L’Olgiata fra storia e leggenda

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Nato nel 1961, in pieno boom economico, il Circolo romano, cuore di una realizzazione urbanistica d’avanguardia, ha ospitato da subito grandi eventi internazionali e ora, per la terza volta, accoglie i campioni dell’Open d’Italia

 

C’è tanta storia e un pizzico di leggenda nei 58 anni di vita dell’Olgiata Golf Club, che riporta dopo 17 anni a Roma l’Open d’Italia, per la sesta volta ospitato nel Lazio dopo le tre edizioni all’Acquasanta (1950, 1973 nove buche all’Olgiata e nove all’Acquasanta, 1980), nel 1994 al Marco Simone Golf & Country Club e nel 2002 ancora all’Olgiata dove l’inglese Ian Poulter, vincendo, ha dato inizio alla straordinaria carriera che lo ha portato a disputare (tra l’altro) sei Ryder Cup.

Bellezze, suggestioni e carattere del Circolo si leggono percorrendo un breve viaggio nella storia del costume sportivo della capitale, ricca di eventi e figure leggendari.

Inaugurato nel 1961, il percorso di gara fu disegnato dall’inglese C. Kenneth Cotton e rimesso a nuovo nel 2012 dall’americano Jim Fazio. Completano la struttura un secondo percorso a nove buche e una club house ispirata ai country club americani, inserita nei 110 ettari di un bel contesto naturalistico.

Vi si sono svolte due World Cup, una Coppa del Mondo dilettanti, una finale della Dunhill Cup, tre tornei del Ladies European Tour, alcune gare del Challenge Tour e una lunghissima serie di campionati nazionali.

Dopo secolari battaglie nobiliari e papaline per il possesso, il territorio dell’Olgiata fu oggetto di scambi, bancarotte, fallimenti e aste per molti anni, finché il marchese Incisa la ricevette come dono di matrimonio dalla madre, una Chigi, nel 1930. Vi si trasferì con la moglie e la trasformò in una vera e propria azienda agricola. Il castello, costruito nel XV secolo, era un tipico maniero della campagna romana con muro di cinta e quattro torri. Oltre le belle inferriate del Casaletto, l’Olgiata era tutta silenzio, piena di fiori a maggio e dorata d’autunno.

Il circolo di golf, dunque, fu messo al centro di una “Edge City” di tipo americano, una sorta di avanguardia di modello territoriale privilegiato; attorno, ville meravigliose ed eleganti casali dai colori rinascimentali dell’Italia centrale, cotto e ocra.

Si realizzò una preziosa enclave, attorno pini marittimi, cipressi e macchie con i profumi del sottobosco. Vivere nel verde e fare sport, avere una casa in campagna con i servizi della città, non isolata ma inserita in una vita attiva, era il sogno del ceto emergente in quell’Italia in forte espansione economica.

La passione per il golf nacque all’Olgiata prima della sua realizzazione. Ne parlavano il marchese Mario Incisa della Rocchetta, Aldo Samaritani e Tullio Rossi, promotori della grande iniziativa, con il presidente Fig di allora, Francesco Ruspoli di Morignano. «Accanto a un progetto così ambizioso», suggerì il duca golfista, «è indispensabile un campo da golf, un gioco che favorisce gli incontri, unisce le famiglie, promuove simpatie e affari e, quando serve, cioè ogni giorno, rasserena gli animi. In Usa c’è un campo accanto a ogni insediamento del genere. Volete un evento per l’avvio? Vi propongo una tappa della Canada Cup».

La Canada Cup era un campionato del mondo a squadre ideato nel 1952 da John Jay Hopkins – fondatore e presidente californiano della General Dynamics, società conglomerata statunitense specializzata in forniture atomiche e militari – per “incoraggiare col golf l’incontro tra i popoli”: uno strumento sportivo che favorisse in Occidente le relazioni internazionali nei difficili anni della Guerra Fredda. Nel 1968, il campo in ordine, e, poi, nel 1984, da tutto il mondo arrivarono all’Olgiata i campioni per quell’evento di alta dignità internazionale.

Socio dal 2007, presidente è Giovanni Sernicola, 69 anni, romano, già funzionario della Camera dei Deputati, ora in pensione, esperto di finanza e gestione. S’innamorò del golf quattordici anni fa all’Arco di Costantino. Conti a posto dal 2018, sotto la sua guida sono stati riorganizzati i servizi, affidati a soggetti qualificati la cura e il censimento dell’ingente patrimonio arboreo, contrastato l’assalto dei cinghiali. Attivato anche l’efficientamento energetico, il circolo ha guadagnato 32 posizioni nella classifica mondiale della prestigiosa rivista Golf Digest, passando dal 100° al 68° posto. Cinque onorificenze sportive, 19 grandi tornei ospitati dal 1964 al 2014, 24 titoli conquistati nello stesso periodo, club house più vasta d’Europa (oltre 6000 mq su due piani), con spogliatoi e servizi annessi capaci di accogliere oltre mille soci. Apprezzati l’ottimo ristorante e il grande bar, attive piscina, saune e palestra, il circolo dispone di saloni per l’accoglienza e per il gioco delle carte.

Alle dipendenze del direttore Mauro Guerrini lavorano trenta persone e altrettante sono alle dipendenze dei servizi in gestione.

