US Open: lo storico e brutale Shinnecock Hills

Gaia De Simoni by

Shinnecock Hills torna a ospitare questa settimana per la quinta volta nella sua storia lo US Open.

Una tradizione che risale al 1896, quando il Major americano in occasione della sua seconda edizione scelse come percorso ospite proprio quello alle porte di New York. Shinnecock è conosciuto nel mondo del Tour per la sua brutalità e per i suoi green molto veloci, che non lasciano mai scampo ai professionisti in gara.

Lo US Open si è fermato qui, oltre al 1896, anche nel 1986, nel 1995 e nel 2004. Quest’ultimo anno, fu rappresentato dalla drammatica sconfitta di Phil Mickelson su Retief Goosen, che vinse il suo secondo US Open in condizioni impossibili. Pensate che nessun giocatore durante l’ultimo giro riuscì a chiudere sotto par, con una media score di 78,7.

La storia di questo percorso risale al 1891, quando il greenskeeper Willie F. Davis ne disegnò le prime 12 buche. Un Club importante, che insieme ad altri quattro fondò niente meno che la USGA. Nel 1895 le 12 buche iniziali vennero ampliate e Willie Dunn completò il progetto, raggiungendo le 18 buche.

Al tempo, quando venne inaugurato, era considerato il test più difficile del golf americano, tanto da essersi aggiudicato dopo pochi anni proprio l’organizzazione dello US Open. Una reputazione che lo accompagna ancora oggi.

Nel 1920, il percorso acquistò dei terreni ad est della clubhouse, così William Flynn modificò il layout di Shinnecock Hills. Il nuovo progetto, realizzato in collaborazione con Howard Toomey e Dick Wilson, sarebbe stato completato nel 1931 così da riaprire i cancelli del club. Le modifiche rimaste intatte ancora oggi, sono il tee della buca 3 sopraelevato e parte della buca 7.

Il nuovo percorso era lungo ben 6.171 metri, una metratura molto elevata per l’epoca e che rimase invariata per diversi decenni.

Nel 2004 il percorso misurava 6.397 metri e dopo i cambiamenti fatti da Bill Coore e Ben Crenshaw negli scorsi due anni, Shinnecock Hills misurerà quest’anno ben 6.808 metri.

Non solo lunghezza ma anche larghezza. Crenshaw e Coore ne hanno ampliato sia i fairway che i green durante i lavori di ristrutturazione, rendendoli simili al progetto originale.

Peccato che in occasione dello US Open di quest’anno, la USGA, dopo l’esperienza di Erin Hills, abbia deciso di stringere i fairway per rendere il percorso ancor più difficile. Come se ne avesse bisogno.

Dal 1987 ad oggi, il percorso di Southampton non è mai stato assente dall’annuale classifica dei 200 Percorsi più difficili d’America.

Inoltre, è sempre comparso nella top 10, con un sesto posto come peggior piazzamento mai registrato.

I suoi fairway, la brezza dell’oceano ma soprattutto la sua festuca, alta e insuperabile durante i Major, ricordano molto i percorsi della Scozia. Ovviamente, come richiamato dalla parola ‘hills’ nel nome, non è totalmente pianeggiante visto che sorge su un terreno ondulato e presenta diversi tee shot sopraelevati.

Il vento, spesso presente, ne cambia totalmente le caratteristiche, rendendo la già difficile impresa di giocarvi sotto par, quasi impossibile.

A tutto questo si aggiunge la famosa buca 7 meglio conosciuta, per la sua forma, come Redan Hole. Il par 3 nel 2004 fu al centro delle polemiche quando la USGA ne bagnò il green durante il quarto giro, perdendo definitivamente il controllo del percorso. I giocatori, nei primi tre giri, furono costretti a tirare la pallina in bunker perché era impossibile che si fermasse sul green troppo secco.

Anche se quest’anno la USGA cercherà di evitare questo tipo di errore, la Redan Hole è comunque la buca più difficile del percorso.

Il template ha origine a North Berwick in Scozia e ha la caratteristica di presentarsi con un green ondulato da destra a sinistra e da fronte a retro. Insomma, come affermò Sergio Garcia nel 2004: “Se riesci a prendere il green alla 7, significa che prenderai il 100% dei green in regulation.”

Questo, spiega davvero tutto.

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