Autore: Ospite Onore

Domani sarà. Domani, chissà però quando, il dio dollaro troverà una utilità e si sposerà davvero con l’euro.

Allora, e soltanto allora, il Pga abbraccerà davvero l’European Tour e non lo considererà più annesso, sottomesso, schiavo, lontano e, soprattutto, così povero e distante.

Il business, però, è troppo grande, così come l’organizzazione attuale è così tanto ben strutturata, che difficilmente i tempi saranno così veloci come si potrebbe sperare, a cominciare dal mondo dei media – considerato ancora, laggiù, il quinto potere – che non è davvero stuzzicato da dover sostenere costi e trasferte tanto più impegnative e dispendiose.

Così, tutti i segnali che si vedono, tutti i ponti che si alzano dal Vecchio Continente al Nuovo Mondo, dal circuito dei tornei con montepremi più alto ai tanti campioni europei che giocano sul Pga, sono radici che s’infiltrano nel tessuto di là dell’oceano, ma non sono fattori determinanti, così come non lo sono nel basket Nba. Che ha sempre più bisogno delle stelle europee, ma rimane troppo lontano come movimento da qualsiasi altra realtà cestistica.

Chi e che cosa potrebbe modificare la situazione?

Soltanto un’autentica rivoluzione, un fattore clamoroso, decisivo e irrefrenabile che spezzi l’attuale – quasi perfetto – sistema del golf professionistico a stelle e strisce. Così com’è avvenuto nel tennis.

Che viene invocato oggi come esempio di un unico circuito mondiale da campioni – europei, ma prestati al Pga Tour – come Rory McIlroy.

Pur nati tutt’e due in Gran Bretagna (e non negli Stati Uniti), pur tutti e due sport individuali (peraltro simili per tanti aspetti, tecnici e mentali), tennis e golf sono stati però molto diversi fra loro nell’evoluzione storica. E il primo si è avvantaggiato proprio per la smodata, immediata ed irrefrenabile corsa al business del secondo. Perché, mentre il campo da tennis rimane fine a se stesso, quello da golf implica investimenti finanziari e impegni enormemente superiori, dal terreno al disegno, alle risorse idriche, alle imponenti costruzioni edilizie, agli addetti, all’indotto, alla gestione.

E, una volta vinta la guerra dei campi, con l’adozione del cemento all’aperto, a sfavore dei campi tradizionali in erba e terra rossa – più spettacolari per il pubblico e comodi per gli atleti, ma tanto più bisognosi di cure e, quindi, d’impegno economico -, una volta ridisegnato il calendario per accontentare le proprie esigenze tennistiche e garantirsi la doppia stagione marzo/aprile e poi luglio/agosto, gli Stati Uniti si sono accontentati. E hanno finito per dividersi la torta prima con l’Europa e, via via, anche col resto del mondo. Pur mantenendo, a Ponte Vedra, in Florida, la testa dell’organizzazione tennistica.

Ma nel tennis c’è stata una rivoluzione che nel golf non c’è ancora stata. E, siccome le rivoluzioni partono sempre dal popolo, anche nel caso del mondo delle racchette a cambiare violentemente e improvvisamente le carte in tavola è stato il popolo, cioè i giocatori. Che, per abbattere nel 1968 l’assurda barriera fra tennisti dilettanti e professionisti, si avvalsero dell’appoggio – interessato – dei signori di Wimbledon.

Usando proprio il torneo dello Slam più famoso, la storia stessa del gioco, come leva per sbilanciare in modo decisivo lo strapotere delle prepotenti federazioni nazionali. E, subito dopo, non si accontentarono della nuova situazione economica e quindi del Grand Prix – di chiara impronta statunitense, gestito dalla Federazione Tennis mondiale – che unificava da subito tutti i circuiti varando finalmente il tennis Open.

Nel 1972, durante la prima settimana degli Us Open (allora a Forest Hills), si riunirono per creare l’Atp, l’Associazione dei tennisti professionisti, un vero e proprio sindacato che gestisse in proprio le sue gare. Un’organizzazione che tuttora costituisce una delle forze dominanti del tennis.

Libertà e denaro sono due motivazioni fondamentali, ma oggi i campioni di golf europei non sembrano averne bisogno. Né esistono realtà, come Wimbledon per il tennis, che da sole possano sovvertire il potere costituito e, come detto, i fortissimi poteri economici che lo governano in nome del dio dollaro.

Servirebbe un pretesto, un evento inatteso, un granellino di sabbia che faccia incastrare l’apparato: magari un torneo europeo che perde importanza e denari per via del nuovo calendario varato per favorire ancora una volta il circuito statunitense o, meglio, un cambio deciso di rotta del World Ranking che oggi vede tre statunitensi ai primi tre posti e apre scenari rosei per gli yankees anche per la prossima Ryder Cup. Allargando all’ambito agonistico la distanza, già finanziaria e strutturale, fra Usa ed Europa.

 

Vincenzo Martucci

Napoletano, per 34 anni alla Gazzetta dello Sport, inviato in otto Olimpiadi, dall’85, ha seguito 86 Slam e 23 finali Davis di tennis, più 2 Ryder Cup, 2 Masters, 2 British Open e 10 Open d’Italia di golf. Già telecronista per la tv svizzera Rsi, ha dato vita al sito Sport Senators che pubblica i commenti ai principali eventi sportivi delle più prestigiose firme del giornalismo.

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