Sam Snead, ritratto di una leggenda

Redazione On Line by

Mentre Tiger è a un passo dall’uguagliare il suo record di 82 vittorie, scopriamo com’era il grande campione visto da vicino

di Guy Yocom

Durante il nostro viaggio in macchina verso il Masters del 1998, Sam Snead si tenne i discorsi sul golf per ultimi. Era più interessato a parlare dei montanari che facevano parte della sua vita di tutti i giorni e che vivevano non lontano da casa sua a Hot Springs, in Virginia, riconoscibili dalle facce spigolose, dai nasi storti, dagli occhi ravvicinati e dai denti da cavallo. «Con loro non si scherza», mi confidò. Durante quel viaggio di sette ore dalla sua residenza invernale a Fort Pierce, in Florida, ad Augusta, mi rivelò che i tacchini, che catturava ogni giorno da ragazzo «andando a caccia lungo la strada per andare a scuola», hanno la vista migliore di qualsiasi altro animale. Mi raccontò di come era riuscito ad avvicinare e accarezzare i cervi a Spyglass Hill, di come una volta catturò una lince a mani nude e di come riuscì persino ad addomesticare una spigola in uno stagno della sua proprietà. Mi parlò anche di una varietà di cipolle chiamata “cipolla di primavera”, dall’odore così pungente che al personale del Greenbrier era vietato mangiarle, perché l’olezzo, trasudando dalla cute, avrebbe dato fastidio agli ospiti. Raccontò storie sulla sua famiglia. Di come sua madre, che aveva quarantasette anni quando lo diede alla luce, gli insegnò a cucinare e a cucire; e di come, grazie a lei, era in grado di confezionarsi gli abiti da solo. Raccontò la storia del suo grande zio, Big John Snead – che era alto 2,36 metri, pesava 158 chili e aveva il 54 di piede -, che durante la Guerra di Secessione alla siua vista fece fuggire per lo spavento un’intera compagnia di soldati unionisti. Alla fine, Sam arrivò all’argomento “golf” e le sue storie erano, ovviamente, di grandissimo interesse. C’era quella di come aveva fatto buca in uno con ogni bastone a eccezione del putter, incluso un ace con un ferro 3 tirando con la sinistra. C’erano i tragici dettagli delle sue cocenti delusioni agli U.S. Open (non ne vinse mai nessuno) e l’amarezza nel vedersi il totale di vittorie nel PGA Tour ridotto da 88 a 81 e poi riportato a 82. Sam aveva la tendenza a lamentarsi, ma lo faceva in un modo umano e toccante. Sottolineò come nel 1950 vinse undici tornei mentre Ben Hogan ne vinse uno. A chi andò il titolo di “Giocatore dell’Anno” del PGA Tour? A Hogan, naturalmente. Sam raccontò storie su Hogan («La gente non lo sa, ma eravamo come fratelli»), Byron Nelson e Bobby Jones e rivelò succulenti pettegolezzi su campioni di cui si sapeva poco, come Lloyd Mangrum, vincitore dello U.S. Open del 1946 e veterano decorato della Seconda Guerra Mondiale, ferito durante l’offensiva delle Ardenne. Si vociferava che Mangrum, raccontò Sam, avesse giustiziato di nascosto un gruppo di prigionieri di guerra tedeschi con il suo Thompson. «Avevano ucciso molti amici di Lloyd», spiegò Sam.

