Da caddie a campioni

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Roma, anni Venti: i ragazzi del “Quarto Miglio”, portasacca al vicino Acquasanta, giochicchiano sui prati con barattoli come buche e fazzoletti come bandiere. Un gioco di stenti, come la vita di allora.

Ma da quella passione nascerà l’intero movimento azzurro.

Rendiamo omaggio ai piccoli grandi eroi del fairway e del campo pratica che diventarono pro e campioni, partiti da caddie e arrivati agli allori del podio o dell’alto professionismo scrivendo belle pagine d’impegno agonistico e umano. Come i “Ragazzi del Quarto Miglio”, una borgata romana accanto all’Acquasanta, il primo vero campo italiano, a un chilometro dalla buca 7. Protagoniste le vicende dei Grappasonni (Ugo, Carlo e Luciano), diventati pro con i Rendina (Mario e Nando) e i Bernardini (Luciano, Roberto e Paolo), otto parenti e amici che abitavano in quel borgo e partirono da ragazzi alla conquista del golf. Otto pro che hanno addestrato per decenni in tutta Italia dilettanti di ogni ordine e grado. Silvio Grappasonni (1962), già player nel Tour e bravo commentatore TV, e il fratello Guido, anch’egli pro, nacquero a Como negli anni nei quali il padre, Ugo, era maestro a Villa d’Este prima di approdare all’Olgiata per i successivi 25 anni di carriera. Nicola, figlio di Luciano, è pro al golf Villa Paradiso, a Cornate d’Adda. Cresciuti attorno al campo dove nel 1927 era nata anche la Federazione, i Grappasonni che hanno impugnato i ferri sono stati almeno tredici, compresi la signora Maura, moglie di Ugo, classe 1922, capostipite della dinastia, padre di Silvio, e Angelo, padre di Carlo e Luciano, che prese lezioni da Carlo a 62 anni.

Ugo scomparve nel 1999 lasciando nel mondo del golf italiano un ricordo indelebile. Quando Silvio, già campione d’Italia ad Albarella nel 1985, si piazzò egregiamente al British Open del 1992, un giornale inglese scrisse: “Grappasonni, un nome che viene dal passato”, evocando la bella figura del padre, Commendatore senza averlo chiesto, che ispirava simpatia e rispetto a tutti, da Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri del regime, che lo protesse all’inizio di carriera, alle centinaia di attori, grandi manager o umili caddie, fino agli allievi neofiti di cinquant’anni dopo. Quando incontravano un italiano in giro per il mondo, molti campioni e soprattutto l’amico Gary Player chiedevano sempre sue notizie, di quel maestro-mago nelle uscite dal bunker, vincitore di due Open d’Italia, nel 1950 e 1954, quattro campionati Omnium, due Open di Svizzera, uno del Ticino, d’Olanda, del Marocco e di Francia, membro del triumvirato Grappasonni-Angelini-Casera che si esibiva sotto gli occhi entusiasti dei pochi golfisti degli anni Cinquanta.

L’affermazione dell’Acquasanta

Il palcoscenico di queste belle vicende è il Circolo del golf di Roma, l’Acquasanta. Piccoli rilievi, marrane e pochi alberi, qualche cipresso o pino marittimo, rough alto e mangiapalline impenetrabile, sullo sfondo i resti dell’acquedotto Claudio, l’ottavo della Roma imperiale, che duemila anni fa portava acqua alla capitale dalle alte fonti dell’Aniene. A due passi c’erano l’Appia Antica e la tomba di Cecilia Metella, l’ippodromo delle Capannelle, il cupolone di San Pietro si vedeva in lontananza verso ovest. Questo paesaggio daTosca(la prima fu data proprio a Roma nel 1900) si offriva nel 1903, anno di fondazione, ai primi player delle 18 dell’unico vero campo italiano sul quale “lucean le stelle”, le prime, del nostro golf. Un altro percorso era nato nel 1889 nella villa fiorentina del principe Demidoff, promosso dalla più ristretta comunità inglese locale, ma quello che contava era lì, all’Acquasanta, sull’Appia Nuova. Gli Smith o i Robertson che frequentavano il Circolo erano dipendenti d’Ambasciata, diplomatici, operatori della vasta comunità anglosassone di fine secolo che finalmente si erano fatti un proprio campo, stanchi di giocare con colpi asfittici nelle ville dell’ospitale nobiltà romana. Anonimo l’autore del bel tracciato. I soci avevano affittato il terreno dai pascoli dei Torlonia e dei Gerini, ai margini di aree archeologiche, ma la Società sportiva dilettantistica lo avrebbe acquistato soltanto nel 1960.

