Livori in corso

Giuseppe De Filippi by

Distrazione e concentrazione sembrano entrambe nemiche e amiche del golfista, anche in base a ciò che può capire un giocatore molto scarso come chi scrive. Non fermatevi alla superficie, per cui parrebbe logico essere concentrati e basta.

Certo, può andare per chi ha un controllo assoluto dei movimenti con cui colpisce la palla, ma forse neanche per marziani di questo genere può essere applicato un concetto meccanico, univoco, totalizzante, di concentrazione.

La nostra mente (da lì riteniamo che partano la distrazione e la capacità invece di focalizzare l’attenzione su un punto) è molto più complessa di una banale macchinetta deterministica, in cui inserisci X e ne trarrai Y.

Tanti pensieri latenti trovano spazio accanto a quello che ci sembra essere, in quel momento, dominante.

E magari, zitti zitti, lavorano alla rovina del pensiero principale. I ricordi, come le nuove sollecitazioni, e i meccanismi di allarme e di controllo dell’area circostante, come la continua ricezione di segnali dalle varie parti del corpo, non si fermano mai.

La concentrazione estrema, voluta e quasi auto-imposta, assomiglia alla ricerca di uno e un solo movimento tra i tanti che compongono uno swing ordinato ed efficace; e di solito si risolve in un disastro, proprio per l’eccesso di impegno in una sola direzione.

Non si tratta di imitare Vittorio Alfieri e incatenarsi al campo pratica, o di puntare gli occhi sulla scacchiera astraendosi da tutto il resto, come farebbe un gran maestro alla ricerca dello scacco matto in un finale difficile.

Ma neppure un gioco totalmente scriteriato, con swing fatti senza alcuna applicazione e senza metterci un minimo la testa, ovviamente può funzionare.

Insomma, c’è un giusto mezzo da perseguire, ma nessuno (tranne forse qualche mental coach profumatamente pagato dai grandi campioni) sa esattamente come arrivarci e soprattutto come restarci.

E va a finire che invece di cercare il punto intermedio, che dà equilibrio, tra una concentrazione quasi ossessiva e una distrazione pericolosa, si finisce per incolpare l’ambiente circostante.

Una volta mi capitò un compagno di gioco con cui era praticamente impossibile trovare un punto del green (e, apparentemente, anche degli immediati dintorni) dal quale non gli si desse fastidio mentre puttava.

Al continuo richiamo e richiesta di spostarsi veniva voglia di trasferirsi in club house. Allora, prima di rispondere male, proviamo a buttarla in psicologia.

Chiaramente questo giocatore, oltre a essere un po’ scocciatore (questione per cui non c’è cura), non era in grado di gestire la parte sana della concentrazione, preservandola da ciò che avviene all’esterno.

Ma si vive e si gioca meglio a golf se si accetta l’idea che anche mentre noi stiamo tirando un approccio magari un po’ delicatino, il mondo va avanti lo stesso.

Certo, un allarme con sirena proprio quando siamo all’apice del backswing, o una semplice suoneria di telefonino sono alibi fondati per un colpo sbagliato.

Ma un po’ di brusìo o, meglio ancora, una voce non bisbigliata ma costante nella sua intensità o qualche movimento senza strappi e senza scarti strani nel raggio dei venti metri non possono giustificare una palla che finisce nel bosco.

A volte si ha quasi l’impressione che il golfista un po’ incerto (e chi non lo è?) sul colpo da tirare vada in cerca di un qualche elemento di disturbo come capro espiatorio.

Si precostituisce l’alibi e mentre la palla finisce nell’ostacolo d’acqua, il giocatore sta già prendendosela con una mosca che volava fastidiosamente davanti ai suoi occhi.

Meglio provare invece a godersi l’armonia con l’ambiente circostante, anche nelle sue manifestazioni umane.

Giocheremo male lo stesso, con ogni probabilità; ma almeno potremo sfoggiare un accenno di sorriso anche in zona tee di partenza, invece della faccia intenta ma non sempre geniale che si assume nell’attesa della domanda in un quiz televisivo.

E, come accade anche per altri momenti della giornata su un campo da golf, con la ricerca della concentrazione gestibile, non ossessiva, equilibrata, avremo vissuto un’esperienza che dal campo potremo trasferire con profitto nelle altre cose della vita.

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