I miei tee shot da 440 metri

Redazione On Line by

Va bene: non è golf, ma solo spettacolo. Così almeno sostengono i puristi del gioco. Però, sotto sotto, tutti sognamo un albatross su un par 5.

E Maurice Allen, campione mondiale di Long Drive sarà anche un giocoliere dei fairway, però la tira maledettamente lontano. E un po’ di invidia ce la fa…

 

di Guy Yocom

foto di Nathaniel Welch

 

«Indosso Rolex, porto anelli di diamanti, mi sposto in jet, vado in giro in Limousine, sono un gran figlio di pu***na, mi do da fare e non riesco a stare fermo!», ho gridato a squarciagola al pubblico di un canale nazionale TV quando ho vinto il Volvik World Long Drive Championship, a settembre. La frase è una citazione di Ric Flair, ex-wrestler professionista che più di ogni altro, insieme a Muhammad Ali, ha saputo diventare il miglior agente di se stesso. Il Long Drive è uno sport. Ma è anche intrattenimento. E la folla è andata in delirio.

A dire la verità non indosso un Rolex. Sì, ho un paio di anelli con diamanti che vengono dal periodo in cui ho gareggiato in Europa, ma le pietre sono molto piccole. Non sono mai salito su un aereo privato in vita mia e non viaggio in limousine, ma guido un pick-up della Nissan. Faccio una vita semplice. A casa mia non ho nemmeno la TV; non vado alle feste e non ho mai toccato un goccio d’alcol in vita mia. Non mangio dolci. Non prendo medicine (se non una volta: gli antidolorifici dopo un’operazione). Vado in chiesa. A volte atleti e celebrità sono un po’ più scatenati di quanto si dimostrino in pubblico: per me è l’esatto contrario.

Amo giocare di sera. Il fatto che il World Long Drive Championship si svolgesse in prima serata era perfetto per me. Prima, quando ero iscritto alla Florida Agricultural and Mechanical University e facevo running, durante la settimana mi piaceva andare in pista di sera e allenarmi insieme alle squadre di danza e alle cheerleader, con le luci che illuminavano il campo. Mi piaceva il senso di anticipazione che si respirava nell’aria in attesa della gara. Quando ho fatto il mio ingresso al World Long Drive Championship e ho visto le telecamere della televisione, le tribune gremite e le luci che illuminavano il campo di gioco, era come se tutta l’energia di quel posto si trasferisse a me. Ho pensato: “Questa è casa mia”.

Gira tutto intorno al driver. È inevitabile. Perfino nei centri Topgolf chi non ha mai giocato si stanca presto di cercare di centrare la buca più vicina con un sand wedge. D’istinto sceglie il driver e cerca di raggiungere la parete più lontana, specialmente dopo qualche bicchiere. Perché sui campi pratica i giocatori tirano principalmente con il driver? Perché siamo capaci di spendere anche 500 dollari per un driver ma solo 150, al massimo, per un sand wedge, anche se lo usiamo di più? Tutti amano il gioco lungo; e lo ameranno sempre.

Nel 2010 ero un principiante e giocavo solo ogni tanto con i miei cugini a Tallahassee (in Florida). Durante uno dei miei primi giri ho rotto un ferro di un set di seconda mano che aveva almeno dieci anni. L’ho portato a un vicino negozio di golf per farlo riparare (allora studiavo alla Florida A&M e avevo pochi soldi) e il rivenditore mi ha suggerito: «Non voglio insistere, ma credo che tu abbia davvero bisogno di qualche bastone nuovo». Ho acconsentito; mi ha portato al simulatore e mi ha dato un ferro 7. Al mio primo colpo la distanza registrata è stata di 220 metri. Il negoziante mi ha fissato per un attimo e mi ha chiesto: «Fallo di nuovo». Anche il secondo colpo è arrivato a 220 metri. Le sue parole successive sono state: «Hai mai sentito parlare del “Long Drive”?». Gli ho risposto di no. Allora lui ha replicato: «Stasera ci sarà una gara a Wildwood. Fatti un regalo: vacci!». Poco dopo un tizio di nome Steve Harrison mi ha dato ottanta dollari e un driver che aveva ricevuto dal giocatore professionista Kenny Knox. Mi ha spiegato: «Con quaranta dollari puoi avere sei palline. Vediamo cosa succede». Durante la gara ho colpito le sei palle e nessuno le ha viste venire giù. I giudici si parlavano dai walkie-talkie, e tutto ciò che ho sentito è stata una voce roca che gracchiava: “Non vedo niente”. Stavo per andarmene quando una signora mi si è avvicinata e mi ha detto: «Ti do quaranta dollari per vederti tirare altre sei palle». Aveva il sospetto che finissero tra gli alberi oltre il campo di gioco, che terminava a 360 metri. I giudici non riuscivano a trovare le palle perché fino a quel momento il drive più lontano era stato di 320 metri. Quando sono andati a cercare le mie, ne hanno trovata una a 355 metri. Ma era di 15 centimetri fuori dal limite lateraleo e quindi il colpo non era valido. Avevo finito sia le palline sia i soldi e così me ne sono andato.

