Una scelta di… pancetta

Giuseppe De Filippi by

Torno sul tema, ma, purtroppo,la questione si è fatta ancora più grave.

Avevo già parlato del distacco, che ritenevo temporaneo, dal golf attivo, praticato settimanalmente. E confidavo in un rapido rientro, crogiolandomi, allora, in dolci ricordi golfistici, resi meno malinconici dall’idea di un’imminente ripresa.

Poi, invece, si perde altro tempo, si rinvia. Si constata però una cosa (che volentieri affido a studiosi più qualificati di me): non è detto affatto che giocando a golf si dimagrisca; ma è certo che, non giocando, s’ingrassa.

Questa che potremmo definire prima legge dell’entropia golfistica funziona come monito a chi si è temporaneamente allontanato e lo spinge a tornare a farsi vedere in campo: contribuiscono all’effetto-monito praticamente tutti gli amici che si incontrano, con una spiccata tendenza a sottolineare gli avanzamenti della pancetta.

Ma uno s’inventa, cioè si auto-illude,di altre camminate di smaltimento: vabbè, mi deciderò ad andare in centro a piedi, cercherò di camminare un’oretta al giorno.

Niente da fare: senza golf è impossibile.

Si diventa prede di una pigrizia spaventosa anche solo per spostamenti pari a quelli necessari per salire sul tee di partenza.

E poi, però, ci sono anche tutti quegli altri fattori a rendere difficile una ripresa che è sì certa, ma anche tremendamente rinviabile.

Succede che uno davvero cominci a chiedersi come si riesca ad affrontare gli sforzi del golfista medio.

Le sfide agli orari, al freddo e al caldo e all’umido, l’indifferenza per la qualità del gioco (anche se ci si arrabbia o si fa finta di niente, in realtà si sta sopportando una serie di fallimenti che butterebbero giù anche il più sicuro delle proprie capacità).

Osservando per un qualche periodo dall’esterno, uno comincia a vedere scogli, difficoltà, fatiche. Li sta inventando, o almeno ingigantendo, certo; ma un po’ ci deve fare i conti.

E allora, in soccorso, come un messaggerodegli dei mandato a risollevare il morale all’eroe in disfatta, arriva quel racconto dal quale, in ordinari tempi golfistici, saresti fuggito, con le note tecniche di diversione usate nelle club house.

Dove meno te lo aspetti, in fila da qualche parte, dal dentista, in una cena con persone appena conosciute, arriva il racconto golfistico, ovvero qualcuno che t’incastra e ti racconta il suo giro di giornata: qualche colpo, le buche migliori, quell’errore – di cui, ovviamente, era colpevole solo al 10% – che ha impedito una chiusura straordinaria.

E ci si ritrova fratelli, accettando il racconto con comprensione umana e quasi con partecipazione.

Poi c’è una strana aspettativa sulla qualità del gioco. Come se il tempo lontano dai bastoni si fosse incaricato di portare via tare ed errori, dandoci una specie di seconda chance.

L’idea di riprovarci, tentando di “pulire” subito quelle cose che sai di sbagliare, ora che sono uscite dall’abitudine.

E poi ci saranno tanti cambiamenti, magari novità nel campo, nei campi, certamente nell’attrezzatura, sempre che si sia in grado di apprezzarne davvero le differenti prestazioni.

Il mezzo autunno, l’inizio ancora dolce dell’inverno, permettono una ripresa morbida, in quelle giornate non ancora fredde.

Rimettendosi negli occhi quel verde, risentendo i non-rumori del campo aperto invece dei rumori della città, ogni tanto contenti per un buon colpo.

Insomma, ritorno; anche perché, altrimenti, devo cambiare tutti i vestiti.

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