Eroe non per caso

Silvio Grappasonni by

Un po’ per gioco, un po’ no, provo a sottoporvi un piccolo quiz: se, per assurdo, l’Official World Golf Ranking (cioè la classifica mondiale) fosse stata istituita un anno fa, chi sarebbe il Numero 1 del mondo? Vi risparmierò la fatica: sarebbe Francesco Molinari perché da un anno in qua nessuno ha ottenuto i risultati che ha ottenuto lui. E la cosa impressionante è che sta mantenendo in questo 2019 lo stesso, straordinario livello qualitativo del 2018, anno della sua definitiva consacrazione. E aggiungiamo che se i risultati ottenuti in Ryder Cup valessero ai fini della classifica mondiale, il suo primato sarebbe ancora più netto. Il terzo posto al WGC Match Play in Texas, condito perfino da un pizzo di sfortuna, è la conferma della dimensione raggiunta in campo internazionale.

Chicco continua a fare risultati (e a vincere), ma ogni volta è come se accantonasse quanto già fatto per lavorare sull’immediato futuro e migliorare ancora. Questa è proprio una caratteristica dei campioni veri, non degli eroi per caso. Con tutto il rispetto, è l’esatto opposto di quanto accaduto in passato, ad esempio, a un Danny Willett che, trovatasi sulle spalle quasi per miracolo la Giacca Verde del Masters 2016 (regalatagli dall’inopinato naufragio di Jordan Spieth), si è praticamente perso, ritrovando un risultato di prestigio soltanto a Dubai, ultimo atto della stagione europea 2018 (per poi ripiombare in una mediocrità che sin qui lo vede passare, a fatica, circa il 50% dei tagli, senza mai arrivare in alto).

Molinari, invece, soprattutto dal punto di vista psicologico, è entrato in una dimensione diversa. Il suo swing, così compatto e semplice nella dinamica, non ha mai avuto bisogno di rivisitazioni. Ha curato, sì, qualche dettaglio che, fra l’altro, lo ha portato ad allungarsi sensibilmente; ma non ha mai dovuto modificarlo sostanzialmente. Così può concentrarsi su altri aspetti importantissimi: come il putt, naturalmente, che è migliorato tanto e la “finezza” nei colpi attorno al green che specie su certi campi (Augusta, innanzitutto) è fondamentale. Ed ecco così il “nuovo” Molinari, che è quasi sempre al vertice e, in match play, è capace di vincere 11 dei 12 incontri disputati fra Ryder e WGC. Poi bisognerebbe ricordarsi che ci sono anche gli avversari; e ritrovarsi in semifinale Kisner che, quanto a solidità tecnica e mentale è una specie di “Molinari 2”, non è certo un colpo di fortuna. Ora arriva il Masters e Francesco cercherà di migliorare quel 19° posto che è stato il suo record all’Augusta National. Lì non si è mai trovato benissimo, ma se pensiamo che anche Carnoustie, prima dell’Open 2018, gli era sempre risultato ostico… evitiamo di aggiungere altro.

 

Qualcosa, doverosamente, voglio invece aggiungere su Guido Migliozzi. Come lo vogliamo definire questo ragazzo di 22 anni che arriva sul Tour dalla Qualifying School, annusa un po’ l’aria, passa a fatica un solo taglio sui primi quattro tornei, poi va in Kenya e vince subito, chiudendo i giri del week end in 64 e 69? Per me è un “matto” vincente. Matto, in senso buono, ovviamente. Perché Guido ha poco di “monastico”, un carattere forte, tanta autostima. Tira molto forte e ha anche un pizzico di follia, che non guasta. Quanto a temperamento, mi sentirei di accostarlo a un fenomeno come Ian Poulter. Ha la stessa attitudine dell’inglese nel lottare, specie in match play o quando uno “stroke play” si riduce a un testa a testa con un avversario. Ovviamente un ragazzo così deve imparare a gestirsi; ma è partito davvero col piede giusto, in un torneo non semplice come è quello keniota. Intanto si è messo tranquillo con la carta per il 2020 grazie all’esenzione. E questo potrebbe aiutarlo a migliorare ancora.

Il nuovo Molinari è quasi sempre al vertice e, in match play, è capace di vincere 11 dei 12 incontri disputati fra Ryder e WGC. Soprattutto dal punto di vista psicologico, è entrato in una dimensione diversa.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 300 – aprile 2019

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