Quell’esperienza mi ha fatto pensare che forse avevo del talento. Presa la laurea in biologia e lasciata la Florida A&M mi sono iscritto alla Life University, una scuola per chiropratici a Marietta, poco a nord di Atlanta, in Georgia. Avevano una convenzione con un campo pratica della zona: al costo di venticinque dollari per trimestre dell’anno scolastico, uno studente poteva tirare quante palle voleva. Ho sfruttato al massimo quell’opportunità. Colpivo palline per tutto il giorno, tutti i giorni, fino a quando non ero in grado di prevedere in modo abbastanza accurato dove sarebbe andato a finire il colpo. Al campus si è sparsa la voce e la scuola mi ha sponsorizzato per partecipare a una gara che rappresentava l’ultima opportunità per qualificarsi al World Long Drive Championship del 2010 a Mesquite, in Nevada. Ho perso; e il giocatore che mi ha battuto, Joe Miller, avrebbe poi vinto il campionato. Ritornato a Orlando seguivo gli aggiornamenti della gara in classe durante le lezioni. Ero ossessionato, furioso, perché pensavo che al suo posto avrei potuto esserci io.

Nel 2011 avevo smesso di frequentare i corsi. Tiravo per cinque ore di fila, pranzavo, poi tiravo per altre cinque ore. Erano tutti drive, tra i 1.500 e i 2.000 al giorno, e non mi prendevo mai un giorno libero. Dormivo solo quattro ore a notte (in realtà, anche oggi non dormo più di così) ed ero al campo entro l’alba. A volte, dopo aver tirato per dieci ore, tornavo a casa e crollavo; però poi mi svegliavo durante la notte e correvo in un PGA Superstore per fare altri colpi al simulatore. Probabilmente non era uno stile di vita molto salutare. Ho fatto a pezzi il mio corpo. Ho avuto un distacco delle teste delle coste, sia a destra che a sinistra. La pelle delle mani si era consumata al punto da farle sanguinare, perché non avevo mai pensato a usare delle fasciature protettive. Mi sono venuti i calli e poi dei noduli permanenti sotto i calli. Una volta la mano destra mi è scivolata e ho rotto il mignolo. Ancora oggi, quando mi preparo a tirare, tengo l’indice della mano sinistra verso l’esterno: non è un vezzo, ma un’abitudine che mi è rimasta da quando dovevo evitare che quel dito toccasse il mignolo rotto.

Julius Erving, il grande cestista americano noto in tutto il mondo come “Doctor J”, è un vecchio amico di famiglia e per me è come uno zio. Nel 2014 stavo pensando di smettere con il long drive: guadagnarsi da vivere facendo questo sport può essere dura e non stavo avendo molto successo. “Zio” Julius aveva capito che mi stavo demoralizzando e per tirarmi su il morale mi ha invitato a una partita al TPC Sawgrass con lui e altri due “mostri sacri” del basket USA, George Gervin e Artis Gilmore. Aveva anche accennato al fatto che forse ci avrebbe raggiunto un quinto giocatore, anche se non aveva detto chi fosse. Alla seconda buca, un par 5, sono da solo sul tee più lontano e mi preparo a colpire quando sento un cart che si avvicina. E una voce profonda che tuona: «Ho sentito che state cercando un quinto». Alzo lo sguardo ed è Calvin Peete. Se sei afroamericano e sei un golfista, Calvin Peete è una leggenda, quasi quanto l’icona del baseball George Herman “Babe” Ruth. Gli ostacoli che ha superato per diventare uno dei più grandi golfisti degli anni Ottanta (dodici vittorie sul PGA Tour, quattro Top Ten nei Major, la Ryder vinta nel 1983), fanno della sua vita una tra le più ispiratrici nella storia dello sport. Persino Erving, Gervin e Gilmore lo trattavano con molta deferenza, come fosse una persona di tutt’altro livello. Peete non poteva giocare, perché era già gravemente malato di tumore ai polmoni. Ma è stato tutto il giorno con noi sul campo dove aveva vinto il Players Championship nel 1985, facendomi i complimenti, raccontando storie e aneddoti e dandomi molti consigli. E io ho giocato in modo spettacolare, mandando la palla a distanze a cui nemmeno io pensavo sarebbe arrivata. Quando stavamo giocando ormai da un po’, mi prese in disparte: «Giovanotto», mi disse, «durante la mia vita nel golf ho visto molte cose e credo che tu abbia l’opportunità di fare qualcosa di molto speciale. Voglio che tu mi prometta che non mollerai mai». Feci quella promessa con un po’ di timore. Peete morì nel giro di un anno. Dopo di allora ci furono momenti duri, ma quando le cose si facevano difficili pensavo a quel gesto di Julius Erving e alla promessa che avevo fatto a Calvin Peete. Non c’era modo che smettessi di giocare.

