Autore: Valentina Bonelli

Mikhail Barysnikov e Joseph Brodsky si conobbero a New York nel 1974, a una cena di émigrés sovietici organizzata da Mstislav Rostropovič e Galina Višnevskaja. In quella notte di amari ricordi (e tanto whisky) nacque un’amicizia, così affettuosa che i due presero a chiamarsi, alla russa, con i vezzeggiativi Myš’ (topo) e Kot (gatto), e mai più si sarebbero persi di vista. Brodsky, che non faceva mistero di non amare il teatro, era così estasiato dai virtuosismi del ballerino fuoriclasse da dedicargli versi; Baryshnikov, che lo aveva stupito per la sua conoscenza della poesia russa, lesse per primo molti dei nuovi componimenti del venerato poeta.

Alla poesia di Brodsky declamata e ascoltata in vent’anni Baryshnikov ha voluto dedicare il suo ultimo assolo, Brodsky/Baryshnikov, che dopo il debutto nel 2015 a Riga e una tournée internazionale è arrivato in Italia: al Napoli Teatro Festival, al Maggio Musicale Fiorentino, alla Fenice di Venezia. In quest’ultima città, amata dal poeta in esilio che proprio nel cimitero lagunare di San Michele è sepolto, lo spettacolo ha attirato un pubblico in gran parte composto di russi, accorsi a ritrovare i loro artisti perduti e rimpianti. Tanti anche i cultori della lingua, della poesia, dell’arte russe – in una parola di quel topos che è la “russkaja duša”, l’anima russa.

Nell’ora e mezza di scarno spettacolo, diretto con rispetto e comprensione per la cultura di un Impero usurpatore dal regista lettone Alvis Hermanis, tutto parla della nostalgia per il paese lasciato: anche quella serra délabré da palazzo imperiale, caduto sotto i colpi della storia, intorno alla quale tutta l’azione si svolge.

Mentre la voce di Baryshnikov dal vivo e registrata e poi la voce dello stesso Brodsky in registrazioni dell’epoca declamano le poesie nel tipico verseggiare cantilenante russo, i gesti all’apparenza estemporanei dell’interprete evocano per associazione gli oggetti terreni come le folli chimere della poetica di Brodsky. Baryshnikov dice di averli tratti dall’estetica del flamenco, del butoh, del kabuki, della statuaria greca, ma si direbbero piuttosto mimetici, quasi possedessero la stessa metrica dei versi, ora lieve ora incalzante.

L’esilio americano, imposto a Brodsky, scelto da Baryshnikov, portò ad entrambi fama, denaro, finalmente libertà “per potere, col tempo, divenire occidentali”. Brodsky, ebreo askenazita, non enfatizzò mai la sua condizione di perseguitato dal regimo sovietico; né vuole tuttora parlare del suo passato in Unione Sovietica Baryshnikov, lettone d’origine. Eppure entrambi, il poeta nella nuova patria d’altra madrelingua, il ballerino sulla scena americana ancor giovane, chissà quanto avranno segretamente rimpianto il loro paese, tanto da chiedersi, in una notte di confidenze: “come abbiamo potuto andarcene e lasciare alle spalle tutta quella bellezza?”

Immagini Ph. Janis Deinats

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