Ecco cosa succede a un “one digit” che sfida il campo del “The Players”

Redazione On Line by

di David Owen

Ai primi di marzo sono stato al TPC Sawgrass, sede del PGA Tour, per giocare sullo Stadium Course dai tee che i professionisti usano durante il Players Championship.

Il giocatore medio non si rende davvero conto dell’abisso che c’è tra noi amateur e i professionisti che vediamo in televisione.

Al contrario di quanto si pensi, la differenza tra noi e loro non sta nello scarto che c’è tra i nostri handicap e un handicap zero.

Ma è la stessa differenza che c’è tra i pattini a rotelle e un’auto di Formula 1.

È una lezione che avevo già imparato, una volta per tutte, otto anni fa, quando – sempre per conto di Golf Digest, come quest’ano a Sawgrass – ero andato a provare il campo di Pebble Beach giocando dai tee utilizzati durante lo US Open.

Nonostante a quei tempi il mio handicap fosse 6, non ero andato oltre a quello che mio padre e i suoi amici definivano un “even par” (nel mercato obbligazionario “par”, ovvero il valore nominale, equivale a 100).

Quindi mentre scaricavo dall’auto la mia sacca al Sawgrass, ho provato il forte desiderio di potermi trasformare improvvisamente in un’altra persona. Ma per il resto non mi facevo illusioni.

Se giocato dai tee usati durante il Players, lo Stadium Course è lungo poco meno di 6.630 metri, che secondo gli standard odierni dei grandi tornei è quasi poco.

Per me, invece, è una distanza infinita. Ho 63 anni, e il campo in cui gioco di solito, nel nord ovest del Connecticut, è lungo 5.120 metri se si fanno due giri (ha nove buche).

Ho iniziato a giocare a golf tardi, a 36 anni. Adesso il mio handicap è 7,9 e va peggiorando.

Ricordo molto bene come vent’anni fa non sapevo scegliere tra un sand wedge e un pitching wedge per tirare a 115 metri. Ora, per lo stesso colpo, di solito uso un ferro 8.

Il giorno prima di sottopormi alla tortura del percorso professionistico, ho affrontato lo Stadium Course dai tee di partenza più facili: i verdi, che un caddie si è ben guardato dal non chiamare più “i tee delle Signore” dopo esserselo fatto sfuggire la prima volta.

Da questi tee il percorso è lungo soltanto 4.596 metri, o dieci drive da 200 metri più corto del percorso da campionato. L’idea era che iniziando con il percorso più facile avrei potuto stabilire un’utile base statistica e allo stesso tempo fare un po’ di riscaldamento, di cui avevo un disperato bisogno: l’inverno dalle mie parti è stato molto rigido, e nei tre mesi precedenti avevo giocato solo due giri, mentre mi trovavo in California per altri motivi.

Questa è stata la mia prima scusa, ma non l’ultima.

Ho giocato per la prima volta a Sawgrass agli inizi degli anni Novanta. In genere è difficile riconoscere i campi da golf dalla televisione, ma quando l’anno seguente ho guardato il Players Championship alla TV, ho riconosciuto gran parte delle buche.

Da allora, molte sono state sottoposte a rifacimento e manutenzione, e il “disco volante” in legno e vetro che era la vecchia club house si è ora trasformato in una sorta di residenza estiva dei Medici; ma lo Stadium Course ha sempre lo stesso impatto visivo della prima volta.

Uno dei vantaggi di un green fee dal costo impegnativo (circa 500 dollari in piena stagione) sono i brividi di gioia che si provano nel riconoscere il percorso in televisione, il che non è una cosa da poco per un pantofolaio con la passione per il golf.

Sul percorso breve si è unito a me Alex Urban, che lavora nell’Ufficio Comunicazione del PGA Tour e ha un handicap molto vicino al mio.

Lo starter inizia il suo discorso di rito sulla scelta dei tee più appropriati in base alla distanza del proprio drive, ma noi decidiamo di saltare questa parte, perché il nostro tee di partenza è così vicino alla buca che dalla nostra posizione riusciamo a malapena a vedere gli indicatori.

Il fatto che il mio campo in Connecticut su cui gioco di solito sia minuscolo mi dà un vantaggio iniziale su Alex.

Quando giocatori con handicap basso arrivano al mio club e leggono le distanze indicate sullo score card, pensano a quanto sarà grandioso battere il record del campo al primo tentativo.

Poi accade invece, e non di rado, che facciano dei doppi e tripli bogey, finendo con un punteggio disastroso.

Come molti giocatori di golf, anch’io mi immagino spesso quanto sarebbe meraviglioso riuscire a tirare un drive lungo come quello di Dustin Johnson.

Quando giochi da una posizione di 120 metri più avanzata rispetto a quella di Johnson puoi certamente riuscire a tirare lontano quanto lui, se non di più.

Solo che poi, quando arrivi alla palla, ti rendi conto che la parte più difficile deve ancora venire.

I migliori giocatori al mondo hanno dei drive incredibilmente lunghi, è vero; ma non hanno solo quello.

Riesco a terminare la prima buca in par senza toccare il fairway né raggiungere il green nei colpi regolamentari.

Faccio par anche alla seconda, pur tirando un drive in un bunker del fairway; c’è da dire poi che non tutti considererebbero par 5 una buca da quasi 350 metri.

Ho con me il mio bastone preferito, un driver Nike 16° fuori produzione che è fondamentalmente un legno 4 con una testa grande.

