L’importante è (non) finire

Massimo De Luca by

Il testo che segue avrebbe dovuto trovar spazio nella rubrica delle lettere, ma dato l’interesse e la lunghezza del racconto, ho ritenuto di dedicargli l’intera puntata della rubrica, anche per la valenza fortemente didattica dell’esperienza vissuta in prima persona dal lettore.

Facendo dunque grazia dei convenevoli, riporto integralmente il testo.

Uno dei miei più cari amici è uno psicoterapeuta molto impegnato nel sociale. Non gioca a golf, lui; ma io sì, da una ventina d’anni (sono intorno ai 60). Mi è capitato spesso, ultimamente, di lamentarmi con lui delle mie disavventure di campo. Una, due, tre volte. Alla quarta lui mi ha interrotto, chiedendomi: «Ma se giocare a golf, da quello che mi dici, è per te più frustrazione che soddisfazione, perché non smetti? Perché non ti dedichi ad altro?». Confesso che, per un non breve momento, mi ha spiazzato. Poi mi son ripreso, sfoderando reminiscenze dei tempi del liceo. «Amico mio», gli ho risposto, «come diceva quel poeta latino: “Nec tecum, nec sine te vivere possum”. Né con te, né senza di te ce la faccio a vivere. Lui si riferiva a una donna che lo faceva disperare. Io al golf, che non è da meno. Capisci? Non posso farcela».

L’amico mi ha guardato con un’espressione di compatimento che non m’è piaciuta. «Ti conosco: quando sei in difficoltà la butti sul latino. Per la cronaca, era Ovidio quel tipo là che non poteva vivere né con né senza». Poi ha aggiunto di avere per me la soluzione o, quantomeno, un’esperienza convincente – a suo dire – da sottopormi. Mi spiega che lavora da tempo a una psicoterapia di gruppo per soggetti afflitti da dipendenze varie. E aggiunge che sarà molto istruttivo, per me, assistere a una seduta. Il suo tono non ammetteva repliche e poi è un amico. Ho dovuto accettare. Così, il giorno stabilito, mi ritrovo a entrare in una sala dove, con le sedie disposte a circolo un tizio sta parlando e il mio amico, che coordina il lavoro, prende appunti. Con uno sguardo mi fa cenno di prender posto. Il tizio finisce di parlare tra gli applausi. Io mi chiedo cosa ci faccio lì. Il mio amico dà la parola a tale Giorgio, scusandosi per aver rivoluzionato l’ordine degli interventi, a causa – spiega – dell’arrivo di un visitatore esterno (cioè io).

Il tizio si alza e declama: «Mi chiamo Giorgio»; e tutti: «Piacere Giorgio, benvenuto». «Ho 55 anni e da tre mesi, due settimane e quattro giorni non tocco un bastone da golf». Parte l’applauso, accompagnato da incitamenti vari e perfino da qualche fischio d’incoraggiamento. «Non credevo di esserne capace, ma ce l’ho fatta». «E adesso come ti senti?», chiede uno del gruppo. «Mi sento un altro uomo». Nuovo applauso. «Non devo più disperarmi se una pallina si rifiuta ostinatamente di obbedire alle mie intenzioni. Il mio umore non dipende più dal fatto che la maledetta entri nella fottuta buca o si fermi a pochi millimetri. Ho recuperato la mia autostima, che era scesa sotto i minimi, dato che mi insultavo a ogni errore e dato che, poi, ripetevo sempre gli stessi errori e dimostravo a me stesso di non saper imparare dall’esperienza». Altro applauso, sempre più convinto. Il mio amico mi guarda come a dire: “Vedi quanto è semplice?”. «Ho venduto sacca e ferri», riprende Giorgio, «e mi sono tuffato in quell’oceano di tempo libero apertosi per non dover più gareggiare il mercoledì, il sabato, la domenica e qualche volta anche il venerdì». Nuove urla di consenso e incitamento. «Ho recuperato il rapporto con mia moglie. Facciamo dei bei week-end e nelle ore che trascorriamo in fila per il rientro (me l’ero scordato, ma il sabato e la domenica vanno tutti in giro) parliamo di tante cose. Forse anche troppe… Mia moglie, poi, ha subito fatto l’iscrizione per tutti e due a un Cineforum, il sabato pomeriggio. Bello, eh, per carità. Però, il dibattito a fine proiezione me lo risparmierei pure. Ho riscoperto riti dimenticati, come il pranzo della domenica da mia suocera, con parenti vari. Peccato che si protragga fino a pomeriggio inoltrato facendomi perdere le partite di calcio, perché mia suocera non ha il decoder. Ma pazienza…».

Una ruga d’inquietudine comincia a solcare la fronte del mio amico psicologo. Che decide d’intervenire: «Ma sei felice della tua scelta, Giorgio?». «Scherziamo? Sono felicissimo. Se penso a quelli là, i golfisti, a dannarsi sul campo mentre io vado con mia moglie a vedere una mostra di arte contemporanea… In verità, non ci capisco niente; ma va bene lo stesso. Fuori c’è un sole sfolgorante e quei maledetti si staranno giocando una birra all’ultimo colpo. Poverini, che tristezza. Li compatisco». Dai suoi occhi, già lucidi, spunta però una lacrima che Giorgio si affretta a nascondere. «Problemi, Giorgio?», gli chiede il mio amico che, noto, sta adesso evitando di incrociare il mio sguardo. «No, quali problemi?. Sono un uomo felice. Sono rinato…», ma la voce comincia a rompersi. «Pensi che ho messo su anche 5/6 chili e ho dovuto cambiare tutto il guardaroba».

La diga cede. Giorgio comincia a piangere senza ritegno. Il mio amico mi pare più sconfitto che sconcertato. Io non mi trattengo più. Mi alzo, lo abbraccio e gli dico: «Vieni, ti porto via». «Dove?». «Ma in campo pratica, naturalmente». Il gruppo è in fermento, urla di disapprovazione, fischi stavolta di contestazione, qualche buu. Uno urla: «Ma dove vai, che hai venduto la sacca». «Quella del Circolo, sì», conferma Giorgio mentre si allontana da me fraternamente sorretto e pare rinato. «Ma quella che tengo in macchina per le trasferte, no. Addio amici, addio dottore. Io ci ho provato. Ma non ce la posso fare».

Il mio amico psicologo è un uomo finito. E finita è pure l’amicizia perché, da quel giorno, non l’ho sentito più.

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