Portrush, 68 anni dopo

Redazione On Line by

L’ultimo Major della stagione torna in Irlanda del Nord, tra le scogliere e i castelli de “Il Trono di Spade”, dove mancava dal 1951. Un test severissimo per tutti. Anche per chi ci è nato, come McIlroy o come il caddie di Koepka

Quando si arriva a Royal Portrush dalla Antrim Coast Road nell’Irlanda del Nord, lo spettacolo che ci si trova davanti è a metà tra una sorta di paradiso nascosto del golf e una scena tratta da Il Trono di Spade. Le rovine di Dunluce Castle, usate proprio in quella stessa serie TV come set della roccaforte dei Greyjoy, risalgono al XVI secolo e dall’alto della scogliera di Whiterocks vegliano su un villaggio costiero che era località di villeggiatura già da prima che ci si potesse arrivare in macchina. Tra quel promontorio e il castello, le dune si estendono come un mare che si prepara alla tempesta. Un luogo talmente perfetto per il golf che qui ci giocano dal 1888. Lo straordinario vecchio percorso prende il nome da Dunluce e – proprio come il castello – le sue buche sembrano animate da rinnovato vigore, minacciose e maestose, bestiali e belle, terrificanti e tentatrici. Come il castello, il campo da golf sembra quasi precipitare in mare. Il castello non si è salvato. Il links, fortunatamente, sì.

Anche se è difficile da credere, c’è stato un tempo in cui Royal Portrush, pur tenuto in grande considerazione per quasi un secolo, è caduto nell’oblio. Sorto in una terra torturata dai tre decenni di violenza del conflitto nordirlandese (passato alla storia sotto il nome di “The Troubles”), Royal Portrush non si è mai trovato al centro delle tensioni tra cattolici e protestanti, ma ne ha pagato comunque le conseguenze. Proprio a causa di quel conflitto, per molti anni l’Irlanda del Nord non è stata presa in considerazione per il British Open; è anche vero, però, che l’unico suo campo ritenuto all’altezza è sempre stato il magnifico Dunluce Links di Portrush. L’ultima volta ospitò l’Open nel 1951 e quella fu anche la sola volta, sia prima che dopo, in cui il torneo non si sia giocato in Scozia o in Inghilterra. Per decenni è stato escluso dalla rotazione; ma adesso per il Royal Portrush è giunto il momento di riaffermare il suo valore, mentre l’Irlanda del Nord è evidentemente determinata a mostrare al mondo i suoi versi, piuttosto che la sua violenza. C’è un motivo se prima dell’Open di Portrush è stato realizzato un cortometraggio in poesia degno di un premio speciale per promuovere il turismo nella regione. Il poema è un testo originale intitolato “We’ve come a Long Way” (“Abbiamo fatto molta strada”) e questi sono alcuni dei suoi versi: “There’s nowhere else quite like it, the grace of the landscape refreshes, the warmth of the people renews…” (“Nessun luogo è come questo, la grazia del paesaggio rinfranca, il calore della gente rinvigorisce…”).

 

