King Koepka o Robo-Koepka?

Massimo De Luca by

Sognava il baseball, ripiegò sul golf per un incidente stradale. Domina i quattro tornei maggiori ma quasi si nasconde per il resto dell’anno. Ritratto di un campione che potrebbe traghettare il golf nel dopo-Tiger

 

“King Koepka” in quanto nuovo re della classifica mondiale? “Robo-Koepka” per la combinazione quasi computerizzata di potenza e precisione esibita in 63 delle 72 buche del PGA a Bethpage? “Major-man” per la predisposizione a dominare nei quattro tornei più importanti dell’anno, parzialmente eclissandosi per gran parte del resto di stagione? Chiamatelo come volete, il personaggio-chiave del momento è lui, Brooks Koepka, 29enne di West Palm Beach (Florida), che si presenta al via del prossimo US Open come l’uomo da (ab)battere: più della leggenda Tiger, più del suo amico Dustin Johnson. Del resto chi se non il dominatore dei due ultimi PGA e, pure, dei due ultimi US Open? Sono, questi, i quattro Major da lui vinti nelle ultime otto partecipazioni. Qualcosa di eccezionale, soprattutto in relazione a un altro dato: un campione del genere (che solo mancando un possibilissimo birdie sulla 72esima buca del Masters non ha costretto Tiger allo spareggio) ha vinto pochissimo fuori dei Major. Due sole volte sul PGA Tour, al Waste Management 2015 e alla CJ Cup 2019 (in Corea), più otto secondi posti. Poi ha in bacheca un successo sull’European Tour e quattro sul Challenge (fra cui il Montecchia Open 2013). Ma si sa che gli americani tendono a sottovalutare ciò che di sportivo avviene fuori del loro Paese, per cui Koepka è stato definito anche il giocatore più “overlooked”, più trascurato nei pronostici. E da “trascurato”, il roccioso Brooks si è portato a casa tre degli ultimi cinque Major disputati (al Masters 2018 era assente per infortunio e quest’anno, come già detto, ha sfiorato un’altra vittoria).

Ha dato l’idea, in questa prima parte di stagione, di poter incarnare il prototipo del campione post-Tiger, quello che, confermando una tale continuità di risultati nei tornei più importanti, potrebbe traghettare il golf oltre il ventennio, pur interrotto, del dominio di Woods. Perché Koepka esaspera quasi il concetto di golf fisico che, sommato a un bagaglio tecnico fuori del comune, è stato alla base dei successi di Tiger. Il corpo di Koepka è diventato un argomento di discussione, perfino di polemica. Le foto del suo successo al Montecchia Open 2013 ci mostrano un ragazzotto riccioluto, dal fisico normale, non esplosivo. Quelle dei suoi più recenti successi, invece, consegnano l’immagine di un uomo dirompente, che stressa le magliette con la sua evidente fisicità. Nulla di inedito: altri campioni (vedi Rory McIlroy) hanno vistosamente modificato la loro struttura col lavoro in palestra. Piuttosto, a portare Brooks sotto i riflettori prima del Masters è stato un percorso inverso: una strettissima dieta da 1800 calorie al giorno per buttar giù una decina di chili, dai 93 originari. Perché? Per pura vanità in vista di un servizio fotografico, ha tuonato uno dei più noti commentatori televisivi americani, Branden Chamblee, che ha definito a più riprese “insensata” la scelta del dimagrimento a scopo estetico, anche riprendendo le parole del giocatore che confessava di aver perso una decina di yard sul drive per via della minor spinta muscolare. Come è finita, si sa: un secondo e un primo posto nei primi due Major hanno ammutolito il tele-commentatore. Quello che si sa un po’ meno è che una “manina” ignota del team di Koepka ha postato su Istagram una foto di Chamblee con il naso rosso da pagliaccio. Una rivincita del personal trainer che Koepka condivide con Dustin Johnson, un guru della preparazione fisica dal nome inquietante per gli avversari: Joey Diovisalvi. Più che un cognome, pare un minaccioso avvertimento a tutti quelli che cercheranno di sbarrare la strada a quella coppia di formidabili bombardieri che riducono i par 5 alla stregua dei corti par 4 di un tempo.

E pensare che il ragazzo-Brooks aveva sognato una carriera da giocatore di baseball, un po’ per la passione comune a tutti gli americani, molto per precedenti familiari: suo zio materno Dick Groat ha vinto con i Pittsburg Pirates le World Series 1960 (praticamente il titolo mondiale a squadre) e anche suo padre, golfista appassionato, era stato un eccellente lanciatore nel campionato universitario. Ma Brooks a dieci anni restò vittima di un incidente stradale a bordo della macchina guidata dalla sua baby sitter. I medici gli vietarono per quell’estate qualsiasi sport di contatto e lui passò giornate intere a tirar palline sul campo pubblico di West Palm Beach. E così fu golf. Ma ancora oggi, che è diventato una superstar del gioco, Koepka ripete che, potesse tornare indietro, vorrebbe essere un giocatore di baseball delle Major Leagues. È proprio vero che non si è mai contenti.

Con la fidanzata Jenna Sims, ex Miss Georgia Teen e attrice, forma una coppia molto glamour, perfetta da copertina: due fisici scolpiti, due ragazzi in grande armonia, con lei che si dice felice di non lavorare troppo per poter seguire in campo lui e orecchiare (in incognito, se riesce a camuffarsi) i commenti del pubblico.

Aleggia, su tutto, il tema principe: può il Numero 1 del mondo vincere così poco fuori dei Major? E giù, a contrasto, l’elenco dei “Serial Winner” come Tiger (81 vittorie) o Mickelson (44) o Nicklaus (73) o Palmer (62) e Hogan (64). Probabilmente già questa stagione, e poi l’immediato futuro, si incaricheranno di rispondere alla domanda. Lui, Brooks, una chiave d’interpretazione l’ha già offerta: paradossalmente – sostiene – per un giocatore molto forte è più facile vincere un Major, dove la difficoltà dei campi opera una selezione naturale ai danni dei meno attrezzati, che un torneo normale. Sarà, ma andatelo a dire al suo stesso amico DJ, che vince tanto ma ha solo uno Slam all’attivo, o a Garcia (idem) o al vecchio Colin Montgomerie che non ne ha nemmeno uno…

Ma poi (e questo è l’argomento principe di papà Koepka) cosa si ricorda soprattutto del più grande di tutti, cioè Nicklaus? I 18 Major vinti. Appunto, il suo figlioletto a due ante, ha soprattutto quello nel mirino.

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