E sono ancora qua…

Stefano Cazzetta by

Dieci anni fa la vittoria all’Olgiata che, dal Challenge lo riportò subito al Tour maggiore: da allora, per Edoardo Molinari, trionfi, vittorie, la Ryder; ma anche problemi fisici e un faticoso recupero. Dodo si racconta, parlando di sé e anche degli altri (Manassero e suo fratello compresi)

 

La vita è fatta di flashback e i ricordi, spesso, aiutano a proiettarsi nel futuro. Sono passati dieci anni. Era l’ottobre del 2009 quando Edoardo Molinari trionfava all’Olgiata. Era la sua quinta vittoria sul Challenge Tour, la terza stagionale, dopo quelle ottenute nella sua Torino e in Kazakistan; ma soprattutto era la vittoria decisiva, perché consolidava il primato nell’Ordine di Merito e lo riportava sul Tour maggiore. Il posto giusto per un giocatore che nel 2005, primo e per ora unico italiano nella storia, era riuscito a vincere lo US Amateur e che prima di diventare professionista aveva pensato bene di appendere in bacheca una laurea in Ingegneria al Politecnico di Torino, perché nella vita non si mai.

Quella vittoria all’Olgiata rappresentò un punto di svolta. Dopo poche settimane il successo nel Dunlop Phoenix, in Giappone, battendo allo spareggio Robert Karlsson. E la settimana successiva, la conquista della vetta del mondo con il fratello Francesco: incredibile, due italiani che conquistano la World Cup a Mission Hills, superando l’Irlanda del Nord di McIlroy e McDowell, certo non una coppia qualunque. Ma siamo solo all’inizio: un secondo posto nell’Arnold Palmer Invitational e due acuti sul Tour europeo, entrambi in Scozia, al Barclays e al Johnnie Walker, avrebbero convinto il capitano Colin Montgomerie a riservargli un posto nella squadra di Ryder Cup che sarebbe scesa in campo al Celtic Manor, nella quale aveva già trovato posto Francesco. Fu un incredibile trionfo per l’Europa e per i due fratelli d’Italia osannati dal pubblico e destinatari di un inno che è passato alla storia. “There’s only two Molinaris”: impossibile dimenticare per chi era davanti alla tv e per chi ebbe la fortuna di cantarlo dal vivo.

 

Dall’Olgiata all’Olgiata, che ora diventa sede del 76° Open d’Italia. Edoardo, sono passati dieci anni. Quali ricordi riaffioreranno quando varcherà il cancello d’ingresso?

La vittoria del 2009 rappresentò il momento della maturità. Sul Tour maggiore ci ero stato, ma avevo perso la carta. Era stato necessario cambiare molte cose dal punto tecnico, operazione che non è mai facile. Ma quello era il passato. Stavo giocando bene. Era l’ultima gara e io ero in testa all’Ordine di Merito. Ero pieno di fiducia e di ottimismo. Non giocavo all’Olgiata da tempo ed erano già cominciati i lavori di ridisegno del campo. Il percorso era come sempre difficile, ma si addiceva alle mie caratteristiche e alla fine ebbi la meglio su Nicolas Colsaerts, degna chiusura di una stagione che mi aveva già dato molte soddisfazioni.

Da lì in poi, è stata un’ascesa continua. Un successo dietro l’altro, compresi un undicesimo posto (con rimpianti) al Masters 2011 e il 14° posto nel Ranking mondiale. Un entusiasmante testa a testa con tuo fratello Francesco. Poi, qualcosa si è rotto. Che cosa è successo?

Sono cominciati i problemi, a cominciare da quelli fisici. Due operazioni alla mano sinistra sono difficili da recuperare, il lavoro è lungo e faticoso. Ho commesso anche degli errori. Probabilmente ho pagato la voglia di fare in fretta e alcune scelte poco felici. Ho cercato di percorrere nuove strade, ho lavorato con tanti coach, ma alla fine, dopo la vittoria in Marocco del 2017, sono tornato alle origini, affidandomi nuovamente alle cure di Sergio Bertaina.

 

Per chi ha avuto una carriera esaltante come la sua, non deve essere stato facile gestire i momenti di declino. Ha mai avuto la tentazione di abbandonare?

Il golf è uno sport che ti mette continuamente alla prova. Gli alti e bassi sono inevitabili. E se giochi male non hai posti dove ripararti. Devi far leva solo su te stesso. Non sei in un team dove magari il mister ti mette in panchina e la squadra va avanti lo stesso, aspettando il tuo ritorno in forma. Bisogna fare i conti con questa realtà e prenderne coscienza. È ovvio che quando le cose non riescono come vorresti o come ti riusciva un tempo, i dubbi ti vengono. E lo sconforto si profila minaccioso. Ma io non mi sono mai arreso. No, non ho mai mollato.

 

Per superare le crisi non c’è niente di meglio delle vittorie. Quella in Marocco le ha ridato nuova fiducia. Oggi appare come un giocatore recuperato. Gioca bene, supera i tagli e fa risultato. Ma le manca ancora qualcosa. C’è sempre un giro che va storto e vanifica quanto di buono fatto in precedenza. Come mai?

