C’è Ulisse sul tee della 1

Giuseppe De Filippi by

Il golf raccontato

(tranquilli, non quello del reduce dalle sue 18 buche che vi blocca negli spogliatoi, impossibilitati come siete nei movimenti, e vi infligge tutto il pathos del suo giro in campo) o come sfondo a racconti, si presta a qualche analisi, fatta però andando rigorosamente a memoria e quindi appigliandosi a ciò che è rimasto in testa e non a una casistica completa. Il racconto ben fatto è prima di tutto quello di Sir Pelham Grenville Wodehouse, che prendendo tutto sul serio e considerando tutto assurdo, ovvero agendo prima del bene e del male (non al di là, ma prima), tratta il golf allo stesso modo. E ce lo restituisce nella sua realtà di gioco, ovvero di attività che è esattamente qualcosa da prendere sul serio e allo stesso tempo considerare assurda. Wodehouse ambienta nel golf storie di amore, e fa benissimo, e storie di traviamento, quelle piccole cadute in logiche alternative, o in altri mondi possibili e perciò spaventosi, che sono il succo del suo modo di costruire racconti (è chiaro che i colletti morbidi per le camicie non sono nulla di grave, ma per Jeeves comporterebbero un altro mondo possibile e quindi la vertigine, la fine). Il golf quindi serve perfettamente a Wodehouse per chiudere la lista delle eventualità e tenere tutto in ordine in un mondo unico e organizzato.

Altri scrittori si sono persi nel golf,

non avendo l’accortezza e la prudenza di Wodehouse. È successo a John Updike, innamorato del nostro sport ma, appunto, scrittore appena più complesso e quindi a rischio di essere catturato dalla labirintica rappresentazione del mondo offerta da un giro in campo o da una grande competizione golfistica. Nel cinema è emersa l’epica del golf. “E grazie!”, si direbbe. Il racconto epico era già lì squadernato, una piccola odissea quotidiana, come si scriveva su questo giornale nel primo pezzo della mia collaborazione, con una partenza (“A che ora parti?”, ci chiediamo in club house e pensiamo più al partire che all’orario) con cui si lascia un posto sicuro per sfidare l’incerto, anelando però al ritorno. Insomma, tanti Ulisse, che devono misurarsi con acque pericolose, boschi incantati, miti, inganni. E se Ulisse è il punto di partenza di tutta la nostra epica, ecco che il cinema non doveva fare altro che prendere il golf pari pari per farne una sceneggiatura. Avrete notato che nei film sul golf non servono, o servono in misura ridottissima, gli artifici legati a vicende amorose o di riscatto sociale o personale che invece condiscono inevitabilmente le epopee centrate su altri sport: d’altra parte, con una partita di calcio o con una corsa di mezzofondo, senza aggiunte non ci fai un film; ma con le ultime 18 buche di un Masters, sì.

Poi ogni tanto ci sono piccole

citazioni del golf, ma in ruolo ancillare. Si vedeva da qualche parte in Checco Zalone, col ruolo iper-banale di identificatore dei ricchi (non è vero); si vedeva, con più acume, all’inizio del delizioso film “La cena dei cretini”, perché su un campo da golf nasceva l’idea perversa delle cene con ospite da mettere in mezzo, poi ritorta contro i due ideatori. C’era in James Bond, ma come sfondo di un imbroglio che ne anticipava di ben maggiori. Sarà un retaggio di 007, ma sui giornali mondiali va ancora molto il riferimento all’imbroglio, o forse è per Donald Trump, indicato, appunto, come un grande imbroglione golfistico e, visto il ruolo, capace di far notizia anche se sposta una palla da un ciuffo d’erba fastidioso.

Le cronache sportive,

invece, recuperano l’epica, E, lo avrete notato con le vittorie di Francesco Molinari, l’Odissea pronta per l’uso ha aiutato i giornalisti anche non completamente del ramo a fare ottimi pezzi e appassionare i lettori. Ne vogliamo leggere ancora molti altri.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 301 – maggio 2019

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