Noi, presunti stupidi

Giuseppe De Filippi by

Prima o poi capita di sentire o leggere lo spiritoso (o peggio) di turno che butta lì la vecchia battuta in cui si vuole che “per giocare a golf non occorre essere stupidi, però aiuta”.

Questa è la versione originale, di George Bernard Shaw, al quale si può perdonare tutto, intanto perché di battute feroci e memorabili ne ha prodotte a centinaia e senza riguardo per nessuno (compreso se stesso) e poi perché paga il dazio, anche in questa appena citata, di un notevole humour, che rende lo sfottò accettabile.

Non vorremmo metterci a spiegare le barzellette ma il meccanismo comico della battuta sui golfisti è centrato sul molto inglese “non occorre” e poi sul successivo “però aiuta”.

Un modo per irridere, prendendo però anche un’ironica distanza.

La versione violenta e cafona della stessa battuta (che, così, non sarebbe neanche più una battuta) diventa invece: “Per giocare a golf bisogna essere stupidi” o “Il golf è per gli stupidi”.

Queste versioni prive di humour, e quindi violente e cafone, sono quelle che in realtà vanno per la maggiore tra gli spiritosoni italiani e anche tra commentatori improvvisati di cose golfistiche che non sanno bene che dire.

Magari citano Shaw alla lettera ma, privi come sono di humour, finiscono per esprimere comunque la versione becera.

Il tutto sfidando, imprudenti, una materia molto pericolosa, come l’intelligenza e la considerazione di sé rispetto all’intelligenza che ha ciascuno di noi.

Meglio andarci piano, sarebbe un consiglio avveduto.

Meglio non sbilanciarsi sulle doti del proprio cervello (come sulla propria bravura a golf, aggiungerebbe un golfista saggio), perché poi le smentite fanno male o, peggio, rendono ridicoli.

E quindi meglio andarci piano anche nell’attribuire ad altri patenti di stupidità. E perché poi?

Il golf subisce il racconto riduzionista, la banalizzazione antipatizzante, con cui lo si rappresenta come “andare in giro per prati a dare botte a una pallina”.

Attenzione però: il riduzionismo è una trappola micidiale.

Nessuno sport se ne salverebbe.

E infatti, tra i detrattori di altre discipline fioccano le definizioni irridenti come nel caso degli “Undici che corrono dietro a un pallone cercando di sottrarselo” o di “Quelli che si scagliano una pallina uno contro l’altro da una parte all’altra di una rete”.

Ridurre in questo caso non è cogliere l’essenziale, ma è esattamente perderlo (tipicamente una prova di non intelligenza).

Nel golf, nel calcio, nel tennis, l’essenziale è il racconto: epico per il golf, più agonistico per gli altri due casi.

Il racconto è lo svolgimento dei fatti in relazione alle scelte dei giocatori e alla loro capacità.

E lì c’è anche molta intelligenza, a saperla capire ovviamente.

E ce n’è anche come regalo finale dopo un giro in campo.

Anche se il secondo detto sul golf in termini di diffusione sembrerebbe smentirci.

È quello di un altro grande, Winston Churchill, che notoriamente fulminò il golf come “Il modo migliore per rovinarsi una bella passeggiata”.

Anche il grande statista era un campione di umorismo e parlava, con acume, di un’attività in cui non riusciva bene e che forse non lo appassionava, perché ci vedeva non tanto poca intelligenza, quanto ma poca razionalità (“Sport in cui si cerca di colpire una pallina molto piccola, per mandarla in una buca anch’essa troppo piccola con attrezzi singolarmente poco adatti allo scopo”).

E alla fine a chi cita, malevolmente, Shaw, potete replicare proprio con Churchill.

Attingendo al suo repertorio e operando con una semplice traslazione potrete dire che il golf è certamente la peggiore forma di passeggiata, escludendo però tutte quelle sperimentate finora.

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