È davvero un nuovo Tiger?

Redazione On Line by

Più disponibile, più gentile, meno distaccato? Tutte storie, svela un collega che lo conosce da anni. Perché, nonostante la pressione che subisce da venti stagioni, Woods è sempre stato così.

di Max Adler

Durante questa stagione in molti – tra giocatori, coach, giornalisti e operatori vari del settore – hanno più volte ripetuto di vedere un Tiger Woods cambiato, una persona diversa.

Il rientro, superati finalmente i tanti guai post-operatori, è stato convincente, con un discreto sesto posto al The Open (di Molinari), un significativo secondo al PGA Championship e una vittoria di prepotenza ad Atlanta, proprio una settimana prima della Ryder.

La prova un po’ opaca di Parigi, poi, non mette in discussione la nuova prospettiva di vita (agonistica) del campione americano. Trascinati dai risultati e dall’entusiasmo, in molti hanno sottolineato il “nuovo” Tiger: più amichevole, più disponibile, più alla mano. Una persona diversa, appunto. «Ecco, io credo che si tratti di un mucchio di caz**te», taglia corto un professionista del PGA Tour, dopo essersi assicurato l’anonimato.

«Certo, ci sono alcuni nuovi aspetti che mi hanno sorpreso», si affretta a puntualizzare il nostro Mister X. «Il “vecchio” Tiger in campo non avrebbe mai salutato i rookie, come invece l’ho visto fare a Tampa; né avrebbe atteso, sull’ultimo green, l’avversario che lo sconfigge per congratularsi con lui, come ha fatto a San Louis con Koepka, quando Brooks gli “ha soffiato” la 15a vittoria in un Major.

E neppure si sarebbe commosso per una vittoria, come invece è successo a East Lake, con il ritrovato successo nel Tour Championship. Sicuramente la prospettiva di non riuscire più a tornare ad alti livelli a un certo punto deve essergli sembrata spaventosamente concreta; e solo una volta arginata questa eventualità, lo spauracchio preso può averlo reso più disponibile.

Come anche avere finalmente un po’ di tranquilla ordinarietà nella sua vita privata, dopo il tumultuoso divorzio, potrebbe aver contribuito al nuovo “bravo ragazzo”.

Eppure, insisto: Tiger Woods non è cambiato per niente. Perché ciò che la gente non sa è che Tiger è sempre stato un bravo ragazzo. Ciò che una persona fa (o non fa) nella sua vita privata è un’altra questione.

Io posso assicurare, per esperienza personale, che Tiger Woods è uno dei pochissimi golfisti con cui è davvero piacevole farsi quattro chiacchiere rilassate, magari davanti a una birra. E per me è sempre stato così, fin da quando ero un esordiente alle prime apparizioni sul Tour. Lontano dai riflettori mediatici, nei momenti più informali, Tiger è una persona completamente diversa da quella che il mondo vede in TV e nelle interviste.

La maggior parte delle persone non ha idea di quanto sappia essere divertente. Ha un senso dell’umorismo molto acuto, sempre pertinente, quasi inglese: grande capacità di non prendersi troppo sul serio e grande autoironia.

È uno dei pochi giocatori americani che conosco che possa tranquillamente mescolarsi con gli europei. Diverse volte mi ci sono voluti quattro o cinque secondi per rendermi conto che mi stesse prendendo in giro, perché è capace di dirti le cose più stupide con un modo compassato e una compostezza impassibile, che lo prendi sul serio. Salvo poi scoppiare a ridere.

È fenomenale, poi, nell’affibbiare soprannomi ai colleghi: non posso rivelare il mio, ma sappiate che è lui che ha coniato “Rainman” per Bryson DeChambeau. Simpaticamente beffardo. Ma sempre ben disposto.

Tiger è una persona semplice. Gli piacciono gli scherzi un po’ infantili tanto quelli più cerebrali e intelligenti. Un esempio: a maggio, al Players, sono sul putting green e sto cercando di concentrarmi, quando una palla mi colpisce la scarpa. Alzo lo sguardo e vedo Tiger a una decina di metri che sghignazza. “Gli sarà sfuggita”, penso. Può succedere. E riprendo a concentrarmi. Bam: un’altra palla tra i piedi, stavolta un po’ più forte. Faccio finta di niente e ne arriva una terza. Stavamo per giocarci un torneo da undici milioni di dollari e lui faceva il cretino come un bambino di dieci anni. Ho raccolto le sue palle e le ho buttate in acqua. È scoppiato a ridere, gli piace quando qualcuno sa ribattergli a tono. È stato un piccolo sketch che ha sdrammatizzato la tensione. Per la cronaca lui, poi, ha chiuso in undicesima posizione, un’ottima prova.

Certo, è uno che non si fa problemi a insultarti: se sei oltre la 200a posizione nel Ranking e parli male di qualcuno, non esita a definirti uno str**zo davanti a tutti. Però ti aiuta sempre, se può: so di un paio di giocatori non americani che hanno ricevuto la Green Card (cioè il permesso di risiedere per sempre negli Stati Uniti) grazie alla mediazione di Woods.

Comunque, appena si apre la porta dello spogliatoio, il suo mondo cambia: ad agosto, al The Northern Trust, primo evento della FedEx Cup, sul retro della club house ci saranno state almeno trenta persone – nonostante fosse una zona interdetta al pubblico – che chiedevano a gran voce (e qualche spintone) un selfie con lui. Ho pensato: “Ma lasciatelo stare: non avete mai visto qualcuno entrare in macchina, prima? Cosa ve ne fate di una foto di mer*a fatta al volo con il telefonino…?”.

Per anni è stato messo su un piedistallo da milioni di fan e dalle multinazionali che lo hanno sponsorizzato. È normale che abbia perso un po’ di carisma per le sue vicende personali.

Ora assistiamo a questa manfrina che questo bagno di umiltà lo avrebbe cambiato: non è così!

Io e molti altri pro lo sappiamo bene. Alla fine, Tiger è a suo agio quando può semplicemente essere la persona che è sempre stato».

Ti potrebbe piacere...