Non credo sia un problema tecnico. Penso invece che mi manchi un po’ di consuetudine con le parti alte della classifica. È come se sentissi il peso dei tanti anni in cui non ho lottato per vincere. Ma le buone abitudini si possono riprendere e io ne ho tutta l’intenzione. Devo continuare così, cercando sempre di migliorare.

 

Condivide l’esperienza del Tour europeo con tanti altri giocatori italiani. Alcune sono vecchie conoscenze, come Lorenzo Gagli e un Andrea Pavan in grande condizione. Altri sono alle prime esperienze. Tra questi c’è un certo Guido Migliozzi che, pronti-via, ha già vinto due volte. Che idea si è fatto di lui?

Senza nulla togliere agli altri mei colleghi, credo che Guido sia il più completo. Può sembrare un po’ matto, ma in campo ha la testa ben salda sulle spalle. Sa bene quello che fa ed è capace di accendere entusiasmi. Con lui ho fatto dei giri di prova e mi ha molto impressionato: tira bene il driver, ha tutti ferri in sacca. Oggi come oggi è il più pronto per fare un’ottima carriera. Poi, l’ho già detto, il golf è imprevedibile. Ma sta a lui gestire le inevitabili fasi altalenanti di una carriera che per natura è molto lunga. Il carattere non gli manca.

 

Da un giovane in piena esplosione tecnica a un talento purissimo che il mondo ci ha invidiato e che oggi si è smarrito. Che cosa succede a Matteo Manassero?

Secondo me Matteo si trova in una situazione abbastanza difficile, ma non irrecuperabile. Il talento è indiscutibile, ma per tornare ai vecchi fasti ci vorrà ancora tempo. Oggi il livello è altissimo, la concorrenza è spietata. Non è facile fare i risultati che gli competono. Ma lui non deve arrendersi, deve fare le cose con calma. Non deve cambiare tanto per cambiare. Deve ritrovare la sua personalissima strada per giocare a golf.

 

Chi vede Matteo giocare, ha l’impressione che sia condizionato da un problema psicologico più che tecnico. Un blocco che gli fa staccare il bastone a fatica. Da che cosa può nascere questa difficoltà?

La mia convinzione è che gli aspetti mentali derivino da problemi tecnici. Ma, lo ripeto, tutto è risolvibile e Matteo ha due buone carte da giocare: il talento e il tempo a disposizione. È ancora così giovane.

 

Parliamo di suo fratello Francesco. Dopo un anno pazzesco e dopo un Masters in cui ha sfiorato la vittoria, ha rallentato il passo. Prove opache rispetto a quelle alle quali ci aveva abituato. Una delle cause può essere la scelta di centellinare le apparizioni. Insomma, ha giocato troppo poco. È d’accordo?

È sempre difficile indossare i panni degli altri. Quello che posso dire è che giocatori del livello di Francesco devono per forza giocare meno di giocatori livello normale, tra i quali mi ci metto io. Più vinci, più vai avanti nel World Ranking e più devi gestire situazioni diverse. Impegni istituzionali, sponsor, rapporti con i media. Aumentano gli impegni, ma solo quelli: il tempo a disposizione rimane lo stesso. E allora devi selezionare. Oltretutto, Francesco continua a vivere a Londra ed è impegnato su due Tour, fermamente deciso a non abbandonare quello europeo. Ma state tranquilli, Francesco non è uno sprovveduto. Ricordate a inizio anno? Tutti a dire: non gioca, non gioca… Poi va a Bay Hill e vince l’Arnold Palmer…

 

Lei si è reso protagonista della più clamorosa iniziativa messa in atto per contrastare la piaga del gioco lento. Ha rivelato pubblicamente nomi e cognomi dei giocatori nel mirino del Tour. È servito a qualcosa?

Sono soddisfatto perché finalmente si parla di uno dei più grandi problemi del gioco del golf. Sono state varate nuove regole, molto restrittive, che partiranno dalla prossima stagione. Secondo me non sono ancora sufficienti, ma la strada è giusta anche se ci vorrà del tempo.

 

Ha ricevuto più critiche o più apprezzamenti?

Tanta solidarietà da parte dei colleghi. Senza dubbio alcuno.

 

Nel frattempo, ha trovato il modo per far nascere la sua Accademy al Royal Park-I Roveri nella sua Torino. Che cosa l’ha spinta a farlo?

Il bisogno di mettere al servizio di tutti l’esperienza maturata in tanti tornei sui migliori campi del mondo e di trasmettere la mia passione. L’aspirazione è quella di aiutare ogni golfista, di qualunque livello, a migliorarsi e, nello stesso tempo, cercare e far crescere nuovi talenti. La soddisfazione più grande è vedere raddoppiata la presenza degli Under 18 nella mia Academy. Se oggi sono quasi un centinaio, significa che stiamo lavorando bene.

 

Per chiudere, torniamo al golf giocato: che cosa si aspetta da questo finale di stagione?

Detto che sarà molto intenso per numero di tornei, la mia aspettativa è una: mettere insieme una bella settimana dopo l’altra, con la speranza, che nasce dalla fiducia, di viverne una decisamente migliore. Magari bellissima.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 305 – ottobre 2019

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