Individuale… ma si squadra

Marco Durante by

L’atleta di uno sport individuale è quello che ha più bisogno di una squadra. Questa affermazione, volutamente forzata, piaceva molto a Giovanni Valentini, notissimo giornalista che per alcuni anni ha collaborato con la Federgolf.

O, per meglio dire, nessun atleta di successo può prescindere da una squadra di esperti e collaboratori. L’uomo di punta, l’atleta, va in campo, o in pista, e determina il risultato; ma dietro di lui c’è il lavoro, più o meno oscuro, di moltissime persone.

V’immaginate un pilota di Formula 1 senza la squadra di meccanici, ingegneri, controller eccetera?

Il talento non è sostituibile, la volontà individuale nemmeno. L’atleta individuale è la punta di diamante, la locomotiva senza cui i vagoni sono inutili. Ma gli atleti possono e devono essere favoriti e aiutati.

Anche il golfista di successo ha dietro di sé un nugolo di collaboratori, più o meno visibili.

Già a livello giovanile locale è indispensabile il sostegno della famiglia e del Circolo: chi sarebbero stati i nostri giovani campioni e campionesse senza il papà e la mamma che li hanno portati per anni al club per l’allenamento infrasettimanale con il loro coach? E chi sarebbero senza i loro coach stessi? Senza la Federazione? E i vari Club dei Giovani?

Forse questo, in alcuni casi, è un anello debole: i migliori, almeno in Italia, crescono quasi sempre negli stessi Circoli o nelle stesse zone e forse non è un caso.

L’organizzazione che offra continue possibilità di allenamento e di agonismo dà un impulso importante allo sviluppo dei giovani atleti. Non è solo la Federazione che deve svolgere questo compito, indispensabile per il miglioramento agonistico dalla base.

Se parliamo di professionisti di circuito, l’esistenza della squadra di recente è ormai conclamata.

Ascoltando i discorsi dei vincitori, è ormai comune il ringraziamento al coach, al manager, alla moglie, allo psicologo, allo stratega del gioco corto, al tecnico del putt, al preparatore atletico…; più rara la menzione del nutrizionista o del club fitter (ricordo personale: Internazionali di Svizzera, senza l’intervento del caddie master che incollò magistralmente la testa del mio driver preferito non avrei vinto il play-off arrivando in green al par 4 della 16: lo ringraziai pubblicamente), alterna quella del caddie: tutte figure che aggiungono qualcosa (o molto) alla prestazione individuale, e contribuiscono all’eccellenza.

La percezione a riguardo dei caddie è la più varia: eppure anche le più antiche versioni delle Regole del Golf li menzionano e li considerano “parte” del giocatore stesso, con precisi obblighi e facoltà.

Alcuni li considerano un fastidio da evitare; altri cercano l’equivalente umano di un carrello elettrico, che li segua senza parlare né interferire in alcun modo; ma, in effetti, i caddie di un certo livello, dopo aver alimentato le fila del professionismo giocato e insegnato, sono ormai scomparsi dai nostri circoli, e nella maggior parte del mondo: quindi a livello non altissimo la loro prestazione è per lo più occasionale e sporadica.

I veri caddie resistono in Scozia e in poche altre situazioni: in compenso, si è sviluppata una nicchia di super esperti, ben pagati, che assistono i giocatori dei vari tour e che sicuramente vanno considerati parte della squadra.

Lo aveva ben presente Frankie Fredericks, velocista namibiano, nella sua veste di Presidente della Commissione Atleti del CIO, nella riunione in cui si pose il problema degli aventi diritto all’alloggio nel villaggio olimpico di Rio 2016, la prima Olimpiade per il golf moderno.

Il villaggio ospita gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnici; ma la figura del caddie non ha omologo negli altri sport. Fredericks disse solo una frase: «They are part of the team». E nessuno osò controbattere.

Per finire, un altro ricordo e una riflessione: quando avevo vent’anni, giocai una Pro-Am con Bernard Langer, che mi chiese di seguirlo sul Tour come caddie, perché gli dava fiducia vedermi custodire l’asta sui suoi putt (aveva imbucato due volte da lontano).

Declinai, non ci pensavo nemmeno; e feci un errore, ovviamente. Andare in campo con un professionista di alto livello, seguirlo sul Tour, respirare “da dentro” l’emozione e la tensione di una gara può essere un’occasione per gli aspiranti professionisti.

Vedo che alcuni giovani, invece, sfruttano l’opportunità, quando si presenta: un ottimo completamento della preparazione sia per i giocatori sia per gli insegnanti e un contributo importante al “loro” giocatore.

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