Non ho vinto il World Long Drive Championship solo per fare spettacolo “alla Ric Flair”. Sapendo da dove vengo, sotto c’è uno scopo molto più importante. Voglio usare la mia influenza e le mie capacità per far crescere questo sport. Non soltanto per i 150 tiratori che giocano, ma anche per le persone comuni e per i giovani. Il long drive è una disciplina individualista piena di persone altruiste che farebbero di più se questo sport fosse più popolare e diffuso. Voglio farlo crescere e fare in modo di ampliare la nostra notorietà. Alla cerimonia di presentazione ho promesso di donare quattro borse di studio da 5.000 dollari per i ragazzi della Maynard Evans High School di Orlando. Sto cercando altri cinque benefattori che diano la stessa somma per ogni borsa di studio, così che ciascun ragazzo ottenga 30.000 dollari e abbia una concreta possibilità per realizzarsi nella vita. Credetemi, quei ragazzi ne hanno bisogno.

Vengo da una famiglia benestante. Mio padre, Jessie Allen, era direttore generale dell’Orange County Convention Center, un grande Centro Congressi multifunzionale di Orlando. Mia madre era Senior Project Manager alla NASA. Il mio patrigno era il preside di una scuola media locale e lavorava con ragazzi con difficoltà sociali. La mia matrigna era direttrice del Dipartimento Parchi pubblici della città di Orlando. Alle Superiori guidavo una Mercedes-Benz E320. Ero un ragazzo sveglio e ho terminato gli studi con un voto decisamente alto (3,89 Grade Point Average. Nel sistema scolastico americano il GPA finale è un valore che indica la media dei voti e va da 1 a 4, ndr) Non sono sicuro che tutto questo venga fuori quando parlano di come mi sono fatto da solo nel golf e mi si vede battere le mani e fare una performance “alla Ric Flair”.

Non volevo dipendere economicamente dai miei genitori. Sono stato io a scegliere la carriera da Long-driver piuttosto che quella di biologo o chiropratico. Ci sono stati momenti difficili. Nel 2012 per un po’ sono rimasto senza casa, dormivo in macchina o, se riuscivo, dai miei amici. Una volta mi sono addormentato sul divano di un amico e al mio risveglio avevo il naso in una pozza di pipì di cane. Quando mi si è rotta la macchina, facevo tre chilometri a piedi per andare ad allenarmi. E altrettanti al ritorno. Ho fatto la doccia nei circoli, andavo a eventi di beneficenza e mi riempivo le tasche di panini, facevo di tutto.

Nel 2015 ho gareggiato nel Long Drivers European Tour. Ho vinto gare in Svezia, Belgio e Italia e sono diventato il Numero Uno al mondo soprattutto per i risultati ottenuti fuori dagli Stati Uniti. Viaggiando per il mondo mi ha favorevolmente colpito il fatto che in molti Paesi le televisioni dedicano alle proette tanto spazio quanto agli uomini: i tifosi conoscono e parlano in egual misura sia degli uni che delle altre. In America, invece, le competizioni maschili ricevono molta più attenzione. Immagino che sia una questione di diversa mentalità.

