena e medaglia d’oro alle olimpiadi di Sapporo del ’72, che in discesa la prima regola è non cadere.

Non a caso: mettere il sedere per terra vuol dire, con molte probabilità, farsi male. Principio di assoluto buon senso e valido ancora oggi.

Ma, se permettete, nel 2017, non si può decollare fuori pista e morire contro un albero!