Bastone, mazza o clava?

Giuseppe De Filippi by

Lost in translation; oppure non solo perso ma anche ritrovato, inventato, riadattato, in translation.

Perché non diremmo mai “mazza”, ma sempre diremo “bastone”. E chi parla di mazza da golf già tradisce la non frequentazione dei nostri amati percorsi e probabilmente non ha mai messo piede neanche in un campo pratica.

Mazza lo dicono in Tv, quando parlano di golf senza averne idea (senza capirne una…), nei film (mai una volta che ci sia una rappresentazione realistica del nostro sport), nei resoconti improvvisati.

Tutto giusto, teniamoci stretta la nostra parola che distingue il golfista vero: il bastone da golf, che li riunisce tutti – ferri, legni e ibridi (nell’attrezzatura golfistica si sono superate da tempo le distinzioni rigide…) – e lascia in un limbo solo il solitario, non allineato, putter.

Eppure nella traduzione c’è stata un po’ di rielaborazione. Non inventavamo niente da queste parti e, per forza, le parole del golf sono parole ricevute.

Allora, nel passaggio dall’inglese all’italiano con il bastone da golf è successo qualcosa di strano.

Sapete bene che nel Regno Unito gli attrezzi con cui colpiamo la pallina si chiamano “club” (chiaramente qualcuno, osservatore esterno di cose golfistiche, potrà facilmente incappare nell’equivoco tra club/bastone e club/circolo, travisato dalla forma associativa più frequente per stare intorno a un campo da golf).

Certo “club” vuol dire anche “bastone”, ma non proprio. A essere rigorosi, a non perdersi nella traduzione, la parola giusta era proprio “mazza”, mentre il corrispettivo pieno del bastone italiano è più uno “stick” o una “cane”, magari uno “staff” (ormai raro) o un “rod”. Mentre il club si usa per altri ambiti. Diciamolo: per cose un po’ rudi. Forse non avete mai fatto controlli approfonditi, ma la successiva accezione più diffusa del termine “club” mette un po’ in crisi la nostra traduzione e il nostro orgoglio. Perché subito siamo dalle parti del caveman, dell’uomo delle caverne, cioè dei Flintstones, il cui strumento di caccia quotidiana, il club, non è nient’altro che una clava. Ecco, i primi traduttori italiani di cose golfistiche hanno schivato la mazza, risparmiando rischiose assonanze, ma hanno sfiorato il rischio “clava” e perciò l’illuminazione, quando qualcuno propose “bastone”, fu vissuta (c’è da immaginarlo) come la liberazione da un peso.

Sì, ecco la parola. Anche perché il bastone ha qualcosa di violento e di arcaico ma è anche ingentilito da una tradizione di alte responsabilità; il bastone del comando, quello di Ercole, quello di Esculapio (che non serviva a bastonare ma a curare). E il bastone è anche quello del pastore, quindi adatto a chi si aggira per il campo cercando di radunare palline e riportarle all’ovile, oltre che quello (traslando il senso anche su persone generose con gli anziani) della vecchiaia.

Le parole, però, possono coprire, suggestionare, indicare, ma, a un certo punto cedono. E cedono di schianto. Il significato è nudo, come il re della favoletta morale. E dal mondo ancestrale torna a spuntare la clava. E la sua vittima è una povera, piccola, pallina.

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