Essendomo laureato in biologia, ho imparato quanto veramente fragile sia la vita. Il delicato processo di omeostasi nel nostro corpo, la continua duplicazione e correzione che avviene in ogni essere vivente, è una danza che può essere con facilità alterata o distrutta. La laurea in questo campo mi ha aiutato ad avere un atteggiamento umile nei confronti della vita. Ma ho anche imparato abbastanza nozioni da spaventarmi sul serio quando leggo articoli su virus pericolosi o sull’utilizzo scriteriato e spesso troppo disinvolto di antibiotici.

Phillis Meti, che ha vinto l’edizione femminile del World Long Drive Championship per la terza volta, è un ottimo esempio di forza sviluppata in modo naturale, ascoltando il proprio corpo. Viene dalla Nuova Zelanda, è di discendenza Maori ed è cresciuta pagaiando nelle acque del suo Paese. Ha sviluppato una forza naturale in tutto il corpo che sembra quasi irreale. Tempo fa mi ha messo le mani sulle spalle e poi ha iniziato a stringere la presa. È una persona gentile e stava soltanto scherzando, ma io davvero non riuscivo a muovermi. Mi sentivo estremamente a disagio e in grande imbarazzo, così le ho chiesto di lasciare la presa. Cosa che ella ha fatto subito, quasi a scusarsi.

All’inizio della serata del World Long Drive Championship ho incrociato Phillis e le ho fatto l’occhiolino. Alcune notti prima avevo avuto una premonizione, un sogno molto realistico, in cui ho visto che vincevamo entrambi. Il sogno era molto preciso e dettagliato. Vedevo com’ero vestito, scarpe incluse, e sapevo che al momento della mia vittoria sarei stato seduto. Il che è esattamente ciò che è successo. Nel match finale ho tirato per primo. E quando Justin Moos ha tirato e non mi ha superato (il drive vincente di Allen è stato di 360 metri, ndr), il sogno si è realizzato. Molte persone non credono nelle premonizioni e ritengono che chi sostenga di averle si lasci condizionare dalla propria mente. Ma io sono sicuro che siano reali.

In un duello testa a testa voglio essere il primo a tirare. Se tiro una palla all’interno del campo, questo mette un’enorme pressione sul mio avversario, anche se il colpo non è molto lungo. La sua priorità, infatti, diventerà automaticamente fare un tiro preciso, piuttosto che potente. So che funziona così perché mi sono trovato in entrambe le posizioni. In più, se la palla oltre che rimanere in gioco è anche lunga, l’altro è davvero spacciato. Non potrà fare altro che tirare e sperare, e nemmeno questa è una bella situazione in cui trovarsi. Tirare per primo, però, ha anche i suoi svantaggi. Se tiro per primo e quando mi rimangono solo due palle non ne ho messa nemmeno una in gioco, allora sono io a essere incredibilmente sotto pressione perché, a questo punto, si gioca tutto sulla precisione, non sulla potenza.

Sono il Long-driver migliore del mondo? No. Lascio questo onore a Will Hogue, che – soltanto nel 2018 – ha vinto ben tre competizioni World Long Drive. Ma sono stato il migliore al Volvik World Long Drive Championship a settembre e potrei benissimo esserlo di nuovo la prossima volta. Credo nel destino. Ho vinto la settimana in cui ero destinato a vincere. L’ho fatto tirando il “mio colpo”, quel tiro in cui si concentra tutto il mio potenziale. Ogni Long-driver ha il “suo” colpo, con un determinato volo di palla e una determinata velocità che secondo lui ne fanno un tiro imbattibile. Che abbia tirato il mio colpo al momento giusto non è stata fortuna, ma c’erano in gioco sufficienti situazioni esterne da farmi pensare che fosse possibile che accadesse.

Dieci anni fa un giocatore con una velocità della testa del bastone di 220 km/h e una velocità della palla di circa 300 aveva praticamente il titolo mondiale di Long Drive assicurato. Oggi quelle cifre non ti posizionerebbero nemmeno tra i primi 15. Se non hai uno swing da 230 km/h con una velocità della palla di 350 non sei nemmeno in gara. E probabilmente c’è una settantina di giocatori il cui swing è a quelle velocità e che hanno una qualche possibilità di vittoria.

