Tiger, la redenzione in giacca verde #TheMasters

Massimo De Luca by

Augusta, 14 aprile

Quella giacca non è una giacca. Verde, non bellissima a dirla tutta, è però un segno di consacrazione e, stavolta, in questo particolarissimo caso, un simbolo di redenzione. La quinta di quelle giacche che Tiger Woods da oggi allinea nell’armadio è forse per lui la più preziosa, di certo la più sospirata. Perché, abituato a far strage di avversari e di record proprio da qui, dal Masters ‘97, quando aveva appena 21 anni, non aveva mai dovuto penare troppo per collezionare vittorie e trofei, i più prestigiosi. Ma quella vincente reazione a catena si era interrotta 14 anni fa, per quanto riguarda il Masters, e 11 anni fa per i Major. Da allora in poi Tiger si è dovuto prima riprendere la vita, messa in crisi dal colpevole fallimento del suo matrimonio, poi il suo corpo, violato da mille bisturi. La rinascita era cominciata col ritorno alla vittoria a un paio d’ore da qua, a East Lake, Atlanta, quando, nel settembre scorso, fece suo il Tour Championship, l’ultimo atto della FedEx Cup, riservato ai 30 migliori: allora una specie di “quarto stato” costituito da una folla oceanica, invase il fairway accompagnandolo all’ultimo green (e travolgendo McIlroy che giocava con lui), in estasi per poterlo acclamare ancora una volta vincitore. Ma non era un Major, quello. Stavolta è stato il debordante popolo del Masters a sospingerlo al successo, sugellato con un tremebondo bogey sulla 72esima buca, sufficiente però a scongiurare un play off.
Riparte così la sua rincorsa a Nicklaus: 15esimo Major contro 18; la rincorsa a Sam Snead, 81 vittorie sul PGA Tour contro 82. Ma è finita la rincorsa a se stesso, alla sua anima ritrovata di vincente seriale (e soprattutto dì Major) che pareva smarrita nelle tormentate vicende personali.

Molinari: peccato, ma giù il cappello

Per indossare la quinta giacca verde, Tiger ha dovuto rincorrere per 11 buche Francesco Molinari che, ancora alla 10, aveva due colpi di vantaggio. Poi, come tante altre volte nella storia del Masters, la 12, il par 3 di 140 metri lambito dal lago, ha inscenato un piccolo dramma. Nel 2016, Spieth con un quadruplo bogey, miracolò Willett consegnandogli il Masters. Stavolta è stato Chicco a pagar dazio, spedendo in acqua il ferro 8 preferito al 9 ma non tirato al massimo. In un attimo, il vantaggio era sparito insieme alla pallina, dopo che Tiger, vista la situazione, aveva optato per un tranquillo centro green e conseguente par. Ma c’era ancora speranza, tutto sommato, data la situazione di parità. Alla 15, in realtà, il sogno della giacca verde di Francesco è definitivamente sfumato. Un drive fuori linea (non il primo, in una giornata molto diversa, quanto a precisione, da tutte e tre le precedenti), un lay up troppo lungo e un approccio alto che trova un rametto assassino capace di annegare un’altra pallina. Ancora doppio bogey, contro il birdie di Tiger e addio alle armi.
Alla fine, un quinto posto pari merito che eguaglia il Rocca del ‘97 e migliora di 14 posizioni il record personale di Francesco al Masters. Ma, naturalmente, lascia in bocca il sapore amaro del sogno svanito, dell’occasione perduta. A metà strada Masters Champion, alla fine quinto. Un risultato che avremmo sottoscritto volentieri alla vigilia; non più dopo i primi tre giorni splendidamente impeccabili. Ma questo, semplicemente, è il golf, mai uguale a se stesso da un giorno all’altro. E il Molinari della domenica, per sua stessa ammissione (oltre che per evidenza di numeri e fatti) è stato molto diverso da quello dei tre giorni precedenti. Resta però la conferma della sua nuova dimensione di grande fra i grandi, cui l’amarezza del finale non può e non deve far velo.

 

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