Cambiare, senza paura

Redazione On Line by

di Guy Yocom

Il Ceo dell’European Tour ci parla – in prima persona – delle sue idee sul Golf, delle rivoluzioni possibili, del rapporto col Tour americano.

E intanto esclude la nascita di un Tour mondiale.

Ecco a voi, Keith Pelley a ruota libera

  • Cambia musica: quando andavo alle superiori, a Toronto, io e il mio migliore amico abbiamo messo in piedi un’attività come DJ. Abbiamo chiamato la nostra società 4D Sound e il nostro slogan era: “La musica che ti porta un’altra dimensione”. Abbiamo iniziato con i dischi, poi sono arrivate le cassette e, infine, i cd. Sono sicuro di essere stato a più ricevimenti nuziali di chiunque altro nel golf. Visto che di recente abbiamo valutato l’idea di inserire la musica negli eventi del Tour, ho ripensato a quei giorni. Se non ci impegnamo a modernizzare, resteremo ingessati nelle nostre tradizioni. Invece, come vedreste una porzione di gara – o un singolo evento esclusivo – giocato entro i confini di tre buche, delimitato dalle tribune e con l’utilizzo di diversi tee box? Cosa ne pensereste se ci fosse una sfida in cui due giocatori possono usare solo un ferro 1 e un wedge? Squadre miste, scontri per fasce d’età, più nazioni contro una singola nazione? Sono le cose verso le quali ci stiamo aprendo. Più veloce, diverso, sorprendente e teatrale: è così che il golf deve diventare. La gara stroke play su 72 buche sarà sempre il cuore di qualsiasi circuito. Ma la crescita dello sport sta richiedendo alcune variazioni interessanti. E ci stiamo pensando seriamente.

 

  • Playlist da campioni: parliamo ancora dell’idea della musica: al BMW PGA l’abbiamo riprodotta – per scelta dei giocatori – in campo pratica. Con il tempo, la musica diventerà un’abitudine e noi vogliamo essere i primi. Quale sport non contempla la musica, almeno durante gli intervalli? Noi siamo sul punto di andare oltre, con i giocatori che potranno scegliere la loro colonna sonora da riprodurre al loro arrivo sul primo tee. Si potrebbe iniziare a sentire due annunciatori: uno per una presentazione informale e accattivante, l’altro per un annuncio più tradizionale.

 

  • Fantasia sul tee: il golf professionistico dev’essere divertimento. Vogliamo che sia divertente e di tendenza, in modo che tutti lo seguano. Le nostre gare devono essere “the place to be”, un posto dove vale davvero la pena di esserci. Alla base del divertimento c’è la creatività. Dobbiamo avere una cultura del lavoro che ci porti a scatenare la nostra immaginazione senza limiti. Vogliamo idee coraggiose e le vogliamo trasformare in realtà. Vogliamo che la nostra gente profumi di positività e sappia di avere il permesso di sbagliare. Voglio che sappia che la mia prima risposta alle sue idee tenderà a essere “Sì”, piuttosto che “No” o “Forse”. Alcune idee geniali (o, perlomeno, alcuni spunti) sono già arrivate così.

 

  • Cambiamento mirato: ma ecco una promessa: non offenderemo mai il gioco, non lo denigreremo o sviliremo la sua integrità. Sappiamo dove sono i paletti del fuori limite. Un ferro 1 da 110 metri, sì; uno scherzo da pagliaccio, no. Ma io penso che il passaggio a una generazione più giovane richieda un cauto avvicinamento alla soggettività. Non solo come il golf viene giocato ma come viene presentato ai più alti livelli. Il gioco deve essere più veloce, persino più esuberante e più in sintonia con i giovani per farli davvero innamorare di questo sport meraviglioso.

