Autore: Ospite Onore

Volete una definizione di “golf”? Bene, eccola: è quella cosa che fa incazzare di più dopo le cartelle di Equitalia. “Felicità a momenti”, come cantava Tonino Carotone; e tanti, troppi mesti rientri a casa con punteggi variabili dal 22 al 26. Ecco perché vi voglio raccontare uno di quei rari (anzi, per ora l’unico) momenti di felicità: quella volta che il Dio dei Carrellanti è sceso in fairway e mi ha fatto vincere una gara.

Ho sempre odiato le gare. Il mio ideale di golf consiste in 18 buche con un paio di amici dotati più o meno del mio handicap over 30: relax totale, Mulligan a volontà e una ricca dotazione di palline di scorta. In queste partitelle iper-amichevoli non c’è traccia di ansia (quell’ansia che una volta, sul tee della 1, dopo uno swing poderoso mi fece spedire la palla a circa 15 cm di distanza, e c’era pure il fotografo a immortalare la scena). I colpi hanno il diritto di essere sparati indifferentemente a destra o a sinistra, anche di 90 gradi; i legni da terra si chiamano così, appunto, perché scavano buche anche una spanna prima della palla; il rattone è festeggiato, perché comunque fa avanzare di decine di metri… Ah, che meraviglia! Niente a che vedere con le gare, la cerimonia della rotazione degli score e lo sguardo perplesso dell’handicap 5 che riceve il mio, i marshall occhiuti, la flappona che regala l’ennesima “X”, l’incubo delle Regole, i compagni di gioco che ti cazziano perché hai droppato male e quelli dietro che aspettano e premono mentre tu cerchi la pallina a mani nude tra i rovi, così che – quando finalmente puoi tirare – la maledetta fretta te la fa mandare nel laghetto che neppure avevi visto.

Quella volta, però… Campo pratica, maestro e partitelle a qualcosa sono serviti. Parto bene: doppio bogey, par e doppio bogey, che sul mio personalissimo tabellino valgono già 8 punti. Ehi, non mi faccio illusioni. Con un fatalismo degno degli stoici greci mi aspetto da un istante all’altro il fatale down e il conseguente nervosismo che mi farà miseramente sbagliare le restanti 15 buche. Però non accade. Vado avanti tranquillo: due colpi sopra, un colpo sopra, ancora un par… Finisco le prime nove con lo score “pulito”, pieno di 3, di 4, di 5 e di 6. A questo punto smetto di contare i punti, per ovvia scaramanzia. Durante le seconde, il down arriva: palla in bosco, palla in acqua, qualche penalità. Ma inspiegabilmente non do di matto, non impreco, non lancio i bastoni in aria. Il Dio di cui sopra mi deve aver propinato un sedativo. E ogni volta, dopo un potenziale disastro, mi riprendo. Imbucato l’ultimo colpo, controllo il cartellino. Sì, ci sono un paio di «x» (ci mancherebbe altro), ma il totale sembra fare 39. Beh, mica male per uno che non aveva mai superato la soglia del 30.

In club house si consegnano gli score e si va per un Nove Buche (“Alcolico, grazie”). Con esibita nonchalanche vado a verificare a video: il mio nome compare in testa alla Terza Categoria, il numero è proprio quello, 39. Non avevo contato male. Vabbè, devono arrivare ancora una valanga di assatanati, peraltro soci del circolo in cui io non ero mai stato: vuoi che non ci sia qualche bastardo che conosce il campo e che magari totalizza 40 o 41? Torno al bar. Intendiamoci: a me andrebbe anche bene così. Ho sempre predicato, tra gli infedeli, che il golf è l’unico sport (sì, è uno sport!) in cui anche chi è un po’ in là con gli anni (io ne ho 59) può continuamente e seriamente migliorare. «Trovatemene un altro!», dico spesso agli amici runner, ai ciclisti, ai calciatori che ormai giocano da fermi. E in effetti oggi il mio punteggio «stellare» è lì a dimostrarlo. Si può migliorare. “Si-può-fare!”, come diceva Gene Wilder-dottor Frankenstin.

Insomma, per farla breve. Alla fine nessuno ha fatto meglio; e ho vinto. Beh, “vittoria” è una parola grossa, considerato anche che il trofeo è una ciotolina per tenerci le caramelle (l’ho portata comunque a casa, sennò i miei non ci credevano). Ma quel giorno sono stato felice e ho visto nel mio futuro un’infinita serie di successi (di ciotoline, intendo)

Ancora una cosa. Vi voglio rivelare il mio segreto, e parlo seriamente. Giusto prima di questa gara ho cambiato il mio grip con il putter. Avevo guardato in tv Sergio Garcia al Masters. Si vedeva quanto era impacciato sul green. Nella nuvoletta sulla sua testa si leggeva: “Chissà se la metterò dentro?”. E ne ha messe dentro tante, tantissime. Con quell’impugnatura lievemente leziosa che chiamano pencil grip: come tenere in mano una di quelle biro a sei colori che andavano di moda anni fa, grosse come una salsiccia. Ecco, un po’ per scherzo e un po’ no, ho adottato il pencil grip. E invece di sbordare di qua o di là, i miei