Otto dogleg da affrontare

Royal Portrush è consapevole della sua situazione. Sono trascorsi trentatrè anni tra le ultime due volte in cui ha ospitato eventi golfistici internazionali di qualche rilevanza (l’Amateur del 1960 e poi quello del 1993) e, nel frattempo, Portrush è rimasto un po’ in disparte, senza riuscire, negli anni Ottanta, nemmeno ad aggiudicarsi un posto tra i migliori campi da golf del mondo. A quei tempi, con il green fee a più o meno 9 sterline, era raro vedere turisti (soprattutto americani) prenotare un giro. Ora che le tariffe sono aumentate di oltre venti volte, alle richieste di prenotazione non si risponde con “Quale mese?”, bensì con “Quale anno?”. Il percorso ha visto modifiche drastiche, ma azzeccate. Provate a nominare un campo in cui togliere le buche 17 e 18 si riveli un miglioramento. Eppure proprio questo è stato fatto a Royal Portrush per convincere il R&A a riportare qui l’Open. Ciò che poteva risolversi in uno stravolgimento architettonico sembra invece quel genere di adattamento a cui avrebbe potuto pensare Harry Colt, l’architetto che ha realizzato la prima riprogettazione del campo negli anni Trenta (in genere il merito va attribuito a Old Tom Morris, anche se buona parte del suo percorso originale si estendeva su un’area leggermente diversa). Sotto la guida dell’architetto Martin Ebert, di quel team Mackenzie & Ebert che offre la propria consulenza a sei dei dieci campi che attualmente ospitano l’Open, il nuovo Royal Portrush propone la stessa difficoltà del Royal Portrush che ospitò il British Open quasi sette decenni fa, quando 69 giri si conclusero con un punteggio di 80 o superiore. Onestamente, il motivo di questa che potremmo definire “impenetrabilità” è che le 16 buche rimaste, anche se allungate, sono sostanzialmente come erano allora. Ciò che rimane è un percorso fatto di angoli e di opzioni, caratterizzato da otto dogleg che svoltano in (quasi) ogni direzione. Il percorso difficile ma ben delineato, sviluppato tra punti panoramici che permettono a volte di intravedere l’isola di Islay a 25 miglia di distanza, è caratterizzato da fairway stretti e lunghi, incorniciati da dune e da un fitto rough o da un’ancor più fitta Ammophila, proprio come nel 1951, quando Max Faulkner vinse indossando pantaloni alla zuava e usando un putter di legno. «Avere l’occasione di mettere mano a un paesaggio così straordinario e a un classico Harry Colt è una responsabilità, ma anche un enorme privilegio», ammette Ebert, sottolineando come a Royal Portrush siano state cambiate, tolte e aggiunte buche più volte durante il suo primo secolo, sia nell’originale riprogettazione di Colt negli anni Trenta che negli anni precedenti l’Open del 1951. «Il più grande punto di forza del campo è la sua posizione. I bruschi dislivelli offrono l’opportunità per colpi esaltanti».

 

La scommessa di Darren Clarke

Eppure c’era un tempo in cui sembrava impensabile che questo momento sarebbe arrivato. Con l’Open del 1951 e l’Amateur del 1960, Royal Portrush aveva chiaramente dimostrato di essere in una categoria a sé, ma a lungo parve che il R&A non sarebbe mai più ritornato. Persino dopo aver ospitato il British Amateur, sei British Senior Open e aver fatto un record di vendite per l’Irish Open del 2012, l’allora dirigente del R&A Peter Dawson nell’estate di quell’anno si limitò a commentare: «Si dovrebbe lavorare molto e investire molto denaro perché Royal Portrush possa essere seriamente preso in considerazione […]. L’aspetto economico è piuttosto rilevante […]. Ci sarebbe molto lavoro da fare per portare l’Open a Portrush […]. Ci vorrà del tempo per fare una valutazione e il risultato potrebbe essere un “No”». Sfida accettata. Meno di due anni dopo, Dawson e il R&A annunciarono che nel 2019 Royal Portrush avrebbe ospitato l’Open. Cosa era cambiato? Anche se c’erano interventi drastici da fare al percorso, ciò che davvero ha portato l’Open a Portrush è stata la determinazione di alcune persone che non volevano accettare un “No” come risposta. I nordirlandesi Darren Clarke, Graeme McDowell e Rory McIlroy avevano vinto quasi un terzo dei Major dalla metà del 2010 al 2012, dando lustro al golf di casa, e Royal Portrush e i suoi sostenitori continuavano a insistere che i tempi erano maturi per un ritorno. Con Clarke alla guida, l’opera di persuasione dei giocatori (cioè il “Craic”, come la definiva Dawson, in riferimento al tipico modo di conversare dei nordirlandesi, fatto di battute e chiacchiere), è stata senza dubbio una parte del processo. Dawson ne minimizzò l’influenza, ma Clarke no. «Quando parlavo con lui, alludevo continuamente alla cosa, assicurandogli che il campo era assolutamente all’altezza», racconta Clarke. «Alla fine, mi ha dato ascolto».