 

  • Tour delle meraviglie: confesso di invidiare alcune cose al PGA Tour. La dimensione del mercato – gli americani comprendono il 60 per cento di tutti i golfisti nel mondo – è impressionante. Possono permettersi di scegliere dove andare a giocare in base al clima, e l’esenzione dalle tasse è vantaggiosa. Aggiungeteci il supporto di tutta l’America e l’interesse dei tanti network televisivi che pagano diritti molto elevati, e avrete una base solida su cui lavorare. Meno ovvio ma molto reale, è il posto che lo sport professionistico occupa nella mente degli americani. La prima cosa che fa l’americano medio quando si trasferisce è comprare un pacchetto della tv a pagamento che includa tonnellate di sport, compreso il golf. Purtroppo nel resto del mondo non funziona allo stesso modo. Però abbiamo alcuni vantaggi anche sull’European Tour, dove ogni settimana c’è un evento diverso. Giochiamo in città simbolo con culture storiche e magnifiche e diamo ai nostri giocatori l’opportunità di diventare atleti globali e di sperimentare tutto quello che il mondo ha da offrire.

 

  • Amici/nemici: rispetto molto Jay Monahan, il commissioner del PGA Tour. È addirittura più fresco nel suo ruolo di me, che sono entrato nell’European Tour nell’agosto 2015. Pertanto, non abbiamo ancora avuto molte occasioni di confronto al di fuori dalla Sala del Consiglio. Non abbiamo giocato a golf insieme, anche se i nostri handicap sono entrambi intorno al 4, ma con il mio gioco corto avrei bisogno di un paio di colpi in più a giro. Magari potremmo incontrarci e giocare a hockey (un’altra passione che abbiamo in comune) di mattina e poi a golf nel pomeriggio. Una giornata così potrebbe portarci a diventare migliori amici. O, forse, i peggiori nemici.

 

  • Cola la cola: sarebbe irrazionale per me considerare l’European Tour in diretta competizione con il PGA. In termini di risorse e risultati di bilancio, potremmo paragonarci a Pepsi contro Coca Cola. A me piace considerarci come un brand leggermente diverso, molto globale e in espansione. Come Pepsi, abbiamo successo e siamo leader in molti mercati fuori dagli USA. Siamo probabilmente meno protettivi di loro e abbiamo tutta la possibilità di esplorare, innovare e dominare.

 

  • Rory McIlroy giocherà?: molti pensano che se arrivasse un nuovo giocatore eccezionale – “alla Seve Ballesteros” è l’esempio che sento di più – in un attimo si risolverebbero una serie di sfide che stiamo affrontando. Però va detto che è un periodo molto diverso da quando giocava Seve e il golf in Europa si è molto evoluto. Penso che Rory McIlroy abbia una simile dignità. È un giocatore generazionale che trascende lo sport. Posso dire questo: in ogni contatto che ho avuto con organizzatori vari, una delle prime domande che mi hanno sempre fatto è stata: “Rory McIlroy giocherà?”. Se avete visto Rory giocare in Sudafrica all’inizio dell’anno avrete capito ciò che intendo. Quando è arrivato alla 18 dell’ultimo giro i ragazzini in tribuna hanno iniziato a intonare il suo nome. Sono esplosi da dietro le corde e l’hanno travolto come se fosse una star. Nulla poteva fermarli; erano lì per abbracciare il loro eroe. Raramente vedi questo tipo di adulazione nello golf. Qualcuno ha commentato che non si vedeva una cosa simile da quando Muhammad Ali sconfisse George Foreman in Zaire. Rory è l’unico giocatore di oggi che riesce in questo tipo di magia.

 

  • Prima golfista, poi presidente: Da canadese che vive in Inghilterra ho scelto di vedere Donald Trump da una prospettiva puramente “golf-business”. Quello che vedo è un uomo che possiede 19 proprietà golfistiche ed è in procinto di aggiungerne altre. C’è un campo a Dubai con Tiger Woods, uno in Indonesia con Ernie Els e un altro in programma a Bali. Trump ha ridato vita a Turnberry. Guardo a lui più come qualcuno che sostiene il nostro gioco e meno come presidente degli Stati Uniti.

