Scirocco e i sui fratelli

Giuseppe De Filippi by

Senza vento non è golf, credo che gli scozzesi dicano così. Da noi prevale più l’idea che col vento, invece, sia tutto finito. Tra le due posizioni però c’è molto da raccontare. Il vento, intanto, ha diversi modi di manifestarsi e di farci soffrire o di farsi apprezzare. Anche sul volo della palla sembra avere effetti diversi.

Uno scirocco romano o siciliano, che diventa “bafuogno” in Campania (pochi campi da golf lì, purtroppo), o “macaja” in Liguria o “garbino” (più dalle parti del libeccio però) sull’Adriatico, non ci darà mai l’idea di influenzare così tanto l’energia dei nostri colpi. O meglio: avvolgendo tutto nella sua flaccida pervasività, farà lo stesso con un nostro drive apparentemente pure preso bene. Quel vento caldo e pastoso sembra proprio fiaccare la pallina se contrario o anche laterale e, paradosso, illanguidirla pure se favorevole. Col risultato che servono anche due o tre ferri in più avendolo in faccia, mentre non se ne trae maggiore lunghezza se soffia alle nostre spalle.

Il maestrale invece è sfacciato. È il re della Sardegna e dei suoi campi, è “il” vento da quelle parti. E non sopporta che non lo si prenda in considerazione. Pulisce l’aria, accende i colori, ravviva l’erba, e però, in tutto quell’incanto, tormenta il golfista. Ma insegna a ragionare, perché appunto non lo si può snobbare, e forse anche a giocare meglio, perché influisce anche sul controllo che, chi più chi meno, abbiamo sull’esecuzione dei colpi. Il vento avvertibile, che magari fa sbattere i pantaloni e agita le piante, è un elemento di pressione psicologica fortissimo: l’effetto più frequente è quello di cercare di levarsi d’’impaccio il prima possibile e quindi accelerare tutte le procedure, con i noti effetti negativi. Fate caso, invece, ai grandi giocatori: più c’è vento e più rallentano. Ma ci vogliono, appunto, autocontrollo e consapevolezza. Non è mai troppo tardi, comunque; quindi sentiamoci tutti pronti a sfidare, con rispetto parlando, un bel maestrale, sardo o continentale.

Andando in zona adriatica, dove il garbino fa diventare, dicono, un po’ matti, la tramontana ve lo farà invece rimpiangere, quel vento appiccicoso. Non c’è difesa e arriva fredda e davvero potente. In Puglia, ad esempio, si può avere davvero un’esperienza scozzese, con raffiche che impediscono quasi interamente i tentativi con traiettorie normali, non potentissime, da giocatore medio. Le termiche di mare e di montagna sono più amiche, costanti e ripetitive, hanno poi quell’andamento regolare anche nel flusso, danno qualche emozione ma non pretendono troppo. In fondo hanno ragione gli scozzesi: senza movimento nella parte più alta della scenografia il grande spettacolo del golf sarebbe molto più povero; invece, è proprio l’elemento invisibile a cambiare sempre le carte in tavola.

Anche la stessa temperatura dell’aria, mi dicono giocatori molto esperti, cambia la lunghezza dei colpi (più è caldo, più si fa strada), mentre è noto a tutti che in montagna (o in generale in quota) il tee-shot ci guadagna. Se il palco è il fairway e il tee è la quinta, allora vento e aria sono gli effetti speciali o, se volete, la musica. Senza di essi non ci sarebbe la rappresentazione.

Fateci caso: chi comincia un giro in campo, dopo il primo colpo (se non va tutto storto) si avvia ai primi passi con un respiro speciale, come a voler assaggiare l’aria in cui fa volare la pallina e a voler prendere possesso di quella scena magnifica. Senza brezza, vento, correnti d’aria, questo primo momento di contatto non ci sarebbe: tutto suonerebbe ripetitivo. È ciò che non si vede a rinnovare, ogni volta, l’incanto.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 299 – marzo 2019

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