Etica, non etichetta – Editoriale di agosto-settembre

Massimo De Luca by

“Mi sono auto-denunciato e fatto squalificare perché il mio Greens Book, il libretto con le annotazioni sulle pendenze dei green, era impostato su una scala di mezzo pollice a 5 yards anziché 3/8 di pollice a 5 yards, la proporzione massima consentita dalle nuove regole. Perché io non ci abbia pensato prima, non ho idea. ‘Live and learn’: sbagliando s’impara”. Questo tweet postato da Mark Wilson è davvero illuminante sull’etica (e non la semplice etichetta) che caratterizza il gioco del Golf, rendendolo diverso da quasi tutti gli altri. Da notare che Wilson, 44enne veterano del PGA Tour con cinque vittorie in carriera, fino al 2012, aveva appena passato il primo taglio al Barbasol Championship di fine luglio, dopo un anno di insuccessi. Ma non ha avuto dubbi nel denunciarsi.

Questo è il Golf. Ed anche per questo lo amiamo così tanto, annotando lo stupore di chi non lo conosce quando gli raccontiamo episodi del genere, paragonati alle scorrettezze,
alle simulazioni (di cui il calcio è re), alle smodate quanto inutili proteste contro gli arbitri. Uno sport in cui Garcia, campione sempre più in crisi di autocontrollo, continua a collezionare multe per bastonate inferte ai vari campi (ultimo episodio, due mazzate al tee box dopo un drive sbagliato al WGC St Jude Invitational). Gesti che in altri sport farebbero sorridere nel Golf sono severamente sanzionati. E, per chiudere la rassegna, ecco il caso di Graeme Mc Dowell che ha ritrovato la sua pallina nel rough della 18 durante il primo giro dell’Open Championship appena 12 secondi dopo il limite massimo di tre minuti stabilito dalle nuove regole. G-Mac non ha fatto scene: ha tirato il terzo dal tee, limitandosi poi a commentare, amaro: «Fino all’anno scorso quella pallina sarebbe stata in gioco. Quest’anno c’erano 12 secondi di troppo». Dodici secondi, un’inezia simile alla scala troppo dettagliata del Greens Book di Mark Wilson, ma che stavano per costargli il taglio. Una lezione, sia chiaro, non solo per gli “agnostici”, che continuano a ritenere il Golf un passatempo per ricchi scemi, ma anche e soprattutto per i “fedeli” che, nei confronti delle Regole, ostentano una disinvoltura che spesso sconfina nella violazione.

Naturalmente anche il Golf, fatto di uomini come tutti gli altri, annovera le sue storie maledette e, in questo numero, ne proponiamo una che mette i brividi. Racconta le vicende di Ken Green, oggi 61 enne, 11 vittorie internazionali, compagno di doppio di Mark Calcavecchia nella Ryder Cup ’89 (anche contro la formidabile coppia Ballesteros-Olazabal), vincitore del singolo contro José Maria Canizares. La sua vita è un “noir” tremendo, da un’infanzia di violenze all’inferno della droga (e ritorno), fino all’amputazione di una gamba a causa di un incidente stradale. Angeli e demoni, abissi e resurrezioni.
E, sullo sfondo, il Golf che, pur tra molte vicissitudini, è stato per lui un autentico salvavita.

La vita: il Golf è lo sport che più di ogni altro s’intreccia con la vita dei suoi campioni che non possono rinviare al “dopo” il raggiungimento di equilibri personali e sentimentali. Quasi tutti gli altri, prima dei 40 anni avviano la fase due. I golfisti no: la loro vita privata incide sulla carriera in misura profonda. Basti pensare allo sbandamento del più grande di tutti, Tiger Woods, in seguito alla fragorosa esplosione del suo matrimonio. Quell’equilibrio il nostro, grande Francesco lo persegue quasi col bilancino del farmacista, dosando e dosandosi nel ritmo ininterrotto e compresso del nuovo calendario. Azzeccarle, quelle dosi, non è semplicissimo. Ma neanche la vita lo è.

Buona lettura e buona estate.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 304 – agosto-settembre 2019

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