L’arte del genitore, il futuro nelle loro mani

Vanessa Costa by

 

Lo sport è un contesto protetto nel quale bambini e adolescenti possono apprendere valori, competenze, abilità e strategie utili ad incrementare le proprie prestazioni.

Qui vengono incoraggiati ad assumersi le proprie responsabilità, vengono resi protagonisti dei propri miglioramenti ed imparano ad interpretare errori e fallimenti come parte del processo di apprendimento.

Lo sport permette quindi ai giovani di crescere in un ambiente protetto e di comprendere chi siano come persone, incrementando il rispetto di sé, la propria autostima ed auto-efficacia e di sentirsi liberi di gestirsi in autonomia.

In questo contesto i genitori, che rappresentano dei modelli e dei punti di riferimento fondamentali per i loro figli, hanno un ruolo cruciale nell’influenzare i loro vissuti relativi alle esperienze di successo o di fallimento che sperimentano sul campo, con delle ripercussioni importanti sul loro futuro come individui e come atleti.

Al fine di gestire al meglio questo delicato rapporto possiamo individuare tre elementi fondamentali: una definizione chiara dei confini tra genitori e figli, una netta separazione tra la persona/atleta e le azioni svolte ed una crescente consapevolezza, da parte del genitore, delle proprie modalità quando assiste il figlio in campo.

Tutti i genitori si identificano con i propri figlie desiderano che riescano ad esprimere la propria migliore performance anche per poter, almeno in parte, gioire attraverso di loro, tuttavia se questa identificazione diventa eccessiva può portare i genitori a leggere il proprio valore in funzione dei successi o dei fallimenti dei figli.

Per questa ragione è bene che il genitore monitori costantemente il confine che separa la propria immagine di sé, i propri desideri, obiettivi e speranze da quelle del figlio, evitando di riporre in lui attese inevitabilmente destinate al fallimento.

La competizione è il luogo nel quale i giovani atleti possono imparare a padroneggiare la sfida autonomamente, ad esprimersi liberamente, ad accrescere la propria self-confidence ed a farsi carico delle responsabilità, quindi genitori capaci di lasciarli liberi dalle proprie identificazioni eccessive, pur supportandoli costantemente, avranno un impatto fondamentale sullo sviluppo delle abilità necessarie a performare al meglio.

Per fare ciò è necessario che il genitore sappia riconoscere l’individualità unica del proprio figlio, con le sue caratteristiche e peculiarità (abbandonando l’idea che debba diventare “il nuovo Tiger”) e le sue motivazioni personali (spesso diverse da quelle del genitore), senza darle per scontate ed evitando di riporre nel figlio i propri desideri di realizzazione.

Il secondo punto ha a che fare con il fatto che i giovani atleti spesso tendono a misurare il proprio valore sulla base dei risultati che ottengono.

In questo contesto il genitore ha un ruolo cruciale nell’aiutare il figlio a pensare che ciò che è come essere umano è molto più importante e prezioso di ciò che può significare una vittoria, una sconfitta, il piazzamento nel ranking o sollevare un trofeo.

Deve insegnargli a separare la performance dall’autostima, dimostrandogli costantemente con i fatti che ciò che è non si riduce a ciò che fa.

L’utilizzo di domande aperte (Come ti sei sentito? Cos’hai osservato? Di cosa sei soddisfatto? Cosa può andare meglio? Come puoi farlo?) capaci di trasmettere l’idea che si sia realmente interessati all’esperienza che hanno vissuto, e non alla valutazione della loro prestazione, è un ottimo modo per entrare in quest’ottica.

Nelle competizioni ci saranno sempre dei momenti buoni e dei momenti meno buoni, è naturale, ma chi non è in grado di mantenere una buona autostima a prescindere dal risultato rischierà più facilmente di veder crollare la propria motivazione, non riuscendo a mantenere dei livelli prestativi elevati.

Infine, il tema spesso più delicato per un genitore riguarda l’essere spettatore delle prestazioni del proprio figlio.

I giovani atleti sono molto sensibili allo stato ed al comportamento dei loro genitori, soprattutto quando la gara li attiva emotivamente, quindi è molto utile che gli adulti di riferimento imparino a prendere consapevolezza della differenza tra la postura ed il body language che assumono quando i loro figli vincono o quando perdono, in quanto essi finiscono inevitabilmente per trasmettere dei messaggi al ragazzo mentre gioca.

La cosa migliore da fare è costruire con lui un codice relativo a come vorrebbe che il genitore si comportasse in campo, sia se gli fa da caddie, sia se lo segue da lontano (quali atteggiamenti quando sta giocando bene o male, come sostenerlo, come motivarlo, come aiutarlo in situazioni di difficoltà), in modo da evitargli il dispendio di energie mentali che gli provoca il “leggergli nella mente” e da creare con lui delle strategie efficaci di gestione delle difficoltà.

Se poi le cose non dovessero andare secondo le attese è bene ricordare che l’unica cosa che il giovane atleta si aspetta dal proprio genitore è che lo possa ascoltare, comprendere empaticamente e che gli possa riconoscere l’impegno profuso (“so che è dura…sono dispiaciuto anch’io ma hai fatto del tuo meglio e sono orgoglioso di te!”), senza dargli inutili consigli su ciò che dovrebbe fare per allenarsi meglio o su come avrebbe dovuto gestire alcune situazioni critiche.

Spesso lui sa già tutto questo ed è circondato da persone esperte con cui poter lavorare per migliorare le sue prestazioni, non è questo ciò che ha bisogno di sentirsi dire da voi.

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