Il buono, il golf e il cattivo

Giuseppe De Filippi by

Giocare male e giocare bene, insieme, è possibile; anzi, è ciò che succede a tutti (ciascuno secondo le proprie possibilità e ciascuno secondo i propri meriti) e ogni volta che mettono la pallina sul primo tee.

Il golf è fatto di questa meravigliosa convivenza tra il buono e il cattivo e riesce a far stare assieme ottime e pessime esecuzioni in tempi strettissimi e in spazi contigui, quindi all’interno di una singola buca: un colpo dopo l’altro e cambia il mondo.

Anche gli altri grandi giochi ci riescono: succede nel tennis (punto costruito alla perfezione e poi braccino malandrino per il banale colpo che doveva essere risolutivo) o nel calcio (azione, dribbling, cross perfetto e poi sbaglio nel deviare a porta vuota).

Succede a tutti, anche ai Numeri 1 del mondo.

Perché i giochi sono necessariamente anche un mistero, altrimenti sarebbero solo, e banalmente, sport.

I giochi servono a sfidare il genio stupido (è giornata di quasi-ossimori) dell’umanità. Prendete uno dei giochi più antichi del mondo, gli scacchi.

Lì, apparentemente, c’è poco da inventare, fuori dalla complessità (che è tale per il numero enorme di combinazioni possibili e non per le regole o il movimento dei pezzi, entrambi banali e di cui veniamo in possesso in pochi minuti); c’è solo, per modo di dire, da provare a condurre una strategia, che poi è necessariamente probabilistica dal momento che non riuscirete mai a processare tutti gli sviluppi possibili.

E si sbaglia, pur avendo tutto squadernato sotto gli occhi. E si cade nelle trappole, si soccombe alla paura, ci si fa prendere da entusiasmi pericolosi.

Il genio c’è, ma è anche stupido.

Ecco, il golf resterebbe complesso (forse meno divertente, ma non è detto) anche se irregimentato, come la guerra venne trasformata in gioco e chiusa dentro a una scacchiera.

Chiediamoci cosa succederebbe se usassimo strumenti infallibili invece di complicarci la vita con l’uso dei bastoni ammessi dalle Regole del Golf, e quindi superando il paradosso di utilizzare strumenti efficienti, come ci dicono le pubblicità dei produttori, ma non completamente e assolutamente efficienti, altrimenti (forse) ci leverebbero parte del divertimento.

Non so, un cannoncino portatile e regolabile nell’intensità del colpo, computerizzato, dentro al quale inserire la pallina e che quindi poi esegua esattamente la parabola che abbiamo pre-impostato.

Magari potremmo limitarne la potenza per rendere impossibile il superamento dei colpi da star del tour, quindi poniamo non più di 300 metri.

Con la mentalità di uno scacchista potremmo dire che il golf sarebbe interessante lo stesso.

E che le sfide, magari con distacco minimo, un colpo su 18 buche, resterebbero avvincenti.

Sarebbe un golf depurato dagli errori di esecuzione ma non da quelli di strategia e dalle trappole della percezione e della psicologia.

Appunto: la battaglia ripulita da sangue, urla e paura e cristallizzata sulla scacchiera.

Chissà, magari qualcuno ci penserà, e proporrà aggeggi del genere per consentire al giocatore qualunque una specie di “Tour experience”.

Con anche l’obiettivo di impedire che si maledica la sfortuna o chissà quale improvvisa distrazione.

Dovrete solo scegliere, impostare e far volare la palla. Una specie di golf dei videogiochi ma con in più, oltre ai problemi strategici, le variabili del vento, delle pendenze, dei rimbalzi.

L’essenza di un grande gioco sta proprio nel suo riuscire a resistere alle semplificazioni.

E anche in green si potrebbe andare avanti così, non più col cannoncino ma con qualche altro strumento meccanico in grado di far rotolare la palla secondo precise istruzioni.

Si continuerebbe a sbagliare, certo; ma sfiorando la perfezione. Forse per scoprire che, appunto, la perfezione non esiste.

E, soprattutto, non è roba nostra.

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