Sotto il campo? No, grazie – Carrellanti

Massimo De Luca by

Dopo un ventennio di parole

dedicate alle nostre neurovisioni, approssimandosi il 25 luglio, data storicamente fatale alle gestioni ventennali, sarà forse il caso di fare chiarezza. Per esempio, di stabilire davvero chi può dirsi “Carrellante” e chi no, tenendo fuori della porta della nostra venerata Confraternita chi, con il nobile giuoco del golf, intrattiene un rapporto diverso dal nostro.

 

Cominciamo. Una caratteristica

fondamentale per dirsi “Carrellante” è la consapevolezza che, nel giorno speriamo lontano in cui riporremo definitivamente ferri e sacca, potremo affermare in tutta coscienza: «Io non ho mai puttato per l’eagle». Attenzione, ho detto puttare per l’eagle, non portarsene a casa uno in qualche modo, magari imbucando un approccio da cento metri, cosa che, prima o poi, può capitare a tutti. Questa è una prima linea di demarcazione. Quando vi ritrovate con quei ragazzetti simil scratch che, magari senza nemmeno ricorrere a un legno, prendono in due i green dei par 5 (oppure a volte, che il cielo li perdoni, drivano direttamente in green nei corti par 4); o anche con qualche più maturo “one digit” che, auspice un ibrido o un fairway wood, ottiene lo stesso risultato, restate sereni, non vi scomponete. Quelli non sono veri Carrellanti, sono una razza intermedia, un anello di congiunzione, un meticciato golfistico che si colloca fra noi gioiosi (più o meno…) trascinatori di carrelli e l’esecrabile categoria dei giocatori veri.

 

I quali non sono come noi,

sono diversi. Se fanno quelle cosacce (tipo tirare un ferro 7 da 170 metri; tagliare sopra gli alberi nei dog leg; sparare dritto su 180 metri di lago guardandosi bene dal circumnavigarlo in due colpi) è un problema loro. Non sono normali. Noi, i veri Carrellanti, sappiamo la fatica di raggiungere un green, quale che sia la distanza che ce ne separa; noi sappiamo cos’è l’idrofobia, la memoria dell’acqua che ci rattrappisce lo swing anche davanti a una pozzanghera. Loro no. Noi siamo uomini consapevoli, che conoscono il mondo e le sue trappole (e i suoi bunker e i suoi rough); loro sono ignari della vita vera; con la geometria non euclidea delle loro traiettorie percorrono autostrade sgombre di traffico, sconosciute a chi, saggiamente, coltiva il rispetto dell’ostacolo: e lo evita, non lo aggredisce, scarrellando appunto a zig-zag per il campo, fino a percorrere anche 700 metri per un par 5 di 450.

 

Il vero Carrellante è soprattutto

un Uomo con la “U” maiuscola. Ovvero l’Uomo che si forgia nella sofferenza; non il semidio dal passo lieve che si muove per i campi come in un Eden prima della mela fatale. Perché dopo la mela, il Libro ammonisce l’uomo: “Ora guadagnerai il pane col sudore della fronte”. Ed è proprio quello che facciamo noi Carrellanti: ci guadagniamo il pane (o il par o qualche bogey che va sempre bene) col sudore della fronte e di tutto il resto, faticando e sacramentando, recuperando sul corto quel che perdiamo sul lungo, mentre “loro”, uomini con la “u” minuscola, quelli che prendono tutto in regulation, vanno via leggeri, ignari della vita vera. Nella quale le scorciatoie a tagliare sugli alberi non ci sono (o, se ci sono, ricadono spesso sotto il Codice penale). Per cui il Carrellante vero è rodato alla vita, gli altri no.

 

Noi che non abbiamo mai puttato

per l’eagle (né mai lo faremo) siamo Ulisse che non arriva mai a Itaca, ma intanto conosce il mondo perché “fatti non foste a vivere come bruti ecc. ecc.”. Essere un vero Carrellante vuol dire, poi, curarsi poco o nulla del lordo. Non sono Carrellanti quelli che “Oggi 75 lordo”, “Oggi più uno sul campo” o, Dio ci scampi, “Oggi uno sotto il campo”. No, amici. Il Carrellante vero abbonda nella numerazione, non è di manina corta e, soprattutto, non si augurerà mai di ritrovarsi “sotto il campo”. Perché? Perché sa benissimo che, date le sue caratteristiche di giocatore, ci sarà un solo campo sotto il quale avrà la certezza di finire, all’ombra di cipressi che, finalmente, non potranno più ostacolare le sue traiettorie. Ma, naturalmente, si augura che avvenga il più tardi possibile

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 303 – luglio 2019

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