Dame e cavalieri all’ombra degli Alberoni

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Una rassegna di foto storiche e di testimonianze allestita a Rialto ha aperto le celebrazioni per il compleanno del prestigioso Club Alberoni, nato nel 1928 per soddisfare una richiesta del magnate americano Henry Ford, sceso all’Excelsior con sacca al seguito. Ma inutilmente.

Quest’anno celebra i novant’anni il Circolo del Golf Venezia, il grande link italiano disteso tra mare e laguna, fondato nel 1928 agli Alberoni del Lido sulla “porta di mare” centrale della città-mito. Ha aperto le celebrazioni una rassegna di foto storiche e di testimonianze allestita al Fondaco dei Tedeschi, a Rialto, lo splendido palazzo frutto di una bella ristrutturazione, vetrina su tre piani di mille griffe in atmosfera oriental-veneziana. Sono seguite, sabato 21 luglio, una gara a quattro e cena celebrativa al Circolo, tavoli anche all’aperto di fronte alla club house protetta dalle quattro secolari tamerici frangivento. Gara a coppie la domenica. Saluti di soci e discorso del presidente Stefano Biondi, 57 anni, imprenditore veneziano, hcp 10.3, ex rugbista. «La ricorrenza», ha commentato, «è un’occasione per rievocare una storia golfistica gloriosa, fatta di passionalità, impegno umano e sportivo di dirigenti come il fondatore, conte Volpi di Misurata, Ottavio Croze, tutti i presidenti dall’apertura al dopoguerra, i soci e gli operatori che ci hanno preceduti in nove decenni. Ricordo maestri di grande talento come Scarso e Trentin; i player di ogni età, vincitori dal 1953 dei Leoni d’Oro e dal 1986 dei Leoncini; le nostre prestigiose gare sociali; gli ex bravi caddie, diventati giocatori di rango; tutti i dipendenti fedeli e generosi. E poi i tre Open, i numerosi tornei nazionali e internazionali, i giovani campioni di oggi. I padri di questo resort ci hanno lasciato un campo tra i più suggestivi d’Italia. È nostro compito conservarne la memoria e consolidarne il futuro». Ha allietato la serata un trio di virtuosi della Fenice (vocalist, tromba e chitarra) con pezzi di soul-jazz e motivi di musica classico-leggera, da Ennio Morricone a Nino Rota, da Whitney Houston a Mina. Ha poi onorato le celebrazioni, dal 25 al 27 luglio, il “Senior Women’s Invitation Europe vs North America”, dieci europee contro dieci statunitensi. Un altro evento è previsto in autunno.

Un gioco nel vento

Eccolo, il link mediterraneo diventato un po’ parkland, verdissimo nonostante la calura estiva. Par 72, richiede colpi attenti alla direzione del vento e all’angolatura di tiro. Ci inoltriamo nel percorso con Giorgio Gorin, 76 anni, “alberonino”di nascita, grande scuola di disciplina e impegno, prima apprendista-caddie, poi caddie di seconda categoria, quindi caddie di prima e, infine, buon hcp 5, protagonista di epiche gesta sportive e sociali. Disegniamo con colpi ideali le buche più suggestive, quelle che hanno deciso gloria o sconfitta in mille match-play. Il link ha i venti nel proprio Dna bora e borìn (il cugino minore della bora), contro i quali combattere nelle buche che puntano verso Nord come la 4, la 7, la 11 (rispettivamente hcp 3, 1, 2) e lo scirocco, meno impetuoso, in quelle di senso opposto. Il par 3 della 5, 190 metri, va preso puntando a stringere – ammoniscono i vecchi player – con colpo basso, per non salire e poi farsi strappare la palla dalla bora d’autunno che la porterebbe nel bosco di destra. Ed ecco la 8, driver più ibrido più pitch per i bravi, par 5 con acqua insidiosa nella parte finale a sinistra.