Onorario, ma perfetto

Durante quel viaggio in macchina, mentre ci stavamo avvicinando a Jacksonville, Sam venne colpito da quello che poi i medici avrebbero diagnosticato come un attacco ischemico transitorio, una sorta di ictus. Accostammo sulla corsia d’emergenza e Sam, che faticava a parlare, si sentì male. Jack, suo figlio, guidò a grande velocità verso Augusta, dove Sam venne portato in ospedale. Andai a fargli visita (mi trattarono come uno di famiglia) mentre era in convalescenza per un paio di giorni, scherzando con le infermiere e reclamando a suon di imprecazioni di essere dimesso per poter prendere parte al tee shot onorario. I dottori, stupiti dalla rapidità con cui si riprese e stupiti nello scoprire che Sam, allora ottantacinquenne, praticamente non aveva placche nelle arterie, alla fine lo lasciarono andare. Non ho mai visto nulla di simile a quello che fece Sam quel giovedì mattina. Dopo aver fatto un’infinità di top e di shank coi ferri in campo pratica, si avviò traballante al primo tee e noi trattenemmo il respiro, sperando che non mancasse la palla. Dopo una presentazione forbita, Sam, come posseduto da un angelo, tirò come se avesse di nuovo trent’anni e scagliò con forza il suo tee shot esattamente al centro della fascia centrale creata dalle macchine tosaerba sul fairway. Al tempo scrissi di come sconosciuti tra il pubblico si fossero abbracciati, di come uomini piansero davanti al miracolo di cui erano appena stati testimoni.

Storie di colpi incredibili

Con Sam ho avuto, nel corso degli anni, molte altre esperienze del genere ed è una soddisfazione vedere che ora il suo nome fa di nuovo notizia. Tiger Woods è sul punto di eguagliare il record di Sam di 82 vittorie nel PGA Tour. Tiger è a 81 e ci si aspetta che raggiunga e superi Sam, probabilmente presto. La ricerca di quel record è una delle migliori storie dell’anno, dato che l’impresa è seconda soltanto al tentativo di Woods di portare le sue vittorie nei Major da 15 a 18, per raggiungere Jack Nicklaus. È un invito a continuare a ricordare e apprezzare Sam, che per oltre sei decadi è stato una presenza vivace e costante nel panorama golfistico. Ma non si tratta soltanto dei suoi successi. Vinse sette Major e molti tornei al di fuori dei soli 82 che gli vengono riconosciuti, ed è unanimemente considerato come uno dei cinque migliori giocatori di sempre. Sono la sua personalità, il modo in cui giocava e la longevità della sua carriera che, a mio parere, lo rendono il giocatore più affascinante di sempre. Sul mio computer ci sono file pieni di racconti in prima persona di giocatori leggendari che hanno visto Sam fare dei colpi incredibili. Lee Trevino conferma che tra i milioni di colpi che ha visto quello più notevole è un drive che Sam tirò dal fairway nel 1967 in un campo vicino a Fort Lauderdale chiamato The Diplomat: «Un draw alto verso una bandiera posta sulla destra da una distanza di 200 metri, un ostacolo d’acqua sulla destra, la palla leggermente più in basso dei suoi piedi», ricorda Lee. «Ci mise molto poco: tirò e basta. E poi si comportò come se fosse qualcosa che faceva tutti i giorni». Jack Nicklaus ha più volte ammesso che da giocatore in erba, quando chiudeva gli occhi e immaginava il tipo di swing che avrebbe voluto, visualizzava quello di Sam. Jackie Burke, Gary Player, Chi Chi Rodriguez, Doug Ford, Johnny Miller, Fuzzy Zoeller, Bob Rosburg e Bob Goalby (quest’ultimo non più tardi dello scorso anno) hanno tutti raccontato storie di cose incredibili che hanno visto fare a Sam con un bastone da golf in mano. E sono tutte testimonianze offerte spontaneamente. Ho sempre considerato significativo il fatto che il mio stimato collega, lo scomparso Dan Jenkins, devoto fan di Hogan, una volta ammise: «Le settimane in cui Sam era al suo meglio mi sentivo impotente e furioso, perché sapevo che Ben non poteva batterlo. Nessuno poteva».

 

Sam e Tiger

Persino Tiger Woods si ricorda di Sam. Nel 1982, quando Tiger aveva sei anni e Sam sessantanove, giocarono un’esibizione su due buche al Soboba Springs di San Jacinto, in California. Alla prima buca, un par 3, Tiger tirò il suo tee shot nell’acqua e la sua palla era parzialmente sommersa. «La palla emergeva dall’acqua, per cui sono andato lì per giocarla», ricorda Woods. «Ma da dietro Sam mi gridò: “Cosa stai facendo?”.

[…]

(Continua la lettura su Il Mondo del Golf Today, n° 304 pag. 24)

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 304 – agosto-settembre 2019

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