Al di là della Manica, i circoli erano già migliaia, più di quanti fossero negli anni Venti i giocatori italiani. Diffuso grazie all’alta vocazione sportiva degli inglesi e al loro clima (la pioggia dà vigore a ogni tipo di green), il golf era arrivato alla fine dell’Ottocento dalla Scozia alla Gran Bretagna grazie allo sviluppo della rete ferroviaria, la migliore del mondo civile di allora, all’invenzione del tosaerba che rasava e addolciva velocemente i fairway e alla nuova ed economica pallina di guttaperca. In Italia il gioco era alle prime armi, un po’ snobistico, salubre palestra per le capacità e le esibizioni individuali, elegante “abitudine” per raggiungere armonie di spirito e di fisico. Nel 1906 il maestro era David Ray, coadiuvato poi dal bravo scozzese Robert Doig. Nella prima rustica club house, un vecchio casale, arrivarono i principi Ruspoli, i nobili di Carpegna, bravi giocatori come Malaspina, San Faustino, Varalda, in campo con giacca e cravatta a fiocco, il cane al guinzaglio, pantaloni alla zuava. Si faceva colazione con uova e bacon che divennero raffinati piatti “alla fiamma”, serviti dal maitre in tight, nella stagione della mondanità postbellica tra cineasti, qualche prelato, uomini di potere incerto o consolidato, quando l’Acquasanta fu centro sportivo-sociale e luogo di mondanità nel quale si tessevano, nella riservatezza, anche sottili relazioni politiche.

Scrive nel 1932 M.A. Brunialti nel volume Il Golf, edito da Hoepli: “Fino al 1920 i campi in Italia erano tre o quattro. Oggi sono una ventina affiliati nella Federazione. Il più numeroso è quello di Roma, con 400 soci in maggioranza italiani”. Le norme erano rigide nei riguardi dei caddie e una, poi annullata, diceva: “Il dilettante di golf deve aver raggiunto 16 anni e non aver mai portato sacche di bastoni dietro remunerazione o aver ricevuto denaro per la propria abilità come giocatore dopo il 1° gennaio 1923”. Da quell’anno, quattro prima della nascita ufficiale della Federazione, se caddie eri stato, caddie dovevi rimanere.

Racconta Isa Goldschmid (34 titoli assoluti di singolo), sorella del campione Franco Bevione (per 15 volte campione nazionale dilettanti), nella bella storia contenuta nel sito del Circolo: “Nel 1929 il presidente Conte Alfredo di Carpegna cercò di attirare la simpatia di Mussolini per il golf e lo invitò ad assistere all’esibizione dei due migliori americani del momento, Johnny Farrell e Gene Sarazen (di origine napoletana, anche lui ex caddie, per fare carriera cambiò il vero nome Eugenio Sarracino. Inventò il sand iron, ndr). Fu un insuccesso clamoroso: era maggio, faceva già caldo, l’erba era secca e il Duce scivolava, vestito da cavallerizzo, con stivali gialli. Dal “poggio di partenza” (così era stato tradotto il termine “teeing ground” dai linguisti nazionalisti. E lo swing era diventato “slancio” e i bunker “banchine”, ndr) della 10 guardò con distacco i due campioni e poco dopo il corteo delle Fiat nere si dileguò sull’Appia Nuova. Forse fu da quel giorno che Mussolini avversò il golf”. Disciplina della quale, invece, s’innamorò il genero Galeazzo Ciano anche per ragioni di lavoro che lo portavano in giro per il mondo, spesso in quello di civiltà anglosassone. Negli anni Trenta attorno a Galeazzo, al Circolo, roteavano la nobiltà romana e papalina, belle proette, attrici come Maria Denis, diva dei telefoni bianchi (Gli uomini che mascalzoni…,di Mario Camerini, 1932) e dilettanti di valore.

Segretario onorario sportivo era il col. Cyril Rocke, la stagione durava da ottobre a giugno perché d’estate i signori soci preferivano andare a Cortina o al Terminillo. Fondo perduto 1500 lire, quota annua 700. Gli ospiti non soci pagavano 1000 lire per un’intera stagione, 300 per un mese, 200 per 14 giorni, 125 per una settimana, 30 lire per un green fee. Con lo scozzese Doig, in campo pratica c’era il maestro Umberto Grelli seguito da Pietro Manca. Titolare dal 1936, Pietro Manca, classe 1914, era una leggenda dell’insegnamento. Mise i ferri in mano anche ai Bernardini, ad Alberto e Romolo Croce, Stefano Betti, Giancarlo Grappasonni e a Massimo Mannelli, quest’ultimo vincitore di un Open d’Italia nel 1980. Era il “maestro dei maestri”, ne costruiva lo stile e ne pilotava l’avvio di carriera. Si spense il 24 gennaio 2005, all’età di 91 anni.

