Un altro coach nello staff

Francesco Molinari by

Con un po’ di ritardo per una brutta influenza, come ormai tutti avrete saputo, la mia stagione è finalmente ripartita. E devo dire che in Messico (vero debutto di stagione, perché il Tournament of Champions svoltosi alle Hawaii subito dopo Capodanno è stato un po’ per tutti una mezza vacanza) è andata anche meglio di quanto pensassi. Sensazioni ottime e risultato finale buono: 17° per cominciare e, con quel field stellare, non è niente male. Anche le statistiche sono state positive più del previsto. Naturalmente ci sono alcune cose da sistemare in questo avvio di stagione. In particolare, sull’insidioso campo di Chapultepec il drive non è andato al meglio. Ma c’è da considerare, anche, che ho cambiato completamente attrezzatura (con un contratto in esclusiva ormai alle viste) e quindi c’è da mettere a punto il fitting passo dopo passo. Naturalmente avevo fatto molti test a Londra ma in Messico ci siamo trovati in una situazione completamente diversa. Per l’altura, da 190 metri tiravo un ferro 7, dai 150 un wedge.

So benissimo che questo, per me, sarà un anno diverso dagli altri. I grandi risultati del 2018 mi hanno spinto sotto i riflettori e adesso mi aspettano un po’ tutti. Devo essere bravo a non farmi condizionare dalle aspettative esterne e concentrarmi sui continui miglioramenti del lavoro per perfezionare ancor più il mio gioco. Per questo ho aggiunto un’altra figura al mio staff: è James Ridyard, coach inglese specializzato nel gioco corto, col quale ho cominciato a lavorare. Non posso più trascurare alcun dettaglio: Ridyard (molto noto in campo internazionale) si affianca così a Denis Pugh per lo swing, Phil Kenyon per il putt, Dave Alred per la prestazione. Sto dedicando la massima cura a ogni aspetto del gioco. Il mio vero obiettivo è registrare miglioramenti complessivi, senza pensare troppo ai risultati. Se a fine anno potrò dire di aver giocato meglio, mi riterrò comunque soddisfatto anche se, nel frattempo, non dovessero essere arrivati risultati straordinari. Ci sono anche gli altri, no? Io punto a giocare molto bene; poi, se ci sarà stato qualcuno più bravo, chapeau.

Per questo ho svolto un’intensa preparazione fisica di fondo durante la pausa. E mi ha fatto molto piacere ricevere la visita di Sandro Donati, uno dei più esperti allenatori di atletica leggera al mondo. Ci siamo conosciuti un paio di anni fa: lui è coinvolto anche nella preparazione olimpica e ormai i Giochi di Tokyo si avvicinano. Ha seguito per un paio di giorni il mio lavoro atletico e quello in campo con Pugh: ne ha tratto spunto per qualche indicazione molto interessante.

Come saprete, quest’anno i calendari sono stati rivoluzionati. Bisogna cercare di entrare in forma subito perché c’è un’alta concentrazione di gare importanti prima e dopo il Masters, con il PGA Championship anticipato a metà maggio. In un attimo ti ritrovi a fare i conti con i primi due Major di stagione e intanto hai già giocato il Palmer Invitational, il The Players e un paio di tappe del WGC.

In tutto questo ci siamo trovati ad affrontare i problemi creati dalle nuove Regole che hanno già fatto vittime illustri: Haotong Li è stato penalizzato perché, secondo i giudici, il suo caddie era rimasto per un attimo dietro di lui al momento di allinearsi per il putt; Rickie Fowler per aver droppato una palla da altezza spalle (come se fosse un vantaggio) e non dalla linea delle ginocchia, accorgendosene solo dopo aver effettuato il colpo. Francamente s’è creato quasi un clima da caccia alle streghe. C’è un po’ di scontento e la sensazione che le novità siano pensate soprattutto per i dilettanti. Comunque, quanto a me, non mi vedrete mai puttare con l’asta dentro, se non da grandi distanze. Gioco così da trent’anni, perché cambiare?

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 299 – marzo 2019

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