Autore: Ospite Onore

Elisabetta centrò la palla con un colpo pieno.

Concepì un suono così corposo che la straordinaria parabola che ne seguì mi parve impossibile e naturale al tempo stesso.

Lei ferma, a fine swing.

Anzi, immobile con lo sguardo cristallizzato sul cielo.

Gli occhi verdi piantati nel blu. Seguii per qualche istante la pallina che si allontanava col suo sibilo, poi la abbandonai per guardare due fianchi di ragazza ritorti in quella spettacolare posa plastica che forse ha pure un nome.

I suoi capelli mossi dal vento sembrano di ieri.

La palla andò da qualche parte in mezzo a mille altre.

Quelle lontane, i colpi di quelli bravi.

Poi scese piano con le braccia e mi porse il ferro con ferma dolcezza: «Ora tocca a te!».

Se era riuscito così bene a lei, avrei fatto per forza altrettanto.

Avevamo diciott’anni e io con l’arroganza del mio talento naturale marciavo spedito in ogni attività.

Avevo capito che era facile; un intuito speciale mi sorreggeva e mi guidava a imitare gli altri nel meglio del loro meglio.

Mangiavo il mondo, battevo tutti in tutto, o ci andavo vicino anche senza sapere.

Elisabetta mi spiegò due cose che ascoltai con sufficienza e disattenzione, soffermandomi solo sui rotolamenti della sua erre così francese e così sfiziosa.

«Guarda la palla, anche quando non c’è più. Tieni ferma la testa. Né su né giù. Ferma. Piega le gambe così…». Sì, va bene.

Toccava a me e per essere la mia prima volta avrei semplicemente fatto una gran figura.

Avrei sparato la palla nella stratosfera. Ero innamorato pazzo e non contemplavo la possibilitá di generare alcuna delusione. Né in lei, né in me.

Feci precipitare il ferro con cattiveria in direzione suolo, spinsi amore e forza sulla pallina, quella che concentrava in sé tutta la mia reputazione.

La testa del ferro pestò in terra, sul ripugnante tappetino di plastica e io fui penetrato da una vibrazione secca, simile a un dolore, che partì dalle mani, passò per le braccia, risalì il collo e mi fece risuonare le tempie.

Disgustoso.

– «Bravo!», disse Elisabetta.

– «No, è che…».

– «Davvero», continuò, «hai tenuto ferma la testa. Non era un brutto movimento. Puoi metterlo a posto. Sei portato».

Tentai una seconda, una terza volta e ancora avanti.

Mi accanii sul secchio facendo a modo mio, senza regole né tecnica, preda della mia anarchia famelica e appassionata fino a lì così efficace.

Ma quella volta non funzionò.

Per quanto mi sforzassi, ogni palla restava nei dintorni; in giro, a prendermi in giro.

Una volta forse saltò addirittura indietro, più indietro di me.

Spelavo, sbucciavo, sopra e sotto, mai addosso, mai pieno. Mai.

Il campo pratica di Villa d’Este fu il naufragio sul nascere di una carriera golfistica e il varo di un amore meraviglioso che accompagnò due gioventù.

Elisabetta era mentalmente portata per giocare a golf, ma vinsi io che non lo ero.

La distolsi, mi opposi, le offrii dell’altro tempo, altri passatempi e altre passioni in altri modi.

Passavamo per Villa d’Este dove giocavano i suoi genitori. Mangiavamo qualcosa, buttavamo un’occhiata fugace al campo pratica.

«Ti va di riprovare?», chiedeva lei gentile e devota. «No, andiamo. Forse un’altra volta».

Comandavo il rapporto e rispondevo meccanicamente fuggendo il ricordo della mia brutta figura, ma tendendo l’orecchio invidioso ai colpi pieni dei drive nei paraggi.

Anni dopo la storia con Elisabetta finì; ci lasciammo promettendoci in silenzio niente più di ciò che ormai ci potevamo dare: affetto, eterno e sconfinato.

Continuammo, insomma, per altre strade, altre vite, ciascuno la propria.

Entrambi felici, entrambi senza golf.

Poi ho imparato a volare, con gli aeroplani.

Di campi da golf ne ho visti tanti, dall’alto. In aria le cose si capiscono. In aria non ho presunzioni né anarchie.

Ho conosciuto la perseveranza, il valore dell’esperienza e della tecnica.

Dall’alto sono tornato a pensare al golf che come il volo ama e si lascia amare. Ma non perdona. Il golf che – come il volo – dice la verità.

Davvero non so se smetterò mai di volare, ma se capiterà vorrei atterrare vicino a un campo da golf per raccontare al giovane testardo e famelico che ancora ho dentro quanto sia importante un colpo pieno, una palla che vola, diritta e lontana.

«Ora tocca a te».


Guido Meda è dal 2002 la voce ufficiale delle telecronache di motociclismo, prima sulle Reti Mediaset poi a Sky, dove riveste anche il ruolo di vicedirettore responsabile del settore Motori. Suo il racconto, sempre molto personale e coinvolgente, dell’epopea di Valentino Rossi e degli altri campioni che, sfidandosi a 300 all’ora a fil di asfalto, hanno reso popolarissimo il motociclismo. Milanese, classe 1966, ha cominciato la carriera giornalistica a 19 anni, collaborando a Il Giornale. Nel 1988 è entrato a far parte della redazione sportiva del Gruppo Fininvest, dove è rimasto fino al 2015, occupandosi soprattutto di sci e ciclismo. Per Sky ha condotto anche, insieme a Joe Bastianich e Davide Valsecchi, la rubrica motoristica “Top Gear Italia”.

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