God save the Tiger

Silvio Grappasonni by

La stagione negli Stati Uniti, per effetto della rivoluzione del calendario, è entrata subito nel vivo. Anche troppo, in realtà. Dal 14 febbraio al 17 marzo c’è stata una sequenza ininterrotta di tornei di altissimo livello (fra cui una tappa del WGC, l’Honda Classic, l’Arnold Palmer Invitational e il The Players, considerato, si sa, il quinto Major) con una sola settimana di pausa riempita da un appuntamento minore come il Puerto Rico Open, destinato ai giocatori di seconda linea. Un affollamento eccessivo che ha spinto inevitabilmente molti campioni a disertare questo o quel torneo, pur importante, per non accumulare fatica eccessiva nella prima fase di stagione. Così, una gara di grande tradizione come l’Honda Classic si è sensibilmente impoverita e anche altri tornei importanti ne hanno sofferto. È il risultato dell’anticipo a maggio di quello che era l’ultimo Major, il PGA Championship, nell’intento di avere da aprile a luglio uno “Slam” ogni mese, lasciando più libero agosto per le finali FedEx ma anche, va detto, per non entrare in conflitto “televisivo” con altri grandi sport americani (come il baseball, che da agosto in poi entra nella fase decisiva della sua lunghissima stagione regolare, fatta di 162 giornate).

Inutile illudersi, è la TV ormai che detta i tempi e i modi. E chissà che non sia alla fine proprio la TV ad attuare, nei fatti, quell’unificazione dei due Tour principali (USA ed Europa) in un Tour mondiale su modello tennistico. A guardar bene, ci stiamo avvicinando. Discovery Channel ha comprato per un lunghissimo periodo i diritti tv in campo mondiale dei due Tour. E, da parte sua, l’European Tour si è già quasi “scansato”, davanti alla strapotenza americana, ritirandosi in pratica dalla parte centrale della stagione. Con la sola eccezione delle tre settimane di luglio che ospiteranno l’Irish, lo Scottish e il British Open, il calendario europeo si è praticamente “rifugiato” in autunno, quando l’America che conta, a FedEx conclusa, avrà chiuso i battenti. E così, Wentworth a fine settembre, Open d’Italia e di Francia (non più Rolex Series) consecutivamente in ottobre e poi gran finale fra Turchia, Sudafrica e Dubai in novembre.

Come si vede, una specie di ritirata strategica davanti allo strapotere del mercato americano. Una stagione nettamente spaccata in due nella speranza, magari, di convincere qualche americano (oltre a Patrick Reed) a venire in Europa e, anche, a riportare a casa un po’ dei campioni continentali che ormai giocano soprattutto negli Stati Uniti (a cominciare da Chicco). Anche qui, inevitabilmente, c’è lo zampino delle Tv. Quando le televisioni imporranno, come nel tennis, la creazione di tornei Master 1000 da entrambe le parti dell’Oceano, avremo il Tour mondiale.

Intanto, quanto ad appeal televisivo, che il Cielo ci conservi in salute Tiger. Non c’è niente da fare: passano gli anni ma la sua presenza in un torneo continua a fare la differenza in termini di partecipazione di pubblico e di audience tv. Ormai ci sono fior di campioni: il Dustin Johnson visto in Messico è sembrato praticamente imbattibile, da che Butch Harmon ha aggiunto alla potenza del suo drive la sensibilità nel gioco corto; Justin Thomas è sempre più convincente e ha già inanellato quattro top ten in stagione; Rory McIlroy quest’anno sembra determinato a riprendersi il posto che tecnicamente stramerita e sono convinto che farà molto bene. Ma Tiger è e resta unico, per carisma e fascino che esercita sul pubblico. Teniamocelo stretto.

 

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 299 – marzo 2019

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