Manny, futuro cercasi – l’editoriale di giugno

Massimo De Luca by

Un anno fa, di questi tempi,

Francesco Molinari dava una svolta alla sua carriera (la prima di una lunga e felice serie ancora in corso) vincendo il BMW PGA Championship. Sei anni fa, di questi tempi, Matteo Manassero, non ancora ventenne, s’imponeva nello stesso, prestigioso torneo centrando il quarto successo sull’European Tour. Sei anni fa, sempre di questi tempi, Brooks Koepka vinceva il Montecchia Open e altri due tornei del Challenge Tour, mancando però, ad esempio, il taglio all’Open d’Italia a Torino e solo sognando il PGA Tour.

Fresco di brindisi per la sua vittoria

a Wentworth, Manassero volò a Stoccolma e il giovedì infilò sei birdie nelle prime sei buche, girando in 66, poi in 65 e chiudendo il Nordea Masters al terzo posto. Impossibile, all’epoca, immaginare che si sarebbe trattato di uno degli ultimi lampi (tranne rare eccezioni) di una luminosa carriera appena sbocciata. Oggi Brooks Koepka è il Numero 1 del mondo, Molinari il 7, Manassero l’867 e il ritiro dopo solo 9 buche in Danimarca a fine maggio, non per infortunio ma per una sorta di blocco psicologico che gli ha azzerato la fiducia (interpreto, perché Matteo preferisce non rilasciare interviste), è l’inquietante suggello di una crisi che pare non finire mai, a capo di una serie nera di tre soli tagli passati in 14 gare fra Challenge e Tour.

Gli annali del Golf sono ricchi

di storie contrastate, di carriere interrotte e poi rilanciate, di crisi profonde e recuperi formidabili. È talmente delicato l’equilibrio tra fisico, testa e tecnica che spesso, a comprometterlo, basta il semplice affacciarsi di un pensiero negativo. In più il Golf, come molti altri sport, è fatto di livelli diversi: e quando si arriva ai vertici, impone qualche precauzione. La più importante è in fondo la più semplice: rendersi conto se, toccato un certo livello, si sia sufficientemente attrezzati per restarvi a lungo. Tiger Woods, nella sua maniacale ricerca della perfezione, ha modificato un’infinità di volte lo swing, perfino quando, incontrastato, dominava il mondo. Francesco Molinari, una volta sbarcato in America, si è reso conto di dover competere a un livello sconosciuto e ha impostato un duro, lungo lavoro di perfezionamento in tutti i settori del gioco. Brooks Koepka è parso subito di un’altra stoffa, mentre spadroneggiava sul Challenge Tour ma si è anch’egli affidato a un pool di tecnici (perfino un cuoco che vigila sulla sua alimentazione) per adeguarsi alle sfide sempre più alte della sua carriera. A Manassero non son mancate volontà né applicazione. Però oggi, dopo cinque anni di esiti amari, con una carriera in bilico ad appena 25 anni, dà l’idea che gli sia mancato il coraggio di rischiare; che, in questo caso, significa rimettersi in discussione per adeguarsi ai traguardi così brillantemente raggiunti. Rischiare significa uscire dalla comfort zone del proprio ambito, aprendosi a nuove esperienze di preparazione; sperimentare novità che ti possano, magari faticosamente, far crescere. Rischiare significa accettare i suggerimenti di chi ti ha sempre seguito per affidarsi a un altro parere, a un’altra visione, a parole nuove. Non è successo, nonostante che tutti i migliori giocatori del mondo (ai quali Matteo avrebbe qualità sufficienti per appartenere) si affidino ai Butch o Claude Harmon, ai Leadbetter, ad Hank Haney a Denis Pugh. Ci sarà pure un motivo.

Ci siamo innamorati tutti

di quel sorriso radioso di ragazzo istintivo e talentuoso che scambiava due parole col caddie e sparava palla in asta, dava uno sguardo alla linea e imbucava. E tutti, noi per primi, speriamo fortissimamente di poterne raccontare presto il ritorno. Ma una cosa è certa: non pioverà dal cielo senza un sussulto di volontà. E di rischio.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 302 – giugno 2019

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