 

Il merito di Wilma

La stessa determinazione era presente anche nei membri del Royal Portrush e nell’infaticabile segretaria e manager del Club, Wilma Erskine, che si assicurò che tutte le persone “giuste” fossero a conoscenza di tutte le ragioni per cui Portrush avrebbe dovuto ospitare di nuovo l’Open. «Se si pensa al passato, Royal Portrush aveva un ruolo di primo piano nel golf del Regno Unito. Dopo l’Amateur nel 1960 e l’inizio del conflitto alla fine degli anni Sessanta, siamo stati del tutto dimenticati», spiega Erskine. «Ora stiamo dicendo: “Salve! Siamo qui. Ehi, questa è l’Irlanda del Nord. In passato abbiamo avuto momenti molto difficili, ma siamo ancora qui e possiamo gestire qualsiasi cosa”». Se Erskine non è il motore che ha generato la spinta per portare l’Open a Portrush, di certo ne è la candela, l’iniettore e l’interruttore di accensione. Prima e unica donna segretario di un Royal Club, lavora da dietro le quinte a Royal Portrush dal 1984, dando voce al Club e convincendo un governo locale scontroso e gli (a volte) intrattabili enti regolatori del golf, incluso lo European Tour, a vedere le cose dal suo punto di vista. «Si tratta di capire come funziona, di capire chi devi farti amico», ammette senza arroganza ma con una buona dose di sicurezza. «All’inizio la gente mi diceva: “Stai sognando…”; ma se c’è una cosa che mi dà fastidio, è sentirmi dire che c’è qualcosa che non posso fare». L’entusiasmo di Erskine era contagioso (alcuni sono arrivati persino a definire il torneo “l’Open di Wilma”, ma lei non vuole sentirne parlare). Non si tratta solo della soddisfazione di ospitare un Open, ma di ricevere il denaro, tra cui 17 milioni di sterline (quasi 19 milioni di euro) per far fronte a tutte le complicazioni che derivano dall’ospitare un Major in una città di meno di 10.000 abitanti a oltre un’ora di macchina dalla capitale Belfast. Erskine, che è riuscita a convincere Dawson malgrado i suoi dubbi iniziali, sapeva che ne avrebbe ottenuto molto di più che un Major: sarebbe stato il più grande evento sportivo nella storia del Paese, con un impatto economico stimato di 100 milioni di sterline. I biglietti si sono venduti nel giro di pochi giorni, la prima volta in cui un Open ha fatto il tutto esaurito, persino dopo che sono stati messi a disposizione altri biglietti. Per la settimana dell’evento sono previsti oltre 215.000 spettatori. «Sono andata da chi aveva il potere di decidere e ho garantito: “Sarete voi gli eroi in questo, non io”», ricorda. L’accordo per ospitare l’Open al Royal Portrush si estende a tre edizioni entro il 2040.

 

Buca per buca, tutte le insidie

Anche se i successi nei Major dei giocatori nordirlandesi e l’impegno instancabile del team di Erskine hanno dato un contributo eccezionale, al centro di tutto sta la grandiosità del luogo. Quando Royal Portrush ospitò l’Open nel 1951, il leggendario scrittore di golf Bernard Darwin ne fu immediatamente rapito. “È davvero magnifico”, scrisse sul Times, “un monumento più duraturo di una statua. Il percorso non disdegna la spettacolarità, ma non fa affidamento sulle caratteristiche più eclatanti, quanto piuttosto sulla solidità e sulle sottigliezze della sua architettura. Tutto considerato, trovo difficile immaginare una prova di golf più mirabile”. Dal tee di partenza, la difficoltà di Royal Portrush non sta nel capire quale colpo fare, come in certi links. Piuttosto, il percorso è schietto e robusto, proprio come i drink che servono in città all’Harbour Bar, dove Clarke e McDowell hanno sempre un posto riservato e dove puoi trovare forse la miglior Guinness dell’intera regione. A Royal Portrush persino i bunker hanno uno scopo ben preciso, raramente nascosti e relativamente pochi secondo gli standard di un Open: solo 62 (il numero più basso di tutti i campi in cui si gioca l’Open, e circa 140 in meno di Royal Lytham & St. Annes). A differenza di gran parte dei campi dell’Open, Portrush ha, a intervalli regolari, dei punti sopraelevati da cui il giocatore può vedere tutte le buche che si estendono verso e dall’oceano; e, invisibile o no, la sua forza viene sempre percepita. L’effetto del mare inizia a farsi sentire in modo più evidente alla corta buca 3. Qui il tee e il green sono elevati quanto basta a farti sentire come se dovessi aggrapparti alla balaustra del Titanic (che, tra l’altro, è stato costruito proprio a Belfast). A quel punto il links si estende davanti a te con buche schiacciate tra dune, minacciose quanto i draghi de “Il Trono di Spade”. Ma sono le buche più esposte che possono rappresentare le sfide più dure, come il terribile par 4 della 4 e il “drive con capriola” della cinque, una buca da cartolina il cui green quasi si piega sul ciglio della scogliera. Sfortunatamente, il bordo posteriore di quel green non è considerato come ostacolo ma come fuori limite. Ogni curva a Royal Portrush porta a una scelta sofferta tra un approccio aggressivo, ma rischioso, e una strategia più prudente, che riduce il rischio prima che venga il momento di prendere decisioni difficili. Persino i nomi delle buche sono come pugni allo stomaco: “Giants Grave” (Tomba dei Giganti), “Calamity Corner” (Angolo della Disgrazia) e “Purgatory” (Purgatorio). «Su molte di queste buche spero che la metà dei giocatori scelga di usare il driver e che l’altra metà scelga, invece, di fare un lay up con un ferro o qualcosa di simile, solo per vederli costretti a prendere una decisione», ammette Ebert. A sostituire le vecchie 17 e 18 sono le parallele 7 e 8, ricavate dalla zona dove sorge il Valley Course dello stesso Club. Ebert le ha adattate perfettamente allo spirito che Colt aveva dato al percorso, ricreando anche il Big Nellie bunker della vecchia 17, una buca di sabbia che cattura palline come un guantone da baseball e che potrebbe sovvertire il risultato di un intero giro se il vento comincia a farsi sentire. Tornando indietro dall’altra parte c’è un dogleg che ti sfida a tagliare aggressivamente la curva; ma se il colpo risulta sotto i 265 metri, ti ritroverai a dover attivare una squadra di ricerca. Secondo Ebert, l’eliminazione delle ultime due buche ha probabilmente migliorato la parte conclusiva del percorso, dal momento che la vecchia 18 non avrebbe lasciato spazio ai grandi spalti a ferro di cavallo e i cambiamenti hanno dato al R&A la possibilità di inserire un villaggio commerciale.