Lo chiamo “Baby Driver” e di solito con questo riesco a tirare a circa 180 metri, una distanza utile per alcune buche del campo su cui sono solito giocare.

Durante il giro il vento soffia forte e costante e quando è alle nostre spalle col “Baby Driver” rischio di andare lungo.

Ma decido di usarlo lo stesso, impugnandolo corto.

Alex nel frattempo sta lottando contro il paradosso della buca corta.

Cerca di raggiungere il green dei par 4 con il primo colpo, dato che il suo drive è lungo abbastanza da riuscirci.

Ma le volte in cui sbaglia si trova in situazioni da cui è difficile uscire.

Quando i professionisti hanno cominciato a tirare dei tee shot sempre più distanti, gli architetti hanno cominciato a fare campi più lunghi.

Ma se l’obiettivo è rendere la vita difficile a chi tira lungo, questa soluzione è controproducente, perché i par 4 che mettono di più in difficoltà i tiratori lunghi spesso sono proprio più quelli corti, come la buca 10 del Riviera, la buca 3 dell’Augusta National e un paio dei par 4 dai tee più avanzati di Sawgrass.

Alla fine realizzo un punteggio di 40 sulle prime 9 buche; con un chip e tre putt faccio un doppio bogey che mi sarei potuto risparmiare alla buca 8 da 111 metri, dove ho tirato un tee shot che mi sembrava buono, fino a quando la pallina non è atterrata a 10 metri dal green.

Poi faccio un birdie alla 10 (vai così!), ma subito dopo faccio altri due doppi bogey.

Alex fa par a cinque buche di fila nelle ultime nove ed entrambi riusciamo quasi a fare birdie alla 17.

Se avessimo giocato una nassau io avrei vinto sulle prime nove e sulla somma complessiva, mentre lui avrebbe vinto sulle seconde.

Ma nessuno di noi due ha molto di cui vantarsi. Il mio punteggio è di 82, dieci colpi sopra il par. E ora, ai tee dei professionisti!

Il giorno dopo parto dai tee dei professionisti con Stewart Moore.

Anche lui lavora nell’Ufficio Comunicazioni del PGA Tour, ha qualche anno più di Alex, ma riesce comunque a tirare più lontano di lui.

Ha giocato a golf all’Università, una ventina d’anni fa, e poi ha gareggiato in vari tour minori.

Ha rinunciato al golf quasi completamente otto anni fa, quando è nato suo figlio, e ora gioca di rado. Ma non sembra, poi, così arrugginito.

Per me giocare con qualcuno bravo come Stewart ha lati sia positivi che negativi.

Da una parte sono incredibilmente sollevato dal fatto di avere accanto a me un giocatore che si sente a suo agio dai tee dei professionisti; dall’altra rischio di giocare davvero male quando devo misurarmi con qualcuno che ho appena incontrato e che ha 70/90 metri di drive più di me.

Tiro il primo colpo così forte che la pallina schizza quasi in verticale, in mezzo ad alcuni pini sulla sinistra, e così corto che io e il mio caddie l’abbiamo ritrovata solo dopo essere tornati indietro di una quarantina di metri rispetto al punto in cui avevamo iniziato a cercarla.

Poi, in sequenza: un punch, un top, un colpo rasoterra e una flappa (o qualcosa del genere), per un triplo bogey in sette colpi, anche se a me sembravano dieci.

Due buche dopo mi rendo conto che sto ancora indossando i miei occhiali bifocali (un’altra scusa), ma so che non è quello il mio vero problema. Stewart, invece, comincia molto bene.

Fa bogey alla prima buca, ma poi fa par per tre buche di seguito.

Più tardi mi rivelerà che mentre ci dirigevamo alla 5 aveva pensato: “Hmm…, soltanto un colpo sopra il par dopo quattro buche”.

Sul tee della 7 tocca a me per la prima volta tirare per primo, perché secondo Stewart “non puoi fare due shank di seguito e avere ancora il diritto di tirare per primo”.

In realtà toccherebbe comunque ancora a lui, perché il suo doppio batte il mio triplo, ma accetto lo stesso.

Una buona strategia per affrontare un percorso troppo impegnativo rispetto alle proprie capacità è quella di giocare i par 4 come fossero par 5 e i par 5 come fossero par 6.

Ed è quello che cerco di fare; ma dai tee dei professionisti spesso devo spingermi al massimo delle mie capacità anche soltanto per mettere la pallina in gioco.

Il tee della 15 è più arretrato di quasi 170 metri rispetto a quello da cui avevamo giocato io e Alex il giorno precedente; e tra le due posizioni c’è uno stagno circondato da alberi.

Mi servono due tentativi per arrivare sull’altra sponda, e poi mi metto in guai anche peggiori.

Finisco con un 9.

Le uniche buche in cui non ho giocato male sono stati due par 3 sulle seconde nove: la 13, dove ho fatto birdie con un putt di 18 metri in discesa che il mio caddie è riuscito a interpretare alla perfezione (anche lui ha giocato in tornei minori, prima di lavorare da Schwab); e la 17, dove ho mancato per pochi centimetri un birdie con un putt di 15 metri in salita (un colpo simile al precedente).

Al termine del giro ho segnato un punteggio di 111, 39 sopra il par.

Ho perso tre o quattro palline (o forse erano cinque).

Ho visto un’aquila calva, dei falchi pescatori e dei pellicani appollaiati su un albero.

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