Autore: Luisa Sclocchis

“Ci sono molte registrazioni pregiate delle sonate di Beethoven da maestri del passato e di oggi. Ma se dovessi raccomandare una singola raccolta completa, suggerirei quella con le incisioni del signor Lewis.”, così riferisce di lui Anthony Tommasini sul New York Times. Paul Lewis, pianista di origine britannica, debutterà i prossimi 13, 14 e 15 dicembre interprete del Concerto per pianoforte e orchestra No. 3 di Ludwig van Beethoven con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sotto la direzione di Manfred Honeck. Lewis è oggi uno dei più apprezzati interpreti del repertorio classico. Nel 2010 è stato il primo pianista a suonare l’integrale dei concerti di Beethoven in un’unica edizione dei BBC Proms e ad inciderli, poi, con la BBC Symphony Orchestra per Harmonia Mundi. Allievo di Alfred Brendel, a seguito di un recente concerto con la Chicago Symphony è stato definito “il massimo pianista Beethoveniano della sua generazione” dallo storico critico del Chicago Tribune. Sempre per Harmonia Mundi, Lewis ha registrato l’integrale delle sonate per pianoforte di Beethoven, ricevendo il premio di ‘Record of the Year’ ai Gramophone Awards. Il suo ultimo progetto si concentra sulle sonate di Haydn, con una serie di dischi e recital nelle principali sale da concerto internazionali (incluso il Teatro della Pergola a Firenze, dove tornerà a marzo). Si esibisce regolarmente come solista con alcune delle compagini orchestrali più blasonate tra cui Berliner Philaharmoniker, Boston Symphony, Chicago Symphony, London Symphony, New York Philharmonic, Chicago Symphony, Royal Concertgebouw, Tonhalle Zurich, Leipzig Gewandhaus e Mahler Chamber Orchestra. Lo incontriamo prima dell’ormai prossimo debutto romano con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Come è avvenuto il suo incontro con la musica classica?

«Penso avesse a che fare con la biblioteca locale molto ben fornita di registrazioni. Poi, qualche anno dopo, ho iniziato ad andare a sentire i concerti della Royal Philharmonic Orchestra».

Quando e perché la scelta del pianoforte?

«Credo di non aver ancora scelto, a dire il vero!»

Quali sono oggi, a suo avviso, le caratteristiche necessarie per essere un buon pianista?

«Quelle di qualcuno capace di mettere dinanzi a tutto la musica, e utilizzare il pianoforte come modo per creare l’illusione di altri strumenti o voci. Non ritengo la musica puramente pianistica particolarmente interessante».

Come descriverebbe il rapporto con il suo strumento?

«In una parola: turbolento!».

Sarà solista in concerto a Roma con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, diretto da Manfred Honeck, dal prossimo 13 al 15 dicembre: può darci qualche anticipazione su questo debutto e sulla sua “visione” del concerto che eseguirà?

«Penso con grande impazienza a questo debutto con l’orchestra. Cerco di non immaginare come debba essere, come potrò sentire o come debba suonare un concerto prima di essere sul palco ad eseguirlo, ma il Concerto per pianoforte e orchestra No. 3 di Beethoven è uno dei più grandi e significativi tra tutti i concerti e un pezzo che ho sempre amato suonare».

Ha qualche suggerimento per i giovani pianisti che guardano a lei come un esempio per la loro carriera professionale?

«Per favore, sii onesto circa le tue attitudini e metti la musica al primo posto. È più grande ed importante di tutti noi».

Qual è, secondo il suo punto di vista, il futuro della musica classica?

«La più grande musica ha mantenuto per noi la sua importanza per secoli perché comunica “qualcosa di molto umano”. Non vedo perché questo dovrebbe cambiare. La grande sfida consiste nell’adattarsi ai tempi nei termini di come la si presenta».

Quali sono i suoi sogni per il futuro per quel che riguarda la musica e la vita?

«Buona salute e felicità, tempo per la famiglia, ed essere in grado di continuare a fare ciò che adoro».

Quali saranno i suoi prossimi impegni?

«Il prossimo anno sarà piuttosto impegnato dalla fine della serie di miei recital di Haydn/Beethoven/Brahms, e aspetto con impazienza il debutto con i Berliner Philharmoniker, il ritorno alla Tonhalle di Zurigo e quello con la Boston Symphony a Tanglewood».

Immagine Ph. Kaupo Kikkas

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