Dal supermarket alla Ryder Cup

Giacomo Bianchi Albrici by

Andy Sullivan, tre volte vincitore sul Tour, si distingue per il suo atteggiamento rilassato anche nei momenti di maggior tensione e racconta:

«Sei anni fa lavoravo in un supermercato, pochi anni dopo ero nella squadra europea. Non mi lamenterei nemmeno se non passassi più un taglio»

Tra i campioni del Tour, Andy Sullivan, che tra l’altro vanta tre vittorie sul circuito e una partecipazione alla Ryder Cup, è decisamente uno tra i personaggi più popolari per simpatia e disponibilità.

E infatti, tra i suoi colleghi, è ritenuto un partner piacevolissimo con cui ritrovarsi a giocare. Lo confermano anche le parole di Paul McGinley, capitano di Ryder Cup a Gleneagles nel 2014: «Il gioco di Andy è solido, la sua attitudine in campo è pazzesca e amo il suo stato d’animo sempre perseverante».

L’intervista realizzata con lui a Monticello, in occasione dell’Invitational Audemars Piguet (di cui è testimonial), lo ha confermato in pieno: «Mi state chiedendo», ha replicato a una delle nostre domande, «perché ho sempre il sorriso quando gioco a golf?

Ragazzi io non posso che essere felice. Sei anni fa lavoravo in un supermercato, pochi anni dopo ho giocato Ryder Cup, di cosa posso lamentarmi? Non voglio di certo tornare a lavorare là, anche se mancassi tutti i tagli». E giù un sorriso a trentadue denti.

 

Com’è stato giocare la Ryder Cup e cosa ha provato nel tirare il primo tee shot?

«Ovviamente è stato pazzesco entrare nella squadra con i migliori dodici giocatori in Europa: è un obiettivo che tutti vorrebbero raggiungere nella loro carriera. Tuttavia, tirare quel primo tee shot avendo come partner Rory McIlroy, uno dei miei migliori amici, è stato ancora più speciale. Sapete, quello di cui tutti hanno paura è di non riuscire a mettere la palla sul tee (come è successo, per intenderci, a Luke Donald). Ho pensato che sarebbe stato molto imbarazzante. Quindi nel momento in cui mi sono presentato sul tee pensavo: “Per favore, pallina, non cadere dal tee… non cadere dal tee!”. Per fortuna non è successo. E in quel momento tutte le pressioni sono sparite. Tutte le mie angosce erano dovute a questa piccola cosa. Nel momento in cui l’ho “scampata” mi sono rilassato e ho giocato molto bene».

 

Com’è il rapporto con gli altri giocatori del Tour? C’è rivalità tra voi?

«No, nessuna rivalità. Anzi, penso che l’European Tour sia come un’enorme famiglia; tutti sono amici di tutti e sei sempre felice per chi vince. Vivere in un ambiente così è fantastico. Negli ultimi due anni, talvolta ho giocato anche in America, dove ho trovato un “clima” molto più individualistico. In Europa se incontri in campo pratica il vincitore della settimana prima, ti congratuli con lui; in America, semplicemente, non succede».

 

Qual è la vittoria che le è più cara?

«Sicuramente quella in Portogallo, nel 2015: vincere di nove colpi è stato incredibile e farlo davanti ai miei genitori lo è stato ancora di più. Non mi avevano mai visto vincere sul Tour. Conseguire una vittoria al fianco di mio padre, mia madre e dei miei amici è stato pazzesco. Vincere di nove colpi è stato molto gratificante, a 9 buche dalla fine già sapevo che se avessi fatto il mio gioco usando la testa, non avrei avuto problemi. Avevo nove buche davanti in cui tutto sarebbe stato nelle mie mani. Quindi: sì, decisamente il Portugal Masters».

 

Se dovesse scegliere il colpo più bello della sua carriera, quale sceglierebbe?

«Durante il play-off in Sudafrica, contro Charl Schwarzel, dal bosco ho deciso di tirare al green piuttosto che fare lay up. Dissi al mio caddie: “Un’ora fa lottavamo per il secondo posto, ora siamo qua; quindi, rischiamo e tiriamoci”. Il colpo mi è riuscito incredibilmente bene».

 

Qual è il colpo che usa nelle situazioni ad alta tensione?

