La lezione di Augusta

Francesco Molinari by

Cari amici, butto giù questi appunti

mentre mi sto preparando a Londra al secondo Major dell’anno, il PGA Championship di Bethpage. Dopo aver giocato l’Heritage, la settimana seguente Augusta, mi sono preso una piccola pausa. I fantastici e durissimi giorni del Masters, tirati fino all’ultimo, mi avevano un po’ scaricato e non ho passato il taglio. Tornato a casa, qualche giorno di riposo e poi ho ripreso il lavoro con tutto il mio staff. Abbiamo analizzato a fondo i dati di questa prima parte della stagione che, nonostante la delusione finale ad Augusta, è stata molto positiva e insieme abbiamo individuato i punti su cui concentrarci per migliorare ancora.

Questo Masters che mi ha visto

in testa fin quasi a tre quarti dell’ultimo giro mi ha insegnato molto. Per la prima volta ho cominciato l’ultimo giro di un Major da leader e, credetemi, è una situazione non facile da gestire. A Carnoustie ero partito da dietro, ho tenuto inizialmente con tanti par mentre gli altri facevano diversi bogey, poi con un paio di birdie nelle seconde 9 ho chiuso il conto. Al PGA del 2017, sono arrivato secondo dietro Justin Thomas, rimontando tante posizioni con un grande ultimo giro. Ad Augusta è stato tutto diverso e ne ho un po’ risentito. L’analisi svolta con i miei coach non si è concentrata tanto su quel doppio bogey alla 12. Lì, in realtà, non ho nemmeno sbagliato davvero lo swing: avevo scelto un ferro 8 anziché un 9 e, più o meno consapevolmente, sono stato solo poco aggressivo, cosa sbagliata, avendo l’acqua davanti al green.

Piuttosto abbiamo analizzato

l’andamento sulle prime 7/8 buche della domenica quando, dopo tre giorni quasi perfetti, ho cominciato a sbagliare un po’ anche dal tee e sono stato costretto a diversi recuperi per salvare il par. Cosa che mi è riuscita anche bene, ma che, naturalmente, mi ha negato la caccia ai birdie. Per fortuna Denis Pugh e gli altri erano tutti lì (anche se le regole di Augusta vietano di avere accanto più di un coach nel driving range e sul putting green e nessuno di loro può accompagnarmi nella pratica in campo) e hanno potuto individuare di persona gli aspetti su cui concentrare il lavoro. Ognuno dei coach nel suo settore ha evidenziato i punti su cui continuare a lavorare. Ma una cosa è certa: non ho alcuna intenzione di accontentarmi. La delusione c’è stata e c’è, ma rimane la consapevolezza di poter ormai puntare a qualsiasi obiettivo, senza pormi dei limiti.

Naturalmente ho dovuto fare

i conti anche col “fattore-Tiger”. Intendiamoci, non era certo una novità per me: da molti anni in qua, ormai, le nostre strade si sono incrociate spessissimo, nei tornei “normali”, nei Major come a Carnoustie e in tutte e tre le mie Ryder Cup. Però essere nell’ultimo team dell’ultimo giorno con lui, in America e al Masters, è tutta un’altra cosa. In Ryder, dovunque si giochi, ci sono molti tifosi europei; a Carnoustie, idem. Lì s’è creata un’atmosfera ancora più speciale perché per la prima volta davvero lui stava per vincere nuovamente un Major e il pubblico era tutto e solo per lui. Ormai ci siamo un po’ tutti abituati, ma questa è stata forse una situazione irripetibile. Perché giocando così, Tiger potrà anche vincere altri Major ma questo era il primo dopo undici anni e la gente voleva a tutti i costi la sua vittoria.

Durante quel giro non abbiamo

parlato un granché lui, Finau e io. Eravamo tutti molto concentrati e in più, come sapevamo fin dalla vigilia, dovevamo fare i conti con una giornata di vento forte e a raffiche. Quando è così, non c’è spazio per le chiacchiere. A me piacciono i fatti. E spero di… farne ancora.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 301 – maggio 2019

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