La moltitudine dei numeri primi

Silvio Grappasonni by

La straordinaria parabola vincente di Justin Rose, tornato al Numero 1 del mondo con la vittoria al Turkish Airlines Open seguita al terzo posto nel WGC in Cina, potrebbe insegnare molte cose a potenziali campioni caduti in crisi.

Rose, classe 1980, si scoprì fenomeno in campo dilettantistico tanto da cogliere un quasi incredibile quarto posto da amateur all’Open Championship 1998 a Birkdale, vinto da Mark O’Meara (con Tiger Woods terzo).

Passato professionista, ricevette una serie di inviti ma naufragò in una successione infinita di tagli mancati tanto da dover sopportare il feroce gioco di parole coniato per lui: fu ribattezzato, infatti, “Just-invited”.

Come a dire che era buono solo a farsi invitare, ma non faceva mai risultato.

A quel punto ebbe l’umiltà di ridimensionarsi, affrontando il Challenge Tour per ricostruirsi immagine e classifica e, soprattutto, ritrovare fiducia in se stesso.

Sbloccatosi forse più mentalmente che tecnicamente, ci mise poco a risalire la china.

E oggi è diventato il Numero 1 in forza di una continuità impressionante.

Prendiamo solo quest’ultima stagione: in Europa, con due vittorie, un secondo (a Carnoustie, dietro Molinari) e un terzo posto, è uscito dai primi dieci solo quattro volte in 11 gare, senza mai mancare un taglio.

In America, un taglio mancato su 18, con 11 Top 10, fra cui due vittorie, tre secondi e un terzo posto. Così ha vinto la FedEx Cup ed è tornato sul trono del Ranking.

Quel trono, in realtà, è molto “trafficato”perché, dopo l’èra Tiger, non c’è più stato un tiranno, un dominatore. E probabilmente dovremo aspettare una trentina d’anni per ritrovarne uno così: tanti ne sono passati, più o meno, fra il regno di Nicklaus e il dominio di Woods.

La realtà, però, è che ci sono tanti giocatori molto validi che danno vita a un equilibrio di altissimo livello, alternandosi nel ruolo di N° 1. La “guerra di Rose” è con Brooks Koepka, Dustin Johnson, Justin Thomas (che, pur giovanissimo, mi sembra al momento il più temibile per repertorio tecnico e maturità agonistica) e Jordan Spieth, un po’ in altalena ma destinato a riprendersi.

E poi ci sarebbe un certo McIlroy, che tecnicamente ha le stimmate del leader ma lascia perplessi per un’apparente mancanza di decisione.

Continua a lavorare con il coach di quando era bambino, si porta appresso come caddie un amico e non un collaboratore esperto come servirebbe.

Sembra quasi che non voglia uscire dalla sua “comfort zone”, dove è lui a comandare.

Mi sbaglierò ma l’impressione è questa.

Poi, naturalmente, c’è anche Molinari che, dopo una stagione come quella che ha fatto, ha dimostrato di avere proprio tutto per inserirsi nella lotta al vertice, dove, classifica alla mano, si è insediato ormai stabilmente.

Vedremo se, nel frattempo, sarà riuscito nell’ennesima impresa: vincere la Race to Dubai.

Sarebbe semplicemente fantastico

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