Il talento di Ugo

Tra i caddie degli anni Trenta, zio Ugo a 12 anni giocava scratch, “pennellatore” col mashie (il ferro corto d’allora) a 16 vinse la prima gara, aveva talento naturale, in prima fila come junior, dilettante e poi “Assistente”, cioè vice-maestro. A 18 anni, nel 1940, divenne pro. Avrebbe insegnato per vent’anni a Villa d’Este, per 25 all’Olgiata e per 35 fu allenatore della Nazionale. Disputò duecento tornei in giro per il mondo, arrivò decimo a un British Open, ne disputò altri cinque e altrettante World Cup. Quel caddie del Quarto Miglio era diventato un giocatore di precisione, un giocoliere dal bunker che tirava magistralmente diritto anche con il driver. Fece l’ultimo torneo nel 1967, all’Olgiata, prima di dedicarsi soltanto all’insegnamento. Una volta sfidò Ben Hogan, texano, uno dei più forti di tutti tempi (64 tornei vinti nel tour americano), una stella degli anni Quaranta e Cinquanta, capace di fare il record del campo e poi fermarsi per tirare ancora qualche palla d’allenamento. A Wentworth, durante una World Cup, Ben fece il solito record. Tornando verso la club house, lui e Ugo incontrarono la moglie dell’americano, Valerie. Ben gli chiese di portarla a pranzo, perché lui aveva un impegno. Dopo un’ora Ugo e la signora vanno a cercarlo e lo trovano su una buca con un ferro 5 e un 6 mentre si stava allenando, al centro di un centinaio di spettatori estasiati. Il talento portò Ugo sui campi di tutto il mondo, viveva successi e gioventù con stile, il portamento da diplomatico e il sorriso da Actor’s Studio, cordialità e grande senso dell’umorismo. A Sidney per un torneo, dopo la gara s’innamorò dell’Australia e vi rimase per tre mesi; entrò nel grande giro, accettava scommesse che mettessero in palio cena e champagne, di rigore. Ne pagò pochissime.

Ragazzi in campo

I suoi nipoti Luciano e Giancarlo (detto Carlo) arrivarono sul fairway negli anni Cinquanta. Quegli otto ragazzi del Quarto Miglio si affacciavano sul percorso con decine di compagni e con spirito d’avventura anche per consolidare il bilancio familiare. La scuola era a sei chilometri, il campo tentatore era lì vicino. La carriera negli anni Cinquanta cominciava con questi compensi: caddie di Terza alle prime armi 500 lire a giro per 18 buche (300 per 9), di Seconda 600/400, di Prima 700/500. Mancia dai soci più generosi, alcuni dei quali, pochi, preferivano però girare con la sacca in spalla per grettezza o vera sportività.

I ragazzi, una cinquantina, tra i quali Claudio Villa, futuro divo della melodia, non potevano frequentare il campo pratica, tantomeno scendere in campo, pena l’umiliante “allontanamento”. Si allenavano sui prati circostanti con ferri occasionali, alcuni costruiti in proprio, con palline trovate o regalate. Ma l’impegno era totale: perdere la palla era un disonore, i ragazzi erano coinvolti nei match play e si identificavano col cliente del quale condividevano ansie e trionfi. In simbiosi col giocatore usavano sempre il plurale: “La nostra palla”, “Tiriamo per primi”, “Puntiamo là”. Carlo era il più permaloso: se il suo cliente perdeva, lui scompariva. La vita stimolava nei ragazzi ingegno e spirito di competizione, il circolo era una palestra per capire, imparare e osare. Le palline erano preziose per quei ragazzi non ricchi e i player, come tutti, erano fatti di varia umanità. Venivano segretamente puniti con un appellativo se arroganti e avari e premiati con devozione se generosi; a tutti veniva dato un soprannome romanesco, che ne rivelava pregi e difetti.