 

  • Non solo soldi (anche se molti): per l’atleta moderno di qualsiasi sport professionistico, la componente principale sono i soldi. È un dato di fatto ed è il primo motivo per cui alcuni giocatori europei hanno scelto di andare in America. Però, una volta che i montepremi raggiungono una certa soglia, iniziano ad acquisire importanza anche altri fattori. Ci sono degli aspetti in cui l’European Tour può recuperare terreno. La forza del field impressiona tantissimo i migliori giocatori perché significa più competizione e più punti di World Ranking. La qualità del campo da golf è fondamentale. Sareste sorpresi nel sapere quanto possa influire a livello commerciale un campo tenuto male o un brutto percorso. Inoltre, la sede è vicina all’abitazione del giocatore? Infine, come sono i servizi? Hotel e ristoranti sono buoni? Ci sono attività anche per la famiglia? Il montepremi in Europa è considerevole e aumenterà, ma lavoreremo più duramente per migliorare gli altri fattori in modo che eguaglino il richiamo dei soldi.

 

  • In bermuda sulla Bermuda: in Malesia a gennaio – là è un periodo caldissimo dell’anno – Darren Clarke ci ha avvicinati con i vestiti fradici di sudore. Voleva sapere se si poteva modificare la Regola che vieta i pantaloni corti. «Stiamo morendo in campo», ha supplicato. Abbiamo cambiato subito la norma per consentire i pantaloncini nei giri di pratica e alla Pro-Am. Nessuno ha protestato. Un cambiamento che qualcuno già vedeva come la fine della civiltà ha semplicemente reso più felici i giocatori. Da parte nostra non c’è stata disperazione, ma buon senso. So che anche il PGA Championship in America permetterà ai giocatori di indossare i pantaloni corti nei giri di pratica. Quindi, forse, non è stata un’idea così sbagliata.

 

  • Collaborazione tra tutti: siamo un tour di giocatori. Ci consultiamo con uno come Henrik Stenson prima di bloccare le date per il Nordea Masters in Svezia. Quando andiamo in Irlanda o Spagna, ci assicuriamo che le fondazioni di McIlroy o Garcia siano riconosciute e indirizziamo le donazioni benefiche nella loro direzione. Ci impegniamo per mettere in mostra gli sponsor dei giocatori, per rafforzare quelle relazioni in modo che siano ricompensati al meglio. La nostra filosofia, che mette al primo posto il giocatore, è di dare il massimo per dimostrare che ognuno di loro è un bene speciale, un patrimonio.

 

  • Addio gioco lento: l’ultimo esempio di innovazione è stata l’introduzione dello “Shot Clock” al GolfSixes. È stata una grande sfida per noi. Quando abbiamo fatto partire l’orologio? Per quanto tempo? Stiamo cercando di distinguerci “martellando” sul ritmo di gioco. Abbiamo ricevuto molte multe negli anni – non sveliamo il numero – ma è un problema costante. Sappiamo tutti che i giovani amateur emulano i tour player: vogliamo dare loro qualcosa di buono a cui ispirarsi.

 

  • Senza confini: potrebbe esistere veramente un tour mondiale? Me lo sento chiedere spesso. Un circuito diverso da European, PGA e gli altri. Uno che potrebbe essere gestito congiuntamente. L’abbiamo ipotizzato e studiato, anche se in modo limitato. Concettualmente l’idea fa acqua. Per ora, sono orgoglioso di dire che l’European Tour è già un tour globale. Giochiamo in 26 Paesi di diversi continenti. Potrà succedere che in futuro venga organizzato un Tour planetario; ma sicuramente non a breve.

