Le nostre “Frecce tricolori” – Silvio c’è

Silvio Grappasonni by

Molti di loro li ho visti crescere ed è bello, adesso, constatare che all’Open d’Italia potrebbero tranquillamente recitare un ruolo da protagonisti. Parlo dei nostri giovani leoni (e anche di quelli un po’ meno giovani) che possono caratterizzare il torneo dell’Olgiata come mai prima era successo. Perché, per fortuna, almeno in campo europeo, l’Italia non è più solo Francesco Molinari.

 

Partiamo da Andrea Pavan,

che all’Olgiata è nato e cresciuto. Adesso vive in Texas con la sua bella famiglia, e perciò, nei giorni liberi, non è più lì che si allena. Quindi anche lui dovrà fare i conti con i profondi cambiamenti apportati negli ultimi anni al percorso. Ma Andrea, in questi ultimi due anni, è cresciuto veramente tanto.

Tecnicamente l’ho sempre considerato un predestinato. Era poco più di un ragazzino quando, in coppia, sfidavamo i fratelli Molinari nelle partite di doppio durante gli allenamenti invernali della Nazionale dilettanti. Come giocava! E quanto ci tenevamo, tutti, a vincere quelle sfide sempre in bilico fino all’ultima buca.

Edoardo, per esempio, avrebbe dato un braccio per non perdere, tra gli sfottò che ci scambiavamo. Andrea mi incenerì con lo sguardo (anche se sono molto più vecchio di lui) una volta che, sulla 18 di Acaya, sede del ritiro, sbagliai da un metro il putt della vittoria.

Chicco, sornione come al solito, sorrideva e prendeva poco parte ai duelli verbali fra di noi. Ma già da quelle partite avevo intravisto in Pavan il potenziale di un grande giocatore.

Adesso, dopo un po’ di alti e bassi, lo è diventato davvero, come dimostrano le sue due ultime, ottime stagioni. Tecnicamente è sempre stato forte: ad appena 17 anni, da dilettante, aveva battuto tutti i pro italiani nell’Omnium 2006 di Margara. Poi l’esperienza di College in America lo ha ulteriormente forgiato. Forse le difficoltà incontrate nei primi anni da pro sono nate da un eccesso di pressione e di aspettative. Ma ha saputo lavorarci su, si è ripreso e, soprattutto, è molto maturato umanamente, come dimostrano le vittorie ottenute a Praga nel 2018 e in Germania, evento più importante e difficile, quest’anno.

Certo, all’Olgiata bisogna tirar dritto e lui, ogni tanto, ha problemi di controllo del drive; in più, dovrà gestire il fattore-campo, che non sempre è un vantaggio perché hai tanto pubblico che ti segue e si aspetta molto da te.

Pensate a McIlroy, di casa a Portrush: quest’anno ha aperto il suo Open Championship con un 8 alla buca 1 che gli è praticamente costato il taglio, vanificando la spettacolare rimonta del venerdì. Ma il “nuovo” Pavan ha tutte le armi, tecniche e caratteriali, per entusiasmare il pubblico che lo accompagnerà.

 

Veniamo a Guido Migliozzi,

folgorante in tutta la prima parte della sua stagione d’esordio sul Tour maggiore. Certo, ha avuto poi un leggero calo, ma era inevitabile, direi, dopo aver ottenuto non una ma due vittorie.

Per definirlo, vi dico che se dovessi andare in guerra, me lo porterei con me. Guido è un combattente nato e, soprattutto, un vincente vero: lo era anche da dilettante.

Tecnicamente è completissimo e ha anche quel pizzico di follia agonistica che non guasta ma che non gli impedisce di individuare perfettamente cosa gli serva per migliorare sia durante il gioco sia in allenamento. Non è uno alla perenne ricerca dello swing perfetto: ha le idee ben chiare pur avendo appena 22 anni.

Tira forte, molto forte: e questa caratteristica gli servirà all’Olgiata che è un par 71 lungo ben 6800 metri che, con un setup cattivo per almeno un paio di giorni, darà del filo da torcere a chiunque.

 

Al contrario, Renato Paratore

sta giocando meglio (ma senza i picchi di Migliozzi) la seconda parte di una stagione cominciata male.

Lui i 22 anni deve ancora compierli eppure è sul Tour già dal 2014. Fare pronostici su Renato è azzardato, perché a volte è imprevedibile. Di certo, sul gioco corto è ormai tra i migliori, se non il migliore in Europa (a detta proprio dei suoi colleghi).

Sarei pronto a scommettere che se tiene a bada il drive non esce dai primi dieci. Renato è un giocatore istintivo, di feeling con cui si deve lavorare con accortezza: ha uno swing particolare, pensare di modificarlo sarebbe rischiosissimo.

 

Quanto a Nino Bertasio,

che insegue sempre la sua prima vittoria sul Tour maggiore, ritengo che sia un giocatore migliore della classifica che attualmente ha (76° nella Race to Dubai).

Non mi so spiegare il perché non abbia ancora ottenuto un gran risultato. C’è andato vicino allo Scottish Open, col quarto posto che gli ha permesso di giocare a Portrush il suo primo Major, ma è lecito aspettarsi di più da lui.

 

Anche Lorenzo Gagli può fare

molto di più: lo ha dimostrato a Crans, dove avrebbe vinto se il putt sulla 72a buca non fosse rimasto sul bordo, per poi uscire al play-off. Proprio del suo putt si lamenta spesso, ma ho l’impressione che sia più una specie di complesso che un problema tecnico.

Se fosse “negato”, come ogni tanto sembra far credere, su un campo dai green delicati come Crans non avrebbe passato il taglio, altro che sfiorare la vittoria!

 

Ho lasciato per ultimo Edoardo Molinari,

che tanto mi sfotteva in quelle partitelle alla morte, non per vendetta ma per puri motivi anagrafici: Dodo è certamente un leone, ma non più, a 38 anni, un “giovane” leone.

Può fare un bel torneo: ha già dimostrato di amare l’Olgiata, vincendoci il Challenge nel 2009. Il campo non era stato ancora modificato ma c’erano già i nuovi, velocissimi green.

Ma non è solo per questo che può far bene, ovviamente. E nemmeno per i tanti bei risultati ottenuti in carriera, riprendendosi da problemi fisici anche importanti, fino a ritrovare la vittoria in Marocco l’anno scorso. È la regolarità che ha ritrovato quest’anno, risalendo le classifiche e arrivando a sfiorare la qualificazione all’Open Championship, a far ben sperare.

 

Insomma, una pattuglia italiana

così agguerrita all’Open d’Italia (ci metto anche Francesco Laporta, che sta facendo benissimo sul Challenge) non c’era mai stata. È un mezzo miracolo italiano, ancora una volta. O, forse, un miracolo tutto intero.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 305 – ottobre 2019

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