«Decisamente un “Baby Fade”. Da dilettante e nei miei primi anni da professionista, tiravo la palla da destra a sinistra. Successivamente ho iniziato a seguire i consigli di un coach (Jamie Goff), che mi ha suggerito il fade, appunto. Il cambiamento mi è costato 18 mesi di lavoro, ma ne è decisamente valsa la pena. Penso che la palla in questo modo sia maggiormente controllabile. Quando invece tiri un draw, il controllo diminuisce. Quindi, ogni volta che sono sotto pressione tiro un fade».

 

Cosa succede nella sua testa, in quei momenti?

«In realtà, in quei momenti non pensi a niente, perché sei troppo concentrato sul colpo che devi tirare, se devi fare birdie o par. Quindi, sinceramente, non sento pressioni. La Ryder Cup, invece, è l’emblema della tensione: hai responsabilità anche per altri undici giocatori. Ma quando giochi per te stesso è completamente un’altra storia. La pressione, a parer mio, consiste nell’essere preoccupato di deludere i tuoi compagni di squadra; mentre quando sei solo, l’unica persona che deludi è te stesso».

 

Sembra sempre a suo agio e in grado di prendere il golf con il sorriso. Non la si vede mai arrabbiato durante un torneo o un giro. Come fa?

«Beh, dai, qualche volta mi arrabbio anche io. Ognuno di noi vuole sempre vincere e spesso non succede, quindi è normale alterarsi (nei limiti del normale). Ma ho un approccio molto sereno nei confronti del golf e della vita: sono molto contento di come vivo dentro e fuori dal campo. Ho due bellissimi figli, giro il mondo per giocare lo sport che amo e sarò sempre felice di questo, anche quando le cose sul campo vanno male».

 

Che consigli suggerisce ai giovani dilettanti? Quali sono le regole più importanti per farcela e passare tra i pro?

«Durante il loro percorso di crescita i giovani cadono nella trappola del confrontarsi troppo con quello che fanno gli altri. Vi faccio un esempio: considerate 5/6 amateur, stesso livello, stessa età. Solo perché qualcosa funziona per uno, non vuol dire che funzioni anche per gli altri. Quindi, la cosa più importante è trovare cosa funziona per te individualmente e migliorarti nel fare quello. Non pensare di cambiare tutto, sicuramente qualcosina da cambiare ci sarà, ma quando arrivi a quel livello in cui giochi regolarmente attorno al par, sai giocare a golf, non ci sono dubbi. L’unica differenza sta nel saper giocare a golf quando realmente conta. E quando conta realmente, lo sai solo tu. Come sempre, è tutta questione di testa. Quindi dico: “Diventa più bravo in quello che fai, non in quello che fanno gli altri”. Dipende tutto da te. Il golf è uno sport individuale. Una volta, Lee Westwood, mi ha confidato: “Se vuoi avere successo in qualcosa, devi trovare qualcosa che funzioni per te, invece di cercare quello che funziona per gli altri. Perché, se provi a fare quello su cui lavorano gli altri e non funziona, non puoi far altro che peggiorare”. Purtroppo si vedono ragazzini preoccupati di lavorare su qualcosa, quando in realtà sanno già giocare a golf. La differenza è nella mentalità. Bisognerebbe pensare: “Non mi interessa essere contro Rory McIlroy o Jason Day, andrò là fuori e lo batterò”. Questa è sicuramente una caratteristica di chi ce la fa».

 

Come è iniziata la sua partnership con Audemars Piguet e cosa pensa del mondo dell’alta orologeria?

«Io sono sempre stato un amante di orologi e per me è stato un sogno: ho sempre desiderato un orologio griffato AP. Così due anni fa quando mi hanno contattato, è stato incredibile diventare un loro volto e avere un loro cronografo al polso. Indossare un “gioiello” che ho sempre desiderato nella mia vita è sicuramente motivo di orgoglio».

 

Qual è il giocatore con cui preferisce giocare?

«Decisamente Rory McIlroy. Vogliamo sempre batterci anche quando giochiamo insieme; ma lo facciamo in un modo genuino, come se fosse una partitella tra amici. Per questo quando siamo selezionati come compagni di team, giochiamo bene. Oltre al fatto che sto giocando con il migliore del mondo, è anche mio amico, quindi sono così rilassato che non mi rendo neanche conto del pubblico o dell’importanza del torneo».

 

Ha mai giocato con Francesco Molinari?

«Sì, ho giocato con “Frankie” un paio di volte. In campo non parla molto, ma è una persona fantastica e il suo golf lo è ancora di più: sembra di vedere il golf in un videogioco, non sbaglia un colpo. Sempre in fairway, sempre in green: pazzesco!».

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