Arrivederci, Claret – Recording Area

Francesco Molinari by

Cari amici, è arrivato un momento particolare

Il momento di tirar giù la Claret Jug dalla bacheca di casa e portarla a Portrush per rimetterla in palio. Ho avuto un anno per abituarmi all’idea ma… insomma, il distacco pesa un po’. Avrò la mia replica personale da custodire per sempre e la consolazione, non piccola, che sull’originale resterà inciso il mio nome con lo score della vittoria. Mi accingo perciò a vivere ancora una sensazione nuova: quella di presentarmi da campione in carica dell’Open Championship. La circostanza, naturalmente, aggiungerà un surplus di attenzione da parte di media e pubblico e caricherà me di qualche tensione in più, nel tentativo di fare una bella difesa del titolo. Naturalmente, col ritorno dell’Open Championship si riaffacciano anche i ricordi di quei giorni indimenticabili. Ricordo di essermi addormentato il sabato pensando che, tutto sommato, col vento annunciato e il campo così secco come era, partire da dietro con un paio di colpi di svantaggio non era una brutta posizione. Il terzo giro l’avevo chiuso in 65, senza un solo bogey: le sensazioni erano positive. E infatti…

 

Ora le previsioni annunciano bel tempo

stabile nel periodo dell’Open. Con ogni probabilità giocheremo ancora un percorso secco e duro. E naturalmente a Portrush il vento è di casa. Inutile negare (sia pure per semplice scaramanzia) che sono condizioni favorevoli per me, dato che premiano la precisione. Ma fermiamoci qui, con le dichiarazioni. La concorrenza, al solito, sarà agguerritissima: e se penso che il caddie di Koepka conosce Portrush come il salotto di casa sua, essendoci nato… Comunque, dopo una settimana di vacanza familiare in Puglia (ma senza sacca: stacco completo dopo l’US Open e il Travelers) ho lavorato duro, in campo e in palestra, in preparazione a questo che è l’ultimo Major di stagione e che precede poi la fase cruciale dei play-off della FedEx Cup in America.

 

Le indicazioni ricavate a Pebble Beach

non sono state negative. Purtroppo ho pagato molto caro, più del normale, un paio di errori. Diciamo che non sono stato fortunatissimo. Ma un 16° posto pari merito su un campo così impegnativo (con un set up onesto, però: stavolta l’USGA si è riscattata dopo le polemiche degli anni precedenti) è stato un buon risultato. Son tornato a lavorare molto sul putt con Phil Canyon, in particolare con la tecnica dell’Aim Point che aiuta a stabilire con buona approssimazione il grado di pendenza dei green (e poi ci sono tabelle che indicano esattamente di quanto variare la linea di tiro a seconda della misura rilevata). Questo lavoro servirà ad avere qualche opzione in più nel putting. Abbiamo visto che certe settimane riesco a leggere i green meglio di altre. È difficile individuare un motivo preciso. Di certo le statistiche mi dicono che mi trovo meglio sui green in bermuda che su quelli in poa. Quanto al resto del gioco, non ci sono stati interventi particolari o modifiche da apportare. Dal lunedì al mercoledì del Torneo devo prendere le misure al campo. L’ho giocato molti anni fa, ma nel frattempo ha subìto modifiche importanti.

 

Mi tengo sempre in contatto

con i colleghi italiani che, diciamolo, continuano a far miracoli. Sono stato contentissimo per la vittoria di Pavan (che sarà all’Open Championship), come prima per il successo-bis di Migliozzi al suo primo anno sul Tour. Siamo pochi, in Italia, ma ci facciamo valere. E, naturalmente, mi fa piacere vedere che mio fratello Edoardo ha ritrovato una bella continuità di risultati. Gliel’ho detto, in una delle nostre ultime telefonate. Sulla base di questa regolarità può costruire il ritorno a un livello più alto, che merita. E poi spero che, mentre leggerete queste note, qualcun altro, con un buon piazzamento nei tornei che precedono l’Open Championship, sia riuscito a strappare uno degli ultimi biglietti per Portrush.

Da “Il Mondo del Golf Today” n° 303 – luglio 2019

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