La mitica buca 9

La 9, par 3 di 150 metri, icona del campo, richiede un colpo cieco per scollinare oltre il terrapieno militare e finire in bandiera, spesso sotto un grande pino marittimo. Il duca di Windsor che girava il mondo di campo in campo con l’adorata moglie Wallis, per la quale aveva rinunciato al trono d’Inghilterra, la percorreva sempre di buon passo, accompagnato spesso dal pro Tullio Scarso che, nella foto di pag. 48, gli è accanto e spinge una bicicletta in salita. ««Target di rigore è l’ultimo ramo a sinistra», suggerisce Gorin; ma c’è sempre chi vuole strafare, con colpi che poi si spengono sotto il muraglione, subito al di là del segnale luminoso a pulsante che indica a chi è ancora sul tee shot che il green è occupato. Una volta al posto del segnale luminoso c’era una campana appesa a un ramo all’uscita dal green: dava via libera al team che seguiva con almeno un giocatore che avesse buon orecchio. L’ha ritrovata due anni fa Gianni Valdo, un tempo caddie e ora player di riguardo (in Francia fu al seguito di Costantino Rocca e a Gardagolf di Massimo Scarpa), testimone e coprotagonista dei loro successi. L’ha portata alla venerazione dei soci inserendola in una targa ricordo marmorea a celebrazione del 90°, adagiata ai piedi del muro del forte che lambisce il green. È l’eco bronzea di antiche emozioni che accompagnavano par e birdie col suono liberatorio del batacchio: “Noi ce l’abbiamo fatta. Ora tocca a voi…”. È simbolo di tradizione ed evoca nei seniores cento ricordi.

Quel fatidico ferro 6

Ci sono stagni al di là del sottobosco che in autunno si tinge di ruggine, costante il profumo dei pioppi, fiori e cespugli che amano l’acqua copiosa tra terra e mare, anatre selvatiche di passo e stanziali, qualche gabbiano, l’airone cinerino, fagiani e mille uccelli. In campo si sfidano i temporali estivi, gli improvvisi acquazzoni che lasciano poi spazio a un cielo azzurrissimo e a un bogey sofferto, tra l’Adriatico verde e la laguna argentea. Le seconde Nove sono del 1951, disegnate da C.K. Cotton. La 11 è il più suggestivo dei par 5. Punta verso Nord, sfida il vento e ha acqua a sinistra e a destra; con il secondo, il giocatore di media bravura mette la palla a 90 metri da un green incerto e difesissimo. All’Open del 1955 il presuntuoso olandese Flory Van Donck per il terzo colpo chiese al caddie Milcare un ferro 9. Tirava vento frontale. Lui gli propose il 6, cioè tre ferri in più. Seguì un battibecco con battuta in dialetto diventata leggendaria: “O ti zoghi il 6 o mi vado via e ti finisi da solo!”.Van Donck obbedisce, chiude col par e si porta a casa il trofeo.

Apprezzato dai campioni

Tra i campioni che hanno avuto parole di apprezzamento per il campo ricordiamo Seve Ballesteros, Lee Trevino, Sam Torrance e Arnold Palmer, che nel 1979 stabilì con 67 colpi il record del percorso championship. Ci giocarono player di tutto il mondo in visita alla Serenissima: il Duca di Windsor, Bing Crosby, l’autunno prima di mettere a punto la sua indimenticabile versione di “White Christmas”, il disco più venduto al mondo. Il percorso è da anni un’ambìta cornice per le finali di challenge, campionati e invitational di ogni tipo. Alla 14, prima del secondo colpo, col sole al tramonto che colora di arancione gli alberi del fuori limite, si vedono scorrere tra il verde i fumaioli dei battelli che escono in mare dal canale di Malamocco. Accanto al green ci sono i resti di un cancelletto. È la “Scala del Soldo”,il passaggio dal quale i signori golfisti dell’Excelsior o del Des Bains che non volevano rinunciare al bagno di mare, lo score ormai sottotono, potevano accedere alla riva per tuffarsi nel canale, allora limpido. Si cambiavano in un ripostiglio: zoccoli al posto degli spike e via in acqua.

