Autore: Special Guest

Il baritono parmigiano Luca Salsi è il primo dei nostri special guest e propone, per noi in esclusiva, una sua riflessione sulla vocalità verdiana in occasione del suo debutto, come Rigoletto, all’Opera Nazionale Olandese (repliche fino al 5 giugno).

«Per troppo tempo bistrattata, guardata con sufficienza e qualche volte direi “violentata”, la vocalità verdiana  racchiude in sé tutta l’essenza del teatro. Essere una “voce verdiana” significa innanzi tutto possedere quello che più interessava al Giuseppe Verdi: l’arte della parola scenica!

Per cantare Verdi non è necessario gridare o avere un tonnellaggio vocale impressionante! Per cantare bene questo autore la cosa più importante è sapere scavare nel personaggio, assecondare il suo volere cercando di costruire ogni emozione sulle sue note, rispettando le dinamiche e i colori! Se si analizza veramente uno spartito di Verdi si vede che esistono molte più indicazioni con PPP che con FFF. Verdi chiede e pretende il canto a mezza voce, a fior di labbro, non è mai volgare, ma sempre nobile, anche nei momenti più concitati come per esempio in “Cortigiani vil razza dannata”: il canto non è forzato o gridato, ma legato e “sulla parola”. La cosa incredibile di questo autore è che se si esegue quello che lui scrive, guardando oltre le note, il personaggio che si sta cantando nasce da solo, senza bisogno di artifici vocali o scenici.

Per esempio in Rigoletto, nel famoso monologo “Pari siamo”, Verdi chiude sulla parola “e’ follia” con tre note in pianissimo: DO RE MI, e non DO MI SOL come si è abituati a sentire. Perché fa questo? Per rispondere dobbiamo ragionare su alcune elementi; Rigoletto in quel momento è fuori dalla sua, di notte, al buio, è terrorizzato dall’idea che qualcuno possa scoprire dove vive, perché non vuole che si sappia dove tiene la figlia, l’unico raggio di sole della sua vita, l’unico vero motivo per il quale Rigoletto è ancora vivo. Secondo voi, può mettersi a gridare “è follia” con un acuto in una situazione simile?

Questa dichiarazione che lui canta sulle note DO RE MI, in piano, è una cosa che lo tormenta dentro, è un sentimento di disagio, di paura. Non capisce bene cosa gli stia succedendo e dice a se stesso: “tutto questo che mi sta succedendo è una follia!”, per poi entrare in casa, arrivare dalla figlia e finalmente essere felice. Non a caso, Verdi, comincia l’entrata di Gilda con la tonalità di DO maggiore: sole, luce, amore e felicità. Così in tutta l’opera bisogna assecondare e approfondire il suo scritto e la sua volontà, cercando di capire il perché di certe indicazioni e di certe scelte. Verdi scrive tutto: piani, forti, fortissimi, pianissimi, sforzati, legato, staccato, acuti e note gravi; non c’è bisogno di torturarlo distruggendo il suo operato e aggiungendo note ed effetti che a lui davano anche fastidio. D’altra parte, la storia ci dice che non era un cattivo compositore. Diamogli fiducia e cerchiamo di rispettare la sua arte».

Luca Salsi

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