 

  • Potenza del marketing: quando lavoravo in televisione per The Sports Network in Canada, c’è stato un momento in cui stavamo negoziando un accordo con la Canadian Football League. Una partita tra la squadra di Hamilton (città canadese dell’Ontario meridionale) e quella della provincia di Saskatchewan aveva appena toccato uno dei tassi più bassi di audience. Ho detto: «Perché non proviamo qualcosa di diverso? Che ne dite di organizzare una partita di venerdì e chiamarla Friday Night Football?». Il capo della programmazione mi rispose: «Keith, abbiamo mandato in onda partite di venerdì per cinque anni e nulla è cambiato». Ho insistito: «Sì, ma se le diamo un nome identificativo e diciamo alla gente che è importante, forse la seguiranno». Quindi abbiamo iniziato a chiamare le trasmissioni Friday Night Football. Il primo anno l’audience è salito del 262%. È la potenza che un buon marketing può avere sul prodotto.

 

  • Effetto Ryder (I): sono nello sport da più di trent’anni e penso di aver visto tutti gli eventi più importanti: Super Bowl, Finali NBA, World Cup, anche Holyfield contro Tyson. Ma nulla ha eccitato l’imprenditore che è in me quanto la Ryder Cup 2016. Camminavamo, il mercoledì, tra volti dipinti, gente avvolta nella bandiera dell’Europa e immagini della famosa locandina americana “I want you”. Mi sono fermato e ho detto a mia moglie Joan: «Qui ci sono già 45mila persone e la gara inizierà solo tra due giorni». Ero sbalordito. E ho capito che era una cosa ancora più grande di quanto pensassi. Se c’è un vantaggio che abbiamo sul PGA Tour è che siamo Managing Partner di Ryder Cup Europe e in USA lavoriamo al fianco della PGA of America, non con il PGA Tour. La Ryder è finanziariamente importante per il nostro business complessivo. Anche se non è quello (cioè il lato economico), ciò che ho visto quel giorno.

 

  • Effetto Ryder (II): ciò che ho visto è stato, invece, devozione alla bandiera, l’unico e più puro esempio di forte identità culturale nel golf professionistico. Alla Ryder Cup ho studiato da vicino i fan. Ce ne sono di tre tipi. C’è l’irriducibile, che non si sogna nemmeno di perdersi una Ryder; c’è il modaiolo, che segue il torneo soprattutto per mettersi in mostra ed essere parte di qualcosa di storico. E poi c’è quello che segue la massa, fan che non si interessano davvero al golf ma più che altro a quella settimana. Questo è il tipo di appassionato che mi affascina di più. Come possiamo fare in modo che questa forte identità culturale possa funzionare per l’European Tour? È stato l’impulso per il GolfSixes che ho citato prima. Coppie di giocatori provenienti da 16 Paesi che si sono sfidate con una formula di gioco diversa nelle fasi prima dei quarti di finale, semifinale e finale. Tribune intorno ai green. Giocatori che visitavano la fan zone tra una partita e l’altra per interagire con i loro ammiratori. È sempre golf, ma non come lo conoscevamo prima.

 

  • Effetto Ryder (III): il tipico fan della Ryder Cup fuori da Europa e America tende a tifare per gli europei. A parità di condizioni, la gente sta dalla parte degli sfavoriti. L’America è così prosperosa e potente, un leader in diversi ambiti, che anche quando un field europeo è migliore sulla carta è considerato sfavorito. Lo ammetto, da canadese ho tifato per l’America solo una volta in una gara internazionale, quando gli USA hanno sconfitto la Russia nell’hockey alle Olimpiadi 1980. Amo i miei “cugini” del Sud, ma l’immagine della Regina è la nostra moneta.

 

• Vediamodi chiaro: posseggo undici paia di occhiali. È una debolezza che mi è sfuggita di mano. E che ora rischia di costarmi cara, come scoprirò il prossimo mese, quando dovrò comprare 11 nuove paia di lenti dopo la visita dall’oculista. Forse rinuncerò a qualcuno, ma sicuramente terrò quelli blu: mia madre 87enne ha avuto gran successo sui social media paragonandomi a Elton John quando li indosso.

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