Autore: Alessio Screm

Due indubbi capolavori d’Ottocento di due compositori legati tra loro dal filo della storia. Anche se non s’incontrarono mai, per ovvi motivi cronologici. Johannes Brahms e Ludwig Van Beethoven. Il primo figlio spirituale del secondo che dettò la via ai caratteri estetici ed etici del primo Romanticismo. Per cui è nota a tutti l’espressione ormai di moda secondo cui la prima Sinfonia di Brahms si possa ben definire come la decima di Beethoven. Due grandi nomi per una grande serata al Teatro Nuovo Giovanni da Udine, con la WDR Sinfonieorchester di Colonia diretta dal finlandese Jukka-Pekka Saraste, e il giovane pianista di talento Christopher Park, trentunenne di origini tedesco-coreane di cui molto si parla, tra le punte di diamante nel pantheon dei giovani virtuosi.

Le opere in programma: di Brahms il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in re minore, mentre di Beethoven la Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore, l’Eroica. Concerto denso quindi, tormentato e tempestoso con due macigni sinfonici, se consideriamo il lavoro brahmsiano come una Sinfonia con pianoforte obbligato. A rincarare la dose i bis, alla fine delle rispettive composizioni, con altri due compositori romantici che insieme hanno completato la rosa di ardore e passione. Chopin nel bis di Park, con un pulito e sentito Notturno op. 72 n. 1 in mi minore, e Schumann nel bis della WDR, con lo Scherzo dalla Sinfonia n. 6 di Schubert.

Serata di grandi affreschi sonori a Udine, seguiti da lunghi applausi come respiri ad ampie boccate, dopo i lunghi silenzi di riflessione e d’incanto all’ascolto attento degli ampi movimenti, caleidoscopi vibranti, che strutturano le composizioni in programma.

Viene subito da dire che il giovane pianista di talento Christopher Park ha evitato con sagacia di sciorinare interpretazioni ispirate da lezioni pianistiche storiche, come quella di Horowitz, Rubinstein, Gilels, Pollini, facendo valere invece e con sicurezza la sua di espressione, tecnicamente impeccabile e in grande sostanza aderente alla flemma accesa del direttore Saraste, particolarmente espressivo e assecondato con compiutezza da una grandiosa orchestra.  Titanici nel primo lungo tempo, caratterizzato da instabilità tematiche per forze drammatiche inusitate, processionali nel secondo, un Adagio dalle sonorità celestiali e trascendenti, come scrisse Clara Wiek a Brahms “quasi un Eleison”, e scontrosi, arditi e popolareggianti nel Rondò con i fugati dell’Allegro ma non troppo di chiusura. Park non ha mostrato incertezze nei capricci stilistici di questo concerto – un proliferare di doppie terze e seste, rapidi arpeggi, tripli trilli, decime spezzate, accordi densi, polifonie intrinseche, virtuosismo spinto – , nato all’origine come Sinfonia e declinato a Sonata per due pianoforti, prima di assumere l’organico che ora conosciamo. Senza macchia l’interplay con Saraste e l’orchestra, dagli archi fragorosi, legni di slancio e ottoni di carattere.   

Poi l’attesa Eroica, ben temprati dal colosso di Brahms, per “festeggiare il sovvenire di un grand’Uomo”, il ripudiato Bonaparte, con una tra le composizioni sinfoniche più amate del compositore sordo. Rivoluzione e idealismo, per quattro larghi movimenti mossi da cellule tematiche che aprono a tensioni, torsioni motiviche, peregrinazioni tra impasti orchestrali e scoppi timbrici che sono a pieno titolo emblemi del mito sinfonico. Tra tutti l’Allegro con brio, la Marcia funebre, la fanfara dei corni nello Scherzo e le variazioni dell’Allegro molto, nell’insieme di una esecuzione di sicuro carattere, slanciata, passionale, diretta a memoria dall’impareggiabile Jukka-Pekka Saraste pago di un’orchestra eccellente.

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