In una splendida mattinata di giugno 1954 sulla buca 16 atterra un gigantesco elicottero Sikorsky della Marina Usa della Quinta flotta, dal quale scendono un ammiraglio e tre imponenti ufficiali, attendenti al seguito con quattro enormi sacche. Venivano da Napoli e avevano prenotato tee time e quattro caddie, tra i quali c’era il promettente Luciano. Erano stati a lungo in mare per cui la sequenza dei primi colpi fu inquietante: dal tee della 1 partirono nell’ordine top, socket, slice, hook. Dopo due ore avevano fatto cinque buche e perso una ventina di palle. Belle, bianche, nuove. Tra ricerca, trasferimenti con le sacche pesanti e droppaggi, il lavoro dei caddie era diventato pesantissimo, sproporzionato rispetto al compenso. I ragazzi si guardarono negli occhi. Palla persa? La trovavano ma la “intaccavano”, cioè la mandavano a fondo nel rough col tacco, prendevano un punto di riferimento con un cespuglio e mettevano quel punto nella sacca della loro giovane e folgorante memoria. Avrebbero recuperato le palle a fine partita. Alla 9 il player di Luciano si trovò senza palline e lui gliene offrì tre (sottinteso, a pagamento) che si era messo in tasca. L’ufficiale lo guardò e disse: “Oh boy, I think I’ve already seen these balls” (“Ragazzo, credo di averle già viste”). Le rimise in gioco ma vi rimasero soltanto per una buca o due.

Tutti alla “Coppa Bunker”

Nell’atmosfera effervescente del dopoguerra, il Circolo era animato da premiazioni seguite da cene con ballo (ci fu anche un duello a bordo piscina), sui green rinnovati e bellissimi si organizzavano gare strambe come la “Coppa Bunker” (prenderne uno prestabilito prima di andare in green), la “Coppa 9 buche le più lunghe”, la “Coppa le 18 con soltanto il ferro 5”… Partivano dalla 1 attori come Ingrid Bergman, Gary Cooper, Bob Hope, Douglas Fairbanks Jr., figlio del grande divo americano del cinema muto, l’Aga Khan, i generali Clark e Patton, Silvester Stallone, monsignor Marcinkus, il duca di Windsor, i sovrani di Grecia e Spagna, gli attori stranieri impegnati a Cinecittà, tanti turisti americani che consumavano in quegli anni deliziose “vacanze romane”. Storia e tradizione ricevettero un festoso riconoscimento nel gennaio del 2003 alla celebrazione del centenario. Nel comitato d’onore, accanto al presidente d’allora Alberto Federici, c’erano il sindaco di Roma Walter Weltroni, Franco Chimenti e Gianni Rivera.

Come buca, un barattolo bucato

La bravura selezionava i migliori caddie e li spingeva a realizzare virtuosismi di ogni tipo. Il golf entrava loro nel sangue e nascevano i futuri campioni. Luciano e Carlo Grappasonni e compagni si fecero il loro campetto sul terreno circostante il percorso: tre piccoli green, tre metri di diametro, fatti con il muschio corto e vellutato dei torrentelli. La buca era un barattolo col fondo bucato nel quale veniva infilato un manico di scopa guarnito da un fazzoletto. Chi aveva un ferro 5, un privilegio, poteva affrontare colpi lunghi e, aprendolo, esibirsi in un gioco corto da veri campioni. «Nove buche soltanto col ferro 5», racconta ancora oggi Luciano, pro al Milano, «è il più proficuo degli esercizi per un bravo golfista. Protagoniste diventano le mani, la parte più duttile del corpo. Così sulla spiaggia di Santander col ferro 2 si allenava da bambino Severiano Ballesteros».

Luciano, merito e dedizione

In vista di ogni Open d’Italia, su invito della Federazione, i circoli organizzavano una gara tra caddie su 72 buche al fine di scegliere i migliori che sarebbero andati a portare la sacca dei campioni. Nel 1958 dall’Acquasanta vanno a Luvinate di Varese per l’Open di quell’anno Luciano Grappasonni (vincitore con 76 di media) e Roberto Bernardini, stella promettente. È l’anticamera del professionismo. A Luciano vengono riconosciuti merito e dedizione e il direttore Zoppi e Pietro Manca lo mandano a Bogliaco, il bel campo di 9 buche sul Garda, presidente Vittorio Folonari, dove a 19 anni, nel 1959, diventa maestro titolare. Da Bogliaco al Golf Club Villa d’Este fino al 1968, Luciano vivrà cento esperienze d’insegnamento: nel 1969 arriverà al Milano, chiamato dal mitico presidente Albertini; nel 1974 andrà al Golf Club Barlassina, su invito del consigliere Carraro; nel 1984 al Circolo di campagna Golf Club Zoate; poi al Laghetto Golf Club, alle porte di Milano; quindi, su segnalazione dell’allievo Paolo Berlusconi, al Castello Tolcinasco Golf Club fino al 2004. Da allora, fa parte dello staff del Golf Club Milano.