 

16, 17 e 18: che Dio ti assista!

L’ultimo tratto del percorso ora comincia dalla buca più famosa (la 16, che prima era la 14). Il suo nome, “Calamity Corner”, è un eufemismo per un par 3 che può estendersi fino a 215 metri attraverso ciò che lo scrittore Bernard Darwin ha definito “terrificanti scogliere sabbiose e un precipizio verso profondità sconosciute”. In altre parole: legno 3, in salita, esposto al vento. Che Dio ti assista! Segue la 17, che potrebbe rivelarsi più semplice, ma che potrebbe anche, in tipico stile Portrush, peggiorare le cose. Anche se il nuovo tee più lontano è a 370 metri, un drive potrebbe essere un’opzione, e anche se i giocatori moderni potrebbero non apprezzare il bunker non visibile dietro la collina, Ebert ritiene che chi voglia aggiudicarsi la Claret Jug debba essere in grado di effettuare dei colpi precisi e non approssimativi. «Qui non è facile riuscire a trovare il colpo giusto», sottolinea Ebert. «Potremmo vedere del bel gioco con qualche eagle; ma anche qualche colpo disastroso». La prova dell’Open vedrà i giocatori affrontare un ultimo dogleg sui 433 metri della 18, dove la tattica giusta, e audace, porta a destreggiarsi tra ostacoli e il limite del campo, per svoltare l’angolo e vedersi comparire davanti il green (e ora anche le epiche tribune dell’Open). In un certo senso, è come svoltare quella curva al Dunluce Castle, quando tutto il campo compare in lontananza mostrando tutte le sue difficoltà. Un secolo fa, Darwin scrisse che a Portrush “La tentazione di giocare tre giri in un giorno è difficile da ignorare”, ed Ebert sostiene che la stessa cosa valga anche oggi: «C’è una componente di gioia nel giocare a Portrush; e ci sono così tanti colpi che vorresti tirare di nuovo se la prima volta non ti dovessero venir bene». Potrebbe esserci un significato nascosto in queste parole, un’allusione a seconde possibilità a lungo attese, a un’occasione mancata, sfumata, rivendicata, e capitalizzata in un modo che ha enormemente superato le aspettative e cambiato la percezione dell’Irlanda del Nord? Un’allusione a un momento di trasformazione, perfino più grande di quello portato dalle riprese de “Il Trono di Spade” nella regione e dal turismo che queste hanno generato? No, nessuna allusione. Ciò che intende Ebert è ciò che tutti intendono quando si parla di Royal Portrush: si tratta sempre e soltanto di golf.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 303 – luglio 2019

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