Per un golf più romantico

Giuseppe De Filippi by

Sono molti e diversi i modi di giocare a golf, e questa è un’altra ricchezza che caratterizza il nostro sport e forse uno dei segreti del suo successo. Ci sono i fissati dello score, del risultato, della competizione. Sono un buon numero, direi, a occhio, un discreto 30% se li limitiamo alla passione per le gare di circolo, tipicamente Stableford, individuali o in doppio. Da loro si distacca un gruppo più piccolo, i cui membri non sono troppo interessati (o forse zero interessati) alle competizioni allargate, con, poniamo, una quarantina di giocatori almeno e partenze in ordine di tempo. Quella roba lì la sentono poco, mentre diventano belve assatanate nel confronto diretto, nel match-play o anche nella più semplice partitella. Sanno giocare e si divertono quasi solo in quello schema, fatto in buona parte di psicologia, di coraggio, di strategia (anche se non si è grandi giocatori un po’ ne serve). Per loro il golf è solo partita, non potrebbero farne a meno, anche senza posta in palio o anche solo per chi paga al bar: il punto, il gusto di un colpo svanisce se non è fatto sotto pressione e se non serve a pareggiare o vincere una buca. Sono una minoranza, però, direi, sempre a occhio siamo intorno al 15% (ma si potrebbe fare un sondaggio più scientifico e in alcuni paesi questi diversi popoli golfistici sono censiti in modo abbastanza accurato perché quasi ovunque si gioca registrandosi in segreteria e consegnando comunque uno score, anche fuori gara).

Sistemati i due gruppi più combattivi, ai quali dovremmo aggiungere la piccola ma affascinante pattuglia dei golfisti agonistici veri, resta un mondo golfistico enormemente pluralistico, ricco di differenti visioni, un po’ pazzoide anche e un po’ chiuso in se stesso, a volte. Sono i giocatori che affrontano il campo senza rispettare limiti, inquadramenti, con spesso un totale distacco dalle regole, senza vincoli, si direbbe, né spaziali né temporali. Questa razza forse è maggioritaria solo dalle nostre parti e in alcuni campi, dove i frequentatori non sono in sovrannumero. Altrove il golf industrializzato impone tempi veloci, obbligo di golf cart, divieto assoluto di giocare una seconda palla se non previsto espressamente dalle regole.

Tutto giusto e tutto sensato, ma c’è qualcosa d’incantevole nel golf giocato reinventando la sfida tra giocatore e campo con regole nuove o, addirittura, diventando alleati, e non nemici, il giocatore e il campo. Un golf fatto d’indulgenza per i colpi sbagliati e quindi (se nessuno mugugna o reclama) una certa frequenza di doppi colpi dallo stesso lie; e poi libertà di provarsi nel colpo impossibile, che infatti non riesce, ma è stato divertente ogni tanto tentare invece di fare un accostino o lay-up per tirarsi fuori d’impaccio.

È un golf più romantico, con meno remunerazione in vista, senza vincitori e vinti, forse anche senza arrabbiature. Sta scomparendo, appunto, e se vi capitasse di avviarvi a un giro di questo genere abbiate cura di cedere il passo a chi eventualmente, già con qualche sguardo torvo sta sopraggiungendo alle vostre spalle. Voi salverete il vostro incanto, loro non metteranno a repentaglio l’equa distribuzione degli scontrini al bar.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 302 – giugno 2019

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