Carlo, il “Profeta”

Prima di completare la carriera al Milano, dove arrivò nel 1962 con la qualifica di “Profeta” per la capacità di predire il destino golfistico di ogni allievo, Carlo Grappasonni aveva insegnato all’Acquasanta, Biella e Cervinia. Aveva cominciato a 12 anni, nel 1948. Disciplina e cortesia, “mani sempre pulite”, come ordinava il Caddie Master mentre passava in rassegna all’apertura la fila dei ragazzi: non si sarebbero dovute toccare le impugnature dei ferri dei signori soci con unghie sudicie. Etichetta severa e rigore avrebbero portato i più bravi a conquiste agonistiche e a buoni guadagni, un sogno per tutti. Quando diventa “assistente”, Pietro Manca gli dà il compito di portare in campo, dopo almeno tre mesi di addestramento nel driving range, i giocatori candidati all’handicap. In sintesi di far loro l’esame, al quale sarebbe seguito un hcp 24 per i signori e un 30 per le ladies. Un allievo di Carlo giocò 26, ma alla prima gara finì il giro in 6 sopra il par, cioè di fatto come se avesse un hcp 30. Il direttore del Circolo strapazzò il giovane maestro perché alla prova non avrebbe dovuto concedergli l’hcp, richiamandolo a una visione più rigorosa delle qualità dell’allievo, oggi impraticabile. Con gli anni, il protocollo di apprendimento è cambiato; chiediamoci con franchezza, in attesa del nuovo complesso di Regole, perché tutto si sia rinnovato al ribasso.

Carlo era tra i caddie migliori e il preferito dal Re di Spagna in esilio a Roma dal 1931, Sua Maestà Juan Carlos Silverio Teresa Alfonso de Borbòn y Battenberg, che ne esaltò le doti e lo raccomandò perché diventasse assistente e poi pro. Una qualifica pari a una laurea in competenze golfistiche e sportive che gli fu concessa nel 1954, a 18 anni. Divenne maestro anche del figlio, principe Juan Carlos, salito sul trono di Spagna nel 1975 dopo la morte di Franco, cognato di Costantino di Grecia, entrambi, i giovanotti, alle prime armi sui fairway dell’Acquasanta. Con zio Ugo, Carlo li guidò in una gara a Punta Ala, scortati da quattro agenti della sicurezza, per una zingarata piena di colpi che tutti dicevano essere stati veramente regali. «Il golf?», commenta oggi ormai messosi a riposo. «È un gioco meraviglioso rovinato da quei golfisti che in campo pratica si accaniscono come forsennati a tirare ferri 5 e legni. Sbagliato. Meglio tirare ferri 8 o 9 per tre quarti d’ora, perché danno il ritmo. Memorizzato il ritmo, lo swing è uguale per tutti i bastoni. Provate… Ricordo il texano James Newton Demaret che incontrai al Dorado Beach di Portorico quando andai alla Coppa del Mondo del 1961. Aveva ormai 51 anni, tirava con i piedi affiancati, avrebbe potuto giocare su un mattone; siccome era un po’ ingrassato, questo espediente gli consentiva di ruotare facilmente. Lo swing deve essere adattato alla corporatura. Curate grip, stance davanti alla palla e ritmo: il golf è tutto lì».

Carlo portò alla vittoria nel 1972 la Nazionale femminile juniores, poi la maschile juniores al Royal Park e a Monticello. Seguì i ragazzi con altri successi in Galles e in Spagna. Ha nel palmarès le vittorie in tre Campionati assistenti, due Seniores, un Open di Sankt Moritz nel quale batté l’inglese Harry Weetman, grande giocatore di Ryder. Al Milano, prima che si ritirasse, venivano da altre provincie per prendere lezioni dal Profeta: si diceva che quell’allenatore di Nazionale fosse il migliore anche se, ripete ancora oggi, aveva imparato tutto con un singolo ferro sui prati attorno all’Acquasanta e poi si era “soltanto rimesso in palla”. In un torneo a Marsiglia si piazzò al secondo posto con un 29 sulle prime 9 e a Evian, in un Open, fece 9 birdie nelle ultime 10 per due volte. Fece meglio nella stazione termale dell’Alta Savoia che attorno al porto nel sud della Francia, ma a Marsiglia, cercate di capire, era in viaggio di nozze. (1 – Continua. Nella prossima puntata, allori e cento storie)

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