Al lavoro con Kenyon sul putt

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Ogni tanto si riaffaccia qualche vecchio acciacco, inevitabile nella vita di un atleta.

E così, subito dopo il Masters, fra il primo e il secondo giro a Hilton Head, la spalla destra ha cominciato a farmi male. Ho concluso il torneo ricorrendo agli antinfiammatori, ma poi ho deciso di fermarmi.

Mi è dispiaciuto cancellarmi dal Valero Texas Open, ma ho preferito evitare il rischio, giocandoci sopra, di aggravare la situazione e dovermi fermare più a lungo proprio ora che la stagione è entrata nel vivo.

Una settimana di riposo assoluto, con cure fisioterapiche; poi ho ripreso gli allenamenti a Londra, prima di tornare negli Stati Uniti (Wells Fargo e The Players).

Il Masters è stato un po’ il riassuntodi questa prima fase di stagione: tante buone cose, ma avrei potuto ottenere di più.

È vero però che sto registrando tanti piccoli miglioramenti. Intendiamoci: a questo livello di gioco non si può immaginare, ormai, di migliorare qualcosa, che so?, del 10%.

Piuttosto bisogna cercare magari di migliorare dell’1% in dieci cose. Che è già un bel risultato.

Per esempio, è ormai evidente che sono riuscito ad allungarmi sul drive; e sono contento anche del miglioramento nel gioco corto attorno al green e dai bunker, che ad Augusta mi ha aiutato molto.

Poi c’è l’argomento “putt”, delicatissimo.

Da metà marzo, da Bay Hill in poi, sto lavorando con Phil Kenyon che è ritenuto lo specialista migliore al mondo nel settore.

Con lui lavora già da tempo gente come McIlroy, Rose, Stenson, Oosthuizen, Fitzpatrick.

Vive vicino a Liverpool e quindi, quando sono a casa, è facile vedersi per l’allenamento.

Phil ha un approccio molto scientifico, che non lascia nulla al caso o alla semplice sensibilità, sia nell’analisi del colpo sia nella scelta del putter (adesso sono passato a un “blade” di Bettinardi col quale mi trovo molto bene).

Insieme stiamo continuando ad apportare modifiche.

Ormai esistono strumenti di rilevazione che, per il putt, sono come il Trackman per lo swing dei colpi lunghi.

Phil ne usa diversi, tra cui uno di fabbricazione italiana che si chiama “Capto” (un altro è tedesco, il “Samlab”).

Naturalmente ci siamo concentrati molto sul problema dei putt corti, quelli che più volte mi hanno un po’ frenato (nelle prime due giornate del Masters, per esempio; poi il sabato e la domenica è andata meglio).

Dopo aver analizzato strumentalmenteil mio modo di puttare, ma prima di comunicarmi i dati delle rilevazioni, Phil mi ha chiesto se avessi mai avuto la sensazione dell’“yip” su quei putt.

Ovvero se avessi avvertito qualche volta che le mie mani subivano quel famoso scattino che compromette tutto.

Onestamente gli ho risposto di no e solo a quel punto mi ha mostrato che, in effetti, anche le rilevazioni strumentali lo confermavano.

Piuttosto indicavano qualche problema proprio nello swing del putter.

Non starò qui a dettagliare la natura del problema, che è legato a variazioni quasi impercettibili.

Però è proprio su quello che stiamo lavorando.

Non si deve esagerare, per non rendere tutto troppo meccanico e perdere di vista la sensibilità, però obiettivamente è un lavoro molto interessante, che consente di individuare con precisione il problema.

Dopodiché, diciamo la verità:a tutti capita di sbagliare putt corti ma spesso è differente la reazione.

C’è chi si porta appresso quel condizionamento anche nelle buche successive e chi reagisce subito bene.

Anche su questo bisogna lavorare.

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