In Toscana con amore

Redazione On Line by

Tom Weiskopf, sedici volte vincitore sul Tour (compreso l’Open Championship 1973) si è innamorato dell’Italia da quando ha firmato lo splendido campo di Castiglion del Bosco, gioiello della sua corona di progettista, insieme con Loch Lomond.

Lo chiamavano “Towering Inferno”, perché in campo non sempre teneva a freno il suo carattere, contenuto a stento in un fisico imponente.

Ma, sia pure con qualche intemperanza di troppo, questo signore gentile e sorridente, che ha distribuito con un po’ di fatica i suoi 191 cm di altezza in una delle eleganti poltroncine della Cigar Room di Castiglion del Bosco, ha incasellato sedici vittorie sul PGA Tour fra il 1968 e il 1982, vivendo nel 1973 un anno letteralmente magico: sette tornei vinti, con la perla rappresentata dal successo nell’Open Championship al Royal Troon, che lo proiettarono al secondo posto della classifica mondiale all’epoca stilata dalla IMG di Marc Mc Cormack, il manager che contribuì in maniera decisiva al successo del golf.

Fuori della raffinata Cigar Room si snoda il suo gioiello, l’unico campo privato d’Italia, da lui disegnato su incarico di Massimo Ferragamo, adagiandolo con grande rispetto del paesaggio fra le colline da cartolina di Montalcino, patria del Brunello.

Quarantacinque anni dopo quella vittoria, ottenuta su fuoriclasse come Jack Nicklaus e Johnny Miller, Ferragamo ha deciso di organizzare un evento speciale, il “Weiskopf Invitational”, che ha richiamato in gara da ogni parte del mondo i soci del club, per celebrare sia il campione-architetto, sia il completamento delle strutture annesse, come la splendida club house.

Si fa fatica a riconoscere nel pacato interlocutore, con i suoi insospettabili 75 anni, l’esplosivo giocatore che reagiva platealmente a qualche errore sul campo.

«Il fatto è che non amando la mediocrità avevo sempre grandi aspettative; e quando sbagliavo reagivo così», ricorda Weiskopf con un sorriso. «I miei antenati provenivano dalla Germania, come testimonia il mio cognome; ma evidentemente nei miei geni deve esserci qualcosa di spagnolo o, chissà, di italiano. Per fortuna, non sbagliavo poi molto spesso, specie nel ’73».

E non solo nel 1973, se è vero che, oltre ai trofei già ricordati, ci sono anche quattro secondi posti al Masters, un secondo all’US Open e la vittoria nell’US Senior Open nel 1995.

Poi ha preso quota anche una notevole carriera da progettista. Ha firmato più diquaranta campi, fra cui quell’esclusivo capolavoro che è Loch Lomond, in Scozia.

L’Italia l’ha scoperta, innamorandosene, quando, consigliato da un amico, Massimo Ferragamo lo ha cercato per il progetto Castiglion del Bosco.

«Era la prima volta che venivo in Italia», ricorda, «partendo da Scottsdale, in Arizona, dove vivevo allora.

Da lì a Minneapolis, poi Amsterdam e, infine, Firenze, per poi ritrovarmi in questo posto che sembrava fatto apposta per creare un grande campo.

Qui il paesaggio offre tutto quello che un architetto può desiderare. Ho incontrato Massimo Ferragamo, ho studiato il territorio, ho fatto le rilevazioni. La missione era chiara: realizzare un gran campo, ma rispettando il paesaggio».

Tornato negli Stati Uniti, Weiskopf ha elaborato con i collaboratori del suo Studio diversi progetti, attenendosi alle consegne.

Anche se, magari, non si aspettava che l’attenzione ai dettagli del committente si spingesse tanto avanti. «Una volta scelto il progetto, siamo passati alla fase esecutiva.

Quando ho riferito a Ferragamo che avrei usato per i bunker la stessa sabbia granulare bianca usata nei migliori campi americani (come l’Augusta National), lui mi ha bloccato: “Niente sabbia bianca”, impose. “Stonerebbe con il contesto”.

Avrebbe dovuto essere beige, come il colore della pietra delle case toscane. “Oh my God”, pensai tra me. “E adesso dove la trovo?”

Abbiamo dovuto fare lunghe ricerche per trovare una sabbia beige che avesse, al microscopio, la stessa struttura di quella che intendevo io.

Alla fine l’abbiamo trovata, ma in Germania. Da lì sono arrivati circa 15 camion di sabbia per i nostri bunker».

Weiskopf, nonostante la lunga esperienza di progettista, confessa di aver affrontato con qualche timore l’ispezione finale, fatta con Ferragamo a campo ultimato.

«È stata una lunga e meticolosa ispezione», ricorda. «Siamo stati in giro non meno di 6/7 ore, analizzando ogni dettaglio. Massimo Ferragamo non gioca a golf, ma proprio per questo voleva capire a fondo il percorso e voleva verificare che avessimo rispettato rigorosamente il paesaggio, come ci aveva raccomandato. Mi aveva anche chiesto di lavorare con tecnici italiani e devo ammettere che hanno fatto un lavoro splendido, in particolare l’architetto Marco Battagia e il superintendent Pietro Binaghi. Quando, al termine del lungo giro ci siamo stretti la mano, è stata una grande soddisfazione per me. E adesso tornare in Italia è ogni volta una grande gioia. È diventato il mio posto preferito. Qui avete tutto: arte, borghi, moda, cibo, belle donne».

Mentre Mrs Laurie Weiskopf sottolinea con ironia quell’ultima annotazione (“belle donne”…), c’è modo di cambiar discorso andando su uno degli argomenti di maggior attualità nel golf mondiale: la strapotente lunghezza dei colpi dei campioni che, ormai, ridicolizzano quasi ogni campo.

«È cambiato tutto, anche troppo, inutile nasconderlo. Ormai il golf è un gioco differente rispetto ai miei tempi. Un dato: nei miei ultimi tre anni di carriera, nei primi anni Ottanta, sono risultato, rispettivamente, quarto, sesto e ottavo nella driving distance, con una media di 250 metri. Oggi sono più lunghi di almeno 45 metri, mi batterebbe anche una donna. Non si può, e non si deve, fermare l’evoluzione tecnica dei materiali di ferri e legni, ma la palla va cambiata. Non si può certo continuare ad allungare i campi».

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