Si legge nel sito: “Sul finire degli anni Cinquanta la favolosa oasi di verde, a pochi chilometri dal Campidoglio, sembrava ideale per un nuovo grande campo di golf. Fu così che la Società Generale Immobiliare, proprietaria di quel piccolo paradiso naturale dove erano cresciuti, sotto i colori della Dormello-Olgiata, i grandi campioni dell’ippica mondiale, Nearco, Tenerani e Ribot, si trasformò in un centro residenziale che divenne anche un centro sportivo con il campo da golf, le piscine e i campi da tennis”.

Qualche golfista agé ricorda Nearco e il miracolante Ribot? Pascolavano sull’erba di questi fairway. Appartenevano alla Razza Dormello Olgiata, il secondo montato per tutti i suoi tre anni di carriera (1954-1957, ma visse vent’anni) dal fantino Enrico Camici, con sedici vittorie consecutive nei più importanti Gran Premi europei (fior di milioni in palio) tra i quali due Arc de Triomphe. Il 22 maggio 1954, il giornale francese di ippica Paris Turf esaltò così la sua vittoria: “Meilleur pur-sang ‘in the world’: 84.700 turfistes (amanti della pista erbosa, ndr) ont eu hier la chance unique de voir en action la plus formidable machine à courir qui ait jamais fonctionné sur un hippodrome: Ribot l’italien”. Sintesi: Ribot era la più formidabile macchina da corsa mai vista in un ippodromo, proprio lui, Ribot, l’italiano.

Negli anni d’oro sfrecciavano nei vialetti auto blu con bella gente e signore eleganti, sfilavano in campo grandi atleti con grandi maestri, sui balconi si affacciavano domestici con la giacca da lavoro di cotone amaranto, il “rigatino” dai bottoni dorati, autisti in livrea e governanti inglesi. In ogni villa o casale c’era un personaggio di rilievo, dal campione internazionale di tiro al piattello, mediocre golfista ma grande affabulatore; al potente e feroce commis di Stato hcp 36, terrorizzato di fronte al putt da un metro; al commerciante ritiratosi a vita privata con la giacca imbottita di milioni. Un contesto ideale per un grande giallo che appassionò i lettori di rotocalchi degli anni Novanta. Nella villa dei coniugi Pietro Mattei e Alberica Filo della Torre, alle 10.30 del 10 luglio 1991 i domestici trovarono la padrona di casa esanime sul pavimento della sua stanza, la testa avvolta in un lenzuolo insanguinato. Tre ore prima aveva fatto colazione a letto. Nell’abitazione c’erano i due figli della contessa Alberica, la babysitter inglese, due domestiche filippine e alcuni operai. Rapina di prima mattina? Movente passionale? Retroscena con vicende di spionaggio? Un noir degno della location occuperà le cronache per qualche anno ma la storia finirà con l’archiviazione. Nel 2011 finalmente la verità: un approfondito esame del dna rivelò senza equivoci che il colpevole era l’ex domestico filippino licenziato qualche mese prima del delitto. Il famoso delitto dell’Olgiata aveva un degno protagonista, il maggiordomo.

Oggi i soci sono circa mille, molti soltanto “frequentatori” attratti dalla qualità dei servizi, appassionati del gioco delle carte. Tra i 1400 dei primi decenni ci furono grandi nomi dell’aristocrazia romana, importanti imprenditori e professionisti della capitale come Francesco Ruspoli di Morignano, presidente Fig del quale si è detto, e Aldo Stacchi, per molti anni vicepresidente Fig, grande sportivo e dirigente Coni. Maestri tra i maestri, qui lavorarono i “padri” dei pro italiani come Ugo Grappasonni, detentore di due Open, e Pietro Manca. Aldo Trillini, decano tra i pro di oggi, ha un passato da professionista del Tour.

All’Olgiata, si sa, c’è spazio anche per i meriti umano-sportivi: in occasione del centenario dalla nascita di un socio storico, il Circolo ricordò, dedicandogli una Pro-Am, il Cavaliere del Lavoro Mario Martella, premiato a Gerusalemme con la medaglia dei Giusti fra le Nazioni, per aver salvato un’intera famiglia ebrea durante l’occupazione nazista di Roma. E il Cavalier Martella, golfista praticante, è andato in campo sui percorsi dell’Olgiata almeno due volte la settimana fino all’età di 97 anni. Sarà vero che all’Olgiata il golf allunga la vita? Al tavolo di bridge o di burraco si citano con ammirazione i nomi di socie e soci che, pur avendo superato i 90, sono ancora assidui sul fairway e, se piove, cioè quasi mai, sono seduti ai tavoli verdi. Potrebbe non essere vero, ma è certamente verosimile.

E comunque è bellissimo crederci, all’ombra di quei pini che indicheranno le traiettorie a Justin Rose e Shane Lowry, Francesco Molinari e Paul Casey, Edoardo Molinari e il giovane Guido Migliozzi protagonista di una strepitosa stagione da rookie sul Tour maggiore. Per non dire, fra i tanti altri, di Andrea Pavan che all’Olgiata è nato e dall’Olgiata ha spiccato il volo fino ad arrampicarsi sempre più su nelle classifiche mondiali.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 305 – ottobre 2019

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