Mi piace immaginare quali saranno i numeri e le distanze dei colpi tra dieci anni. Quando facevo running, ho imparato che gli esseri umani, se usano solo braccia e gambe, sono limitati dalla gravità. L’introduzione dei blocchi di partenza, di piste più adeguate e di tacchetti più leggeri ha aiutato, ma rimangono sempre la gravità e la resistenza del vento. Nel golf, invece, quando usi attrezzi come il bastone e la palla, il potenziale diventa quasi illimitato. Abbiamo già visto drive da 450 metri. Tra dieci anni, con l’aumento della statura media dei giocatori e con un’attrezzatura sempre più tecnologica e avanzata, i 550 metri potrebbero non essere impossibili. E forse anche di più. Non credo nei limiti.

Durante il BMW Championship dello scorso settembre, eravamo all’Aronimink GC (sede del torneo) per attirare l’attenzione dei media. Mi trovo in campo pratica e mi viene incontro Chesson Hadley, tutto eccitato per aver visto la mia vittoria su Golf Channel. Poi arriva Brooks Koepka, che mi prende in giro per aver studiato alla Florida A&M (lui ha studiato alla “concorrente” Florida State University) e per essere riuscito a fare un gran colpo solo all’ottava palla. Gary Woodland, Tony Finau, Jason Day e persino Fluff Cowan (adoro Fluff) si sono tutti fermati per congratularsi con me e fare due chiacchiere. Non pratichiamo esattamente lo stesso sport, ma facciamo parte comunque del medesimo ambiente; e il fatto che i giocatori professionisti di golf tradizionale mi conoscano e rispettino quello che faccio mi dà una grande soddisfazione.

Faccio un Long-driver per mestiere, ma vorrei essere abbastanza bravo da giocare in modo tradizionale a livello professionistico. Il mio risultato migliore è un 67 al Blue Monster del Doral, ma era prima che ristrutturassero il campo e spostassero molti dei bunker dei fairway così lontano che nemmeno io riesco a superarli. In realtà non sono nemmeno un giocatore scratch. Ho ancora molta strada da fare. Se riuscissi a qualificarmi per qualsiasi Tour, anche minore, lo considererei un enorme successo. Non si dà abbastanza credito ai giocatori che riescono ad arrivare sui Tour minori. Gran parte degli amateur non ha idea di quanto devi essere bravo per poter giocare anche nelle competizioni meno importanti. Il golf professionistico è lo sport più duro al mondo.

Ci sono diversi tipi di colpi lunghi. Anche se il mio driver Krank ha un loft di un solo grado (gran parte dei tiratori regolano i loro driver a 4 o 5 gradi), il mio punto forte è la distanza che riesco a far coprire alla palla in volo. Il drive da 440 metri che mi è valso la vittoria al Mile High Showdown ne ha fatti 410 in aria. Sinceramente credo di essere il giocatore con il volo di palla più lungo al mondo.

A una gara della Long Drive World Series a Londra nel 2017 il terreno era così impregnato d’acqua che i giocatori faticavano a tenere la palla sul tee. La mia continuava a cadere all’apice del mio backswing, il che era estremamente frustrante. E c’era anche un problema con lo shot clock. Mi sono arrabbiato e ho urlato contro gli organizzatori, andandomene e chiudendomi in hotel per due giorni. Ho perso quella battaglia mentale. Al Mile High Showdown, dove ho tirato quel drive da 440 metri, mi hanno chiamato sul campo di gioco un po’ troppo presto e questo mi ha innervosito. Ma ho continuato a ripetermi: “Ricordati di Londra”. Ho ripreso il controllo e vinto la gara. È importante imparare qualcosa da ogni esperienza, positiva o negativa che sia.

Ho un altro messaggio per i giovani: siate immortali! Nel film “Il Gladiatore”, uno dei protagonisti, Proximo, afferma: «Noi mortali non siamo che ombre e polvere». Significa che se non facciamo qualcosa di importante, saremo vissuti per nulla. Spiego sempre ai ragazzi che il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di lasciare il mondo in condizioni migliori di quelle in cui lo abbiamo trovato. Questa è un’eredità che non potrà mai essere cancellata e che ci rende immortali.

A proposito di immortalità, un paio di anni fa ho avuto un incidente d’auto. Un tizio mi ha tamponato a quasi 60 chilometri all’ora. Il mio primo pensiero è stato chedermi tra me e me se avevo messo i bastoni nel bagagliaio. Il che è folle, perché potevo essermi fatto male alla schiena o preso un colpo di frusta al collo che avrebbe potuto compromettere la mia attività. Per fortuna non mi sono fatto niente, ma questo dimostra quanto noi golfisti prendiamo sul serio il nostro sport. La prima cosa a cui pensiamo sono i bastoni.

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