Chiedimi se sono felice: intervista a Silvia Bertagna

Francesco Lovati by

Datemi un paio di sci e sarò felice. Quello di Silvia Bertagna con il freestyle è un amore sbocciato in età già relativamente matura e che non finisce.

Tra successi, qualche delusione e gli infortuni, che pesano, ma fanno crescere e aiutano ad affrontare salti da brivido ed evoluzioni impensabili ai più con la giusta tranquillità e maturità. La 32 enne gardenese vanta una Coppa del mondo di big air conquistata nel 2018: la vittoria più grande al termine della stagione che ha visto anche la delusione più grossa della sua carriera, la mancata convocazione per le olimpiadi di Pyeongchang. Silvia è una ragazza dal sorriso contagioso, che esplode regolarmente sotto l’ampia lente della sua maschera Smith, brand di cui è testimonial. Vive a Ortisei dove, quando non ha gli sci ai piedi, aiuta la mamma nel suo negozio di abbigliamento.

Silvia, come è andata la stagione?

Bene, bene… sono tutta intera, il che è già un passo avanti, una stagione buona, molto costante, sono stata sempre nelle 10. Forse è mancato un picco nei risultati ma in generale non posso che essere soddisfatta.

Il freestyle è uno sport estremo, qual è il tuo rapporto con la paura e con il rischio?

Non parlerei di paura, in park ho coscienza dei rischi che affronto e il rispetto per quello che sto facendo. Si sa che questo può essere uno sport pericoloso e che ci si può fare male, ma se uno ha paura … sta a casa. Il rischio negli anni lo si impara a gestire, si capisce quale è il momento in cui vale la pena forzare un po’ e al contrario quando è meglio state tranquilli.

E’ un aspetto che si allena?

E’ una cosa che si impara con l’esperienza, quando hai 15 anni ti butti e come va va, con gli anni – e dopo gli infortuni – inizi a pensarci un attimo in più il che è un bene da un lato e un male dall’altro.

In che senso?

Se rischi di meno sei più sicura di non farti male, ma dall’altro rischiare, provare a fare qualcosa in più ti porta a progredire. Come in molti aspetti della vita, il segreto è trovare un equilibrio.

Come si vive questo sport a 18 anni e a 30 anni?

Sono due situazioni molto diverse, a 18 anni, anzi a 15 perché in Coppa del mondo a quell’età ci sono ragazzi già fortissimi, si osa di più. Proprio per questo i giovanissimi sbagliano tanto ma quando gli va bene fanno il grande risultato. Poi bisogna vedere se riescono ad andare avanti con quel ritmo. Con l’età e dopo gli infortuni si impara, come detto, a gestirsi maggiormente.

  • Silvia Bretagna, foto Alice Russolo

  • Silvia Bretagna, foto Alice Russolo

  • Silvia Bretagna, foto Alice Russolo

  • Silvia Bretagna, foto Franz Perini

  • Silvia Bretagna, foto Franz Perini

  • Silvia Bretagna, foto Alice Russolo

  • Silvia Bretagna, foto Franz Perini

  • Silvia Bretagna, foto Franz Perini

  • Silvia Bretagna, foto Alice Russolo

Come è messo il movimento freesyle in Italia?

Direi bene, ci sono ottime strutture, come lo snowpark dell’Alpe di Siusi dove mi alleno ma potrei fare tanti altri esempi, e un movimento frizzante. Tante scuole e sci club hanno programmi e corsi per chi vuole fare freestyle. C’è un bel fermento e ho notato tanti ragazzi con talento, speriamo che possano emergere.

Tu come hai iniziato?

Io ho una storia particolare: ho fatto pattinaggio per tanti anni, ho iniziato a fare freestyle che già avevo 16/17 anni. Ovviamente ho sempre sciato, perché in Val Gardena è una cosa normale. Dopo aver appeso i pattini al chiodo mi sono trovata con tanto tempo libero… sciando con gli amici vedevo tanti ragazzi che provavamo salti, trick… quando vedo qualcosa che mi attira voglio subito provarci e riuscirci… da lì è nato tutto. Il pattinaggio mi ha aiutato, avevo già una certa padronanza delle rotazioni e del controllo del corpo in aria, quindi è stato un approccio abbastanza spontaneo. Da quel momento ho iniziato a fare le prime gare qui in Alto Adige e in Austria, fino a quando nel 2013 ho deciso di mettermi alla prova in Coppa del mondo per cercare di qualificarmi alle olimpiadi.

Sochi 2014, obiettivo centrato, a Pyeongchang le cose son invece andate diversamente…

Non sono stata convocata, una grandissima delusione. Inizialmente non mi ero qualificata, poi viste alcune rinunce ho avuto la possibilità di partecipare ai Giochi ma la Federazione ha deciso di non mandarmi. Ad oggi nessuno mi ha ancora spiegato il perché.

La tua più grande soddisfazione?

Sicuramente la vittoria della Coppa del mondo di Big Air del 2018, avvenuta proprio dopo le mancate Olimpiadi, una bella vittoria e una bella rivincita. In realtà ogni gara che va bene è una soddisfazione, ti fa capire che tutti gli sforzi compiuti portano a qualcosa, dà un senso a tanto lavoro.

Come si allena un freeskier?
Oramai è uno sport olimpico, quindi anche qui i programmi sono estremamente seri e impegnativi. C’è tutta una parte di forza e fisicità in palestra, poi tanta acrobatica sui tappeti elastici, i materassi ad aria con cui anche in estate puoi allenarti con gli sci ai piedi e in sicurezza… E poi si cerca di sciare il più possibile.

Quest’estate?

Mi riposo per tutto maggio, da giugno riparto con la preparazione fisica e poi sui ghiacciai, a luglio sarò a Les 2 Alpes e in agosto a Saas Fee, infine tutti in Nuova Zelanda per la prima gara, se sarà confermata.

Gli obiettivi per il futuro?

Ho deciso di fare un’altra stagione perché l’ultima è stata positiva, mi sono sentita bene e, soprattutto, sento di potermi migliorare ancora, il prossimo anno non ci saranno né mondiali né qualifiche olimpiche, quindi l’obiettivo è riprendermi la “mia” Coppa del mondo!

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