Quei fantastici primi anni

Alla fine degli Anni Venti, Biarritz, Cannes, Deauville, Nizza, località di vacanza per nobiltà e alta borghesia, avevano prestigiosi campi di golf. Non lo trovò a Venezia, città della quale si era innamorato, il magnate americano dell’auto Henry Ford quando, sceso all’Excelsior, chiese dove potesse giocare. Anche Venezia attrae, in quegli anni, il turismo elitario d’Oltreatlantico che si riversa in Europa sulle orme degli intellettuali richiamati dalle suggestioni parigine. Il conte Giuseppe Volpi di Misurata asseconda il desiderio dell’inventore del “fordismo” (la produzione a catena) e trova un vasto terreno demaniale agli Alberoni, un insieme di stagni, rilievi sabbiosi, arbusti ed erbe battuti dal vento che evocava i links scozzesi. In effetti, non c’era un albero degno di quel nome perché gli alberoni, se mai ci fossero stati fino all’Ottocento, ora non c’erano più. Assegnano all’architetto Henry Cruikshak di Glasgow il compito di tracciare il percorso accanto a un forte austro-ungarico del Settecento (i resti, sommersi dall’edera, fanno ancora cornice al green della 9), successivo a un forte veneziano del 1650 che completava in laguna la catena difensiva della Serenissima. Quella vasta area sottostante era stata consolidata dalla risacca dell’Adriatico che in trecento anni aveva creato una distesa larga cinquecento metri tra il forte e il mare.

Nel 1929 l’Ufficio delle Fortificazioni del Corpo d’Armata territoriale di Udine concede alla Ciga (Compagnia Italiana Grandi Alberghi) l’uso del Forte degli Alberoni e territori adiacenti per un campo da golf. Cruikshak mette la partenza sui bastioni sovrastanti, si bonifica e dissoda, si adattano le scuderie a club house e si tira il primo drive. Le buche diventeranno 18 nel 1951 e prenderanno l’assetto definitivo nel 1974 su progetto del past president architetto Marco Croze. Dal 1930 gli Alberoni attirano i golfisti del bel mondo, un mix di nobiltà locale e di viaggiatori mitteleuropei che seguivano le orme del Gran Tour settecentesco, per intenderci quello evocato da Thomas Mann (ricordate “Morte a Venezia?”), da Goethe e da tutti i nordeuropei che col golf avevano dimestichezza da decenni. C’erano anche i “Settembrini”, quelli che prediligevano il mese in cui Venezia è splendida, attutiti i calori estivi, gente apprezzata da gondolieri, facchini, addetti ai servizi e caddie del campo perché generosi di mance.

La testata del periodico Lido, “organo degli interessi turistici di Venezia e Lido”, aveva accanto un motto in quattro lingue, sintesi del programma del sodalizio degli albergatori guidati dalla Ciga (e quindi anche del Circolo di golf). Diceva: Mondanità, eleganze (al plurale)e sports. Il numero 13 del 15 settembre 1931 annunciava il programma del II International Golf Tournament (cena finale all’Excelsior e Diner Dansantal Club) e passava in rassegna, con rispettive foto, le figure di alcuni partecipanti. Da Milano sarebbero arrivati i campioni Luzzato e Viganò; da Roma, la principessa Pignatelli; dalla Spagna, i Velasco e la signora Lopez; dall’Ungheria. il dottor Szàsz, facoltoso uomo d’affari. Affascinato dallo swing della nobildonna romana, il principe ereditario Umberto appare in una foto in alta uniforme mentre la osserva accanto al tee shot, diventato in quegli anni per ordine del Minculpop (Ministero della Cultura Popolare) un’italianissima “piazzuola di partenza”.

Presidente era in quell’anno…

In Italia il golf era cosa soltanto per signori. Il Circolo di Torino, a Mirafiori, nato accanto alla Fiat per assecondare la passione di clienti e fornitori anglosassoni, era presieduto da Sua Altezza Reale il Duca d’Aosta. I golfisti in tutta Italia erano meno di duemila. Per alto lignaggio dei presidenti, il circolo veneziano non fu da meno. Agli americani piaceva giocare con i rappresentanti delle 25 famiglie nobili della città, quanti erano i primi soci iscritti. Intrecciavano relazioni sapendo che è più facile trasformare un hcp 7 in conte che un conte in hcp 7. Dopo Giuseppe Volpi di Misurata seguirono nel ruolo di presidente i conti Revedin, Cicogna, Marcello, Foscari. Il meglio della riva destra e sinistra del Canal Grande. Poi arrivarono Ottavio Croze, animatore dalla fondazione, l’avvocato Mario Valeri Manera e imprenditori come Enrico Chiari, Arturo Bastianello, Italo Abba fino a Stefano Biondi. Il Circolo diventa in quegli anni una piccola Mecca di attività sportiva e un’enclave di mondanità: cucina e bar sono gestiti dai professionisti della Ciga che garantiscono ottimi Martini e cocktail esotici. La Mostra d’Arte cinematografica (del 1932, la più antica del mondo) porta al Lido attori di fama; la Biennale d’Arte richiama (dal 1895) intellettuali d’ogni tipo. I signori arrivavano al Golf in taxi o in auto. Qualcuno atterrava all’aeroporto Nicelli del Lido, ma fino agli anni Sessanta i soci senza mezzi potevano arrivare agli Alberoni soltanto col vaporetto “Torino”, poche corse al giorno, posti di prima e seconda classe. Se lo si perdeva, si pagava a un meccanico un passaggio su una vecchia Jeep che dall’approdo del Lido avrebbe portato soltanto fino a Malamocco. L’ultimo chilometro il golfista ritardatario doveva farselo a piedi, da aggiungere a quelli del percorso.

