La “spremuta” di Major che non piace a nessuno

Massimo De Luca by

La concentrazione dei quattro tornei “stellati” ha profondamente modificato la programmazione degli impegni da parte dei giocatori migliori costringendo molti di loro a rinunciare a importanti appuntamenti della stagione

Portrush – La vittoria di Shane Lowry nel vento e sotto la pioggia sferzante di Portrush ha suggellato la prima stagione dei Major “concentrati”. Dal Masters di metà aprile all’Open Championship di metà luglio, il grande golf si è giocato tutte le sue carte migliori, cedendo poi la scena ai play-off della FedEx Cup per poi arrendersi alle esigenze televisive che suggerivano di sottrarsi alla competizione, in termini di audience, con la partenza della stagione della National Football League e la fase conclusiva della lunghissima stagione della Major League Baseball. Così, se per caso sussistessero ancora dei dubbi, è risultato definitivamente chiaro chi tenga davvero il timone del golf mondiale: l’America, intesa naturalmente come PGA Tour. Il resto del mondo è un satellite, compresa l’Europa. Non piace praticamente a nessuno il nuovo calendario con la “spremuta” di Major e quando, come accaduto, a criticarlo si leva la voce di Jack Nicklaus, forse i timonieri qualche domanda dovrebbero pur farsela. La concentrazione dei quattro tornei “stellati” ha profondamente modificato la programmazione degli impegni da parte dei giocatori migliori. Molti di loro hanno dovuto rinunciare ad appuntamenti importanti: chi ha saltato il The Players, chi l’Arnold Palmer, chi il Memorial, togliendo sapore a quelle gare che, legittimamente, vengono considerate appena un gradino sotto i Major. Del resto nessuno è in grado di mantenere una condizione ottimale per un periodo ininterrotto e siccome il meglio della stagione si concentra fra aprile e luglio, molte rinunce pesanti diventano inevitabili. Come ha opportunamente sottolineato Justin Rose, la caccia ai Major è ormai il vero obiettivo di ogni stagione per i primi del mondo: concentrarli al ritmo di uno al mese stravolge la programmazione individuale e rende problematico il recupero da eventuali infortuni. C’è un solo giocatore che, con un rendimento assolutamente straordinario, è riuscito a primeggiare in tutte e quattro le prove dello Slam, ed è naturalmente Brooks Koepka, protagonista di un filotto memorabile: secondo al Masters, primo al PGA, secondo all’US Open, quarto a Portrush. Ma non sarà un caso che, nelle tappe intermedie, sia praticamente scomparso: tagliato all’Arnold Palmer, 56° al The Players e al WGC Match Play, 50° in Canada, 57° al Travelers, 65° al 3M Open quindici giorni prima del British. Per non dire, in tema di calendari, che anche la collocazione nella settimana seguente Portrush dell’ultima prova WGC dell’anno non si propone come un’idea molto brillante. Gli americani, tradizionalmente, sono poco inclini a recitare un “mea culpa” e difficilmente torneranno, almeno a breve, sui loro passi. E invece qualche ragionamento in più ci starebbe eccome. Parola di Nicklaus. E scusate se è poco.

Molinari, una rimonta felice e fortunata

Ci sono due soli campioni fra i top 10 della classifica mondiale, oltre all’incredibile “RoboKoepka”, ad aver passato il taglio in tutti e quattro i Major. Uno è Dustin Johnson, secondo pari merito al Masters e da solo al PGA, poi 35° e 51°, sempre pari merito, all’US Open e al British. L’altro è Francesco Molinari autore di questa striscia: 5° pari merito (…e con dolore) al Masters, 48° e 16° pari merito all’US Open e al PGA, 11° pari merito all’Open Championship, con clamorosa e fortunata rimonta finale. Dunque, quella che per tre giorni era sembrata una deludente difesa del titolo, si è trasformata in un’eccellente prestazione. Naturalmente la sorte gli ha strizzato un occhio, facendogli giocare il quarto giro prima che su Portrush si scatenassero gli elementi. Ma firmare un 66 sul severissimo tracciato di Portrush, con un eagle, tre birdie e senza bogey, rappresenta un’ulteriore dimostrazione di forza, anche in condizioni meteo normali. Non so se, rientrato in club house proprio quando stavano partendo Lowry e Fleetwood, Molinari si sia seduto in poltrona davanti alla tv. L’avesse fatto, avrebbe visto il suo personale jackpot crescere di minuto in minuto, mentre i suoi colleghi battagliavano col vento dell’Oceano e gli schiaffi della pioggia. Partito dal 54° posto, che valeva circa 25mila dollari, si è arrampicato, da fermo, fino all’11° ex aequo con Tom Lewis, Justin Thomas, Alex Noren e John Rahm cui ha inflitto, rispettivamente, quattro, sei, otto e nove colpi. La cifra finale del suo assegno è salita, nel corso del pomeriggio in poltrona da 25mila a 152mila dollari. Niente male, soprattutto perché quel piazzamento gli ha fatto scalare anche un gradino, dal 7° al 6°, nella classifica mondiale, unico fra i primi dieci. È rimasto naturalmente un pizzico di rammarico, in primis allo stesso Francesco che, a giochi fatti, ha ammesso di aver trovato solo l’ultimo giorno quella determinata cattiveria che serve a fare grandi score, confessando anche, però, che il buon lavoro di preparazione svolto a Londra nelle settimane precedenti aveva alimentato in lui la speranza se non di ripetere Carnoustie, almeno di fare un gran risultato. L’esito negativo del primo giro in 74 (+3) in cui ha pagato pesantemente due soli swing sbagliati lo ha costretto a un’affannosa e prudente rincorsa alla qualificazione, raggiunta con l’ultimo punteggio utile (69 e +1 totale). Il sabato, liberata la mente dal rischio-taglio, avrebbe dovuto essere il suo moving day: ma il putter è rimasto freddo e addio sogni (72). Quando finalmente, non avendo più nulla da perdere, è andato davvero all’attacco, è arrivato il miglior score di giornata, che lo ha spinto definitivamente in alto. Trovarla prima, quella determinazione, avrebbe lasciato aperta qualche porta. Ma, non dimentichiamolo, l’avrebbe anche portato in campo molto più tardi, a giocare in quelle condizioni che hanno impedito quasi a tutti, vincitore compreso, di scendere sotto par.

Quante ombre sul futuro di Tiger

La stagione-Major di Tiger Woods, apertasi in gloria ad Augusta, si è conclusa malinconicamente a Portrush. Un primo giro disastroso (+7) aveva già scritto il verdetto. Il secondo in 70 (-1, ma con due bogey finali) è stato niente più di un sussulto di orgoglio. La rincorsa al record di Nicklaus è rimandata al 2020, ma gli anni passano e le probabilità diminuiscono. In realtà la prestazione di Portrush non è stata del tutto sorprendente. Alla vigilia, ascoltando un Tiger dimesso e per nulla fiducioso sullo stato del suo gioco, s’era capito che non avremmo rivisto in campo il giocatore che, sia pur sfruttando i due doppi bogey di Molinari, aveva messo in bacheca il quindicesimo Major della sua leggendaria carriera. Il test del campo è stato anche più impietoso e proietta, ora, un’ombra lunga sul suo futuro. Un giro storto capita a tutti (per informazioni, chiedere a J.B. Holmes: si è svegliato la domenica da terzo in classifica, è andato a dormire da 67° e quintultimo dopo averne tirati 87, comprensivi anche di un airshot alla 17). Ma non è questo il punto. La realtà è nelle amare parole della vigilia, in cui Tiger ha rivelato di dover limitare molto sia gli allenamenti che la partecipazione ai tornei a causa dei suoi problemi fisici. L’Open Championship era appena il suo quarto torneo dopo Augusta. Tagliato al PGA Championship, nono al Memorial, 21° all’US Open e ora un nuovo taglio. In totale, appena dodici round di gara (216 buche) in tre mesi. È immaginabile mantenere un livello di forma competitivo potendo giocare così poco? Sicuramente no, specie col già citato calendario che accorcia i tempi fra un Major e l’altro. È per questo che il futuro, adesso, si prospetta molto più cupo. Tiger è l’uomo delle resurrezioni, il fuoriclasse che ha riscritto la storia del golf e, infatti, ha già sorpreso tutti tornando a vincere prima il Tour Championship, poi il Masters quando era parso sull’orlo del ritiro definitivo. Ma ogni anno che passa è un’aggravante e le smorfie di dolore sui tee shot, le flessioni, l’atteggiamento dolorante esibito lungo le dune di Portrush, dove il clima umido e freddo ha aggravato le condizioni della sua schiena, non promettono niente di buono. Che il meglio, per lui, fosse alle spalle, era già evidente. Si tratta ora di capire se davvero ci sia ancora un futuro. Un futuro da Tiger, naturalmente, perché un campione così non potrebbe/dovrebbe mai accontentarsi di stiracchiare la sua carriera attraverso esibizioni che inducono quasi a una languida tenerezza. La tenerezza non si addice alla Tigre che è.

Rory McIlroy e l’iPhone 8

Il 148° Open Championship passerà alla storia anche come quello dell’iPhone 8. Spieghiamoci. L’uomo copertina non poteva essere che lui, Rory McIlroy, l’enfant du pays nordirlandese, cresciuto a poche miglia, capace a 16 anni di girare in 61 colpi su questo tostissimo links. Ma per lui, e per migliaia di fans, tutto è finito appena cominciato. Lo avevano fragorosamente acclamato prima del suo tee shot inaugurale sul par 4 della 1, quando hanno visto, con sgomento, la pallina colpire una signora appostata fuori limite, danneggiandole l’iPhone che teneva in mano. Terzo, inevitabile colpo dal tee e score di 8 sulla prima buca del Major che avrebbe dovuto rilanciarlo in pieno. Quel quadruplo bogey risulterà una zavorra, prima psicologica, poi numerica per il povero Rory che concluderà il primo giro in 79 (+8) e mancherà di un colpo il taglio nonostante lo strepitoso 65 del venerdì, che ha dimostrato quanto avrebbe potuto essere competitivo senza quella sfortunata partenza. Titolo del venerdì mattina del Daily Mirror: “Rory, iPhone 8”. Geniale, quanto amaro.

La prima volta di Nino Bertasio

Nino Bertasio si era guadagnato in extremis un posto all’Open, grazie al bel quarto posto (alla pari con Pavan) nello Scottish della settimana precedente a North Berwick. Talmente in extremis che sua moglie, per impegni di lavoro non rinviabili, non ha potuto seguire questa sua prima avventura in un Major. In compenso, dal Canada, era arrivato suo fratello a sostenerlo fuori delle corde. Con due giri accorti (+1 complessivo) si è assicurato il week-end, sia pur restando poi in coda con un doppio 75. Giocava per la quinta settimana consecutiva, periodo in cui aveva passato tutti i tagli dando una svolta a una stagione avviata in tono decisamente minore. Anche da ultimo, ha ulteriormente migliorato le sue classifiche e messo le basi per la conferma della carta che, fino a giugno, pareva in serio pericolo. Quanto a Pavan, presente a Portrush grazie alla bellissima vittoria in Germania, non è mai entrato in sintonia con gli insidiosi green nordirlandesi ed è uscito dopo due giri. Ma la sua annata è già ampiamente positiva e, intanto, ha aggiunto un’altra esperienza alla sua bella carriera.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 304 – agosto-settembre 2019

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