Autore: Samantha Colombo

Gli ultimi giorni dello scorso ottobre, hanno segnato un passo importante per Fondazione Giorgio Cini nell’ambito del teatro: è stato infatti presentato l’archivio del costumista e scenografo Mischa Scandella, donato dal figlio Giovanni. Questo contiene una straordinaria varietà di materiali, compresi numerosi disegni originali come schizzi e bozzetti, ma anche i progetti preparatori alle produzioni che hanno coinvolto l’artista nella realizzazione di scenografie e costumi durante la sua carriera. Inoltre, sono stati raccolti anche articoli comparsi sui quotidiani e riviste d’epoca in occasione delle messe in scena, oltre alla cronologia, realizzata proprio dalla moglie.

Dopo la presentazione, la Fondazione ha ospitato poi un convegno di studi dedicato a Giovanni Poli, figura di spicco nella riscoperta della tradizione veneta e, in particolare, della Commedia dell’arte. Da non dimenticare che, grazie ai figli di Poli, la Cini vanta l’acquisizione del suo archivio, un fondo custodito dall’Istituto per il Teatro e il Melodramma, linfa vitale al lavoro di ricerca che qui viene praticato. Lo studio del teatro non solo veneziano, ma anche nazionale, del secondo Novecento, ha così nuovi materiali fondamentali.

Nasce da queste premesse una mostra che, nel cuore dell’isola di San Giorgio, celebra entrambi gli artisti, dal titolo Due Veneziani in scena: Giovanni Poli e Mischa Scandella. Il sodalizio professionale e artistico dei due, regista e scenografo, è una pietra miliare nella storia del teatro italiano e il dovuto onore arriva dalle parole della Professoressa Maria Ida Biggi, che insegna storia dello spettacolo all’Università Ca’ Foscari e dirige l’Istituto per il Teatro e il Melodramma alla Cini, per l’occasione nelle vesti di curatrice della mostra.

Come sono state scelte le opere da presentare nella mostra?

Le opere in mostra testimoniano la collaborazione tra il regista Giovanni Poli e lo scenografo e costumista Mischa Scandella, quindi da entrambi gli archivi sono stati estrapolati gli spettacoli ai quali i due hanno lavorato insieme. I materiali presenti negli archivi relativi ai singoli titoli sono moltissimi, e chiaramente non è stato possibile esporre tutto per motivi di spazio. In ciascun caso si è quindi cercato di inserire in mostra almeno un materiale per tipologia, cercando di puntare sui pezzi più significativi. Per esempio, nel caso del Mefistofele di Boito, i disegni di Scandella per i costumi e l’attrezzeria sono moltissimi, dunque si è fatta una selezione sulla base del campione più rappresentativo. Lo stesso è avvenuto per L’amore delle tre melarance, la cui documentazione è molto ampia in entrambi gli archivi.

Le acquisizioni degli archivi Poli e Scandella danno ulteriore linfa vitale alle ricerche dell’Istituto per il Teatro e il Melodramma. Come si collocano nello studio del teatro veneziano e nazionale del Novecento?

Questi archivi sono per noi molto importanti, perché testimoniano la vitalità del teatro a Venezia nell’immediato secondo dopoguerra. Le collaborazioni tra artisti nate a partire dagli anni Quaranta si sono poi protratte nel corso degli anni successivi e hanno portato ad alcune rappresentazioni, realizzate anche al di fuori della città, che sono diventate storiche. L’acquisizione di questi due archivi riveste quindi una grande importanza per l’Istituto per il Teatro e il Melodramma e per il dialogo che questo si propone di portare avanti nel territorio su cui opera. Il lavoro di Giovanni Poli e Mischa Scandella rappresenta un grande patrimonio da preservare e valorizzare, fondamentale per il valore che ha avuto nella storia del teatro veneziano e nazionale.

Il confronto con le realtà attive sul territorio, alla base dell’attività dell’Istituto, implica un lavoro di conservazione della memoria storica come punto di partenza per una ricerca e un confronto costante tra passato e presente. La custodia della memoria del teatro, arte effimera per sua stessa natura, costituisce uno dei principi fondamentali dell’Istituto.

In merito alla mostra, quali sono i lavori più rappresentativi, secondo lei, nati dalla collaborazione Poli-Scandella, quelli che hanno in qualche modo lasciato il segno nell’universo del teatro?

Sicuramente l’Antigone degli esordi, spettacolo realizzato al Teatro La Fenice nell’ambito dell’associazione “L’Arco”: un momento significativo di sperimentazione e incontro tra giovani artisti, in cui nascono importanti collaborazioni, come quella tra Poli e Scandella, destinate a durare. L’amore delle tre melarance, in cui l’interesse di Poli per la Commedia dell’Arte trova, con la collaborazione di Scandella, un’applicazione insolita nell’opera lirica. Il Mefistofele, nel quale c’è una ripresa dei riferimenti alchemici nel mondo del teatro: un territorio che Poli e Scandella sondano e utilizzano in diverse occasioni e che diventa evidente in questo spettacolo. È interessante, inoltre, l’esperienza milanese del Teatro-Studio di Palazzo Durini, momento in cui Scandella, che era uscito dai confini veneziani per collaborare con registi quali De Bosio, Strehler, Salvini, Bragaglia, torna a lavorare con Poli all’interno di una realtà che assume una dimensione molto ampia. La parentesi del Teatro-Studio di Palazzo Durini, che Poli è chiamato a dirigere nel 1964 per un quadriennio, gli dà la possibilità di misurarsi con quella scena di respiro nazionale in cui Scandella era già inserito. In questi anni, i due producono nuovi spettacoli e riprendono storici successi; tra questi La commedia degli Zanni, cavallo di battaglia del teatro di Giovanni Poli dal 1958, anno del suo primo allestimento.

La mostra “Due veneziani in scena: Giovanni Poli e Mischa Scandella”, a cura di Maria Ida Biggi, è allestita nella Sala espositiva della Biblioteca Manica Lunga della Fondazione Cini di Venezia ed è visitabile fino al 30 novembre 2018.

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