Donne e mondanità

L’apertura di stagione era annunciata dalla comparsa dei bassotti, cani salottieri prediletti dalle dame. Non c’è mondanità, si sa, se non ci sono donne e in campo scendevano belle e disinibite proette ma tutte con gonna, anche lunga, alcune con un elegante foulard al collo. La gonna soffocava lo swing ma i pantaloni erano ancora disdicevoli per una signora pur sportiva. La donna borghese di famiglia facoltosa, secondo il costume mediterraneo, era bene diffidasse dello sport e si attenesse al cinico motto goldoniano “Che la piasa, che la tasa e che la staga in casa”,diffuso in altre versioni e con altri dialetti in tutte le regioni del Regno. Ruppe per prima gli indugi al Golf Club Milano, alla fine degli anni Cinquanta, una certa signora Fanfani, donna di carattere, che s’infilò un paio di pantaloni e non sbagliò più un approccio. Dette il via a una piccola rivoluzione di costume.

I caddie delle isole, maschi e femmine

Erano più di cinquanta i ragazzi, maschi e femmine, che si contendevano i clienti, soprattutto turisti, i più generosi, o gli ufficiali della Setaf di Vicenza che atterravano con l’elicottero in campo pratica, alla Buvette offrivano Coca Cola con una fetta di limone e alla 18 qualche pallina nuova. Il Caddie Master in carica, Stefano Tumiotto, ricorda i tempi in cui i ragazzi portavano anche due sacche per volta, compiendo più di un giro in giornata. Ogni giro, sette chilometri; a volte per due compensi e due mance. Ricevette in dono un putter d’ottone dal conte di Valmarana per averlo aiutato nella conquista di un Leon d’Oro. Giorgio Gorin cominciò il mestiere a tredici anni. Finita la Guerra, i ragazzini di San Pietro in Volta, Pellestrina, Malamocco, addirittura della lontana Chioggia, facevano a gara per diventare portasacca. Non era concepibile che un vero player girasse con la sacca in spalla. Aspettavano sul ponte d’ingresso la chiamata del capo, divisi in due categorie, prima e seconda, esperti e principianti, trecento lire a giro, una percentuale era dovuta al Master. Su un’evocativa tabella lignea degli anni Cinquanta compare l’ordine di servizio. A sinistra, i migliori di prima categoria: Valdino, Bepi Vecia, Coki eccetera. A destra quelli di seconda: Sante, Brunero, Rabiato, Cita eccetera. Un’onesta competizione favoriva la crescita sportiva e umana di quei futuri golfisti: perdere nel rough la palla del proprio player (e quindi propria) era un’onta. Etichetta rigorosa e silenzio. Tutti avevano in tasca un alza-pitch rudimentale (un tappo di sughero con infissi due chiodi) e ammiravano con deferenza i pro Scarso e Trentin, poi Girardi e Pavan.

Pochi i ferri e i legni, come si usava: un wood driverodriving iron(ferro 2). Poi c’era il brassie(legno 2) e lo spoon(legno 3). Indispensabili, a seguire, il mashie iron(ferro 4), il pitching niblick(ferro 8), un niblick(ferro 7 o 9), il chipperche serviva anche da putter.

Molto duri i rimproveri del Master, come quello seguito alle lamentele di una socia, crudele Bloody Mary, che accusava due caddie di averle rovinato il secondo al green con un imperdonabile colpo di tosse. Poi li aveva visti simulare degli swing proprio con i suoi ferri, di nascosto, sotto i bastioni della 9… I migliori arrivavano in vetta, diventavano soci e bravi giocatori come Gorin, che un giorno viene convocato sul tee della 1 dal presidente della Commissione sportiva Stefano Parpajola per accettare la sfida di due americani di passaggio. Uno era alto e forte, hcp 7, iscritto all’Acquasanta. Si presentò: “Monsignor Marcinkus, dello Ior”.

Hitler e le tagliatelle

A metà giugno del 1934 il Circolo ospita la coda dell’incontro Hitler-Mussolini. La location viene scelta perché garantisce sicurezza e convivialità, un pranzo di gala organizzato dallo staff della Ciga, commensali scelti tra la nobiltà veneziana e i soci più prestigiosi. Il giorno prima avevano parlato a piazza San Marco per “disperdere le nuvole che si stavano addensando sull’Europa” ed erano ospiti di Villa Pisani a Stra. Presidente del Circolo è il conte Revedin. Il cancelliere è al potere da un anno, veste in borghese come il suo ministro degli Esteri Von Hassel, subisce il fascino del regime italico, è venuto a vedere ma non si è azzardato a scendere fino a Roma. Il Duce è in alta uniforme della Milizia, ha accanto il sottosegretario agli Esteri Suvic in camicia nera. L’italiano è disinvolto, il tedesco non sorride, asseconda l’anomalo protocollo. Passeggiano e si isolano accanto alla storica ”vera da pozzo” (pozzo artesiano con bassorilievi) che è ancora oggi accanto alla 18. Non parlarono, è certo, dioverlappingo interlocking, termini inglesi che descrivono le diverse impugnature del putter.Il pranzo in club house, ricorda una testimonianza dello chef dipendente Ciga, prevedeva come primo “Tagliatelle tricolore”. Il piatto richiedeva per Hitler un approccio con la forchetta per lui inusuale, il Duce gli suggerì di mettersi un tovagliolo sotto il mento e lo precedette tra la finta indifferenza delle Serenissime dame. A Hitler, al caffè, capitò per sbaglio la saliera al posto della zuccheriera e qualcuno osò parlare di attentato all’ospite.

I tre Open

Nel 1955 il Circolo ospita il primo dei suoi tre Open d’Italia e lo vince l’olandese Flory Van Donck (v. sopra), che si aggiudica il suo quarto alloro italiano. Il secondo è del 1960, ultimo prima del nero decennio di sospensione. Sul podio sale il sudafricano Nome Wilkes con un finale di 285 (-3). L’Open del 1974, turbato da una nebbia autunnale che al primo giro fa ridurre a 9 le buche giocate, vede trionfare il britannico Nome Oosterhuis. Presidente federale era il grande Giovanni Albertini che concluse la premiazione sottolineando l’alta presenza di pubblico e aggiunse: «In una cornice incomparabile, abbiamo assistito a una grande gara di livello internazionale». Consegnò la Coppa Ottavio Croze.

Palmarés, pro e campioni

Il circolo si fregia di una Stella d’Argento al Merito Sportivo (1976) e di una Stella d’Oro (1985). Ha vinto, negli anni, tre campionati nazionali assoluti femminili e due maschili. Sono nella storia della comunità sportiva a vario titolo: Alberto Croze, Nicolò Quintarelli, Stefania Scarpa, Marianna Causin, Massimo Scarpa, Caterina Quintarelli, Maria Paola Casati, Caterina Parpajola, Tobia Manoni, Maurizia Croze, Enrico Trentin, Katia Trentin, Stefano Cimatti, Arturo Bastianello, Andrea Valmarana, Elena Girardi, Barbara Vianello, Silvia Napolitano, Nicola Luce.

Il pro è Gabriele Heinrich, titolare dell’attività agonistica, 28 anni, veneziano. Dal 2006 al 2010 ha fatto parte della nazionale azzurra. Coordina l’attività sportiva Gianni Leardini. Sotto i riflettori ci sono oggi Lorenza Perini,19 anni, vincitrice di un Trofeo Città di Jesolo, dell’Asolo Hill’s Golf Classic 2015 e 2017 e del Leoncino d’Oro 2017; Giacomo Dorigo, 16 anni, messosi in luce in trofei giovanili federali e interregionali; Nicolò Ballarin, 18 anni, vincitore di un MGA Junior Trophy e del Leoncino 2017. Tra i Seniores primeggiano Gianni Valdo, Mario Gonella, Angelo Casonato, Mauro Chinellato, Giorgio Gorin. La loro squadra detiene cinque titoli del Campionato triveneto di categoria.

Leoni e Leoncini

Nacque nel 1953 il “Leon d’Oro”, torneo maschile su 72 buche tra i più prestigiosi d’Italia, palestra per i migliori dilettanti del dopoguerra. Nel 1977 fu introdotta la categoria femminile impegnata su 54 buche. Ma vincevano sempre i giovanissimi: nel 1986, pertanto, si dette il via a un “Leoncino d’Oro” su 36 buche riservato agli Under 18, valido per le selezioni federali, da giocarsi il 1° maggio. Prevede anche una classifica dei club di appartenenza. Il Leoncino è anche nei carnet di Massimo Scarpa (1987) e Matteo Manassero (2006). Dal 1992 il Leone marciano ha accolto sotto le sue ali anche i Seniores (“Leon d’Oro Seniores”, maschile e femminile) che se lo contendono su 36 buche. Per 17 volte è stato vinto da un socio o una socia.

La vita al Circolo

Il Circolo è ritmato da tempi lagunari, cioè quelli indispensabili alla vita, da silenzi e attese. Poche inquietudini, lontani i motori a scoppio, si parte con impegno, la pallina farà il resto, spesso quello che vorrà. Il menu del ristoranteinvece non tradisce: ha una buona cucina veneto-mediterranea (in stagione seppie o meoche, granchietti che perdono il guscio alla muta, baccalà, bisato rosto, ovvero anguilla alla piastra) e vini del Piave. Il dehors è un piccolo palcoscenico sul quale sfilano figure come quella di Giorgio Camerino, stessa età del Club, che una volta alla settimana sfida il suo pro su 9 buche e all’una si siede a tavola con lui. Per l’alto merito gli viene concesso l’uso del cart. Gli skipper-player al ritorno dalle vacanze narrano di nuovi itinerari lungo gli approdi deserti della Dalmazia. Qualcuno progetta barche da costruirsi da inverno a inverno, da molti inverni, altri vanno alla ricerca del tempo perduto, anche in campo pratica.

Valeria Ortolani promuove tra le ladies un appuntamento settimanale su 18 buche con premi fantasiosi offerti a turno. Antonio Camali ha lanciato da due anni il Garanghèlo Tournement (“Trofeo dell’Abbuffata”), sfida del giovedì su 9 buche e in cucina, di cinquanta player e ristoratori: coppa a chi ha fatto più punti e al miglior risotto. L’aperitivo rituale è lo Spritzveneziano che ha conquistato il mondo, inventato dalle truppe austriache, dal verbo “spritzen”, cioè “miscelare”, nella circostanza vino e acqua frizzante. C’è la versione arancione, amabile, che ha fatto la fortuna di una grande marca italiana, quella amara al bitter e, per i tradizionalisti, quella di casa, classica, al Select, inventato in laguna nel 1920 e distribuito soltanto nella provincia.

Un fascino che rapisce

Questo Circolo,assicurano i soci, è uno splendido Alcatraz inespugnabile dai ridera causa delle intricate proprietà e pertinenze del terreno sul quale si trova. I rider vorrebbero inserirlo, con reciproci vantaggi, nei redditizi circuiti turistici della Riviera romagnola, del Garda o dei Colli Euganei. È impossibile abbandonarlo anche per il socio, dolcissima isola nell’isola, poiché richiama come richiama il tepore di casa in una sera d’inverno. Chi ama il golf non può sfuggire al suo fascino e alla sua cooptazione ma, in libera uscita, l’ospite può concedersi visite alla città incantata: sul campanile di San Giorgio, per contare tutte le isole della laguna; godere del panorama del centro città dalla terrazza del Fondaco dei Tedeschi; visitare il museo Pinault in Punta della Dogana; e fare passi perduti alla ricerca con Corto Maltese di percorsi dai nomi che evocano sogni: Ponte del Paradiso, Calle dell’Amor degli amici, Fondamenta dei 18 Birdies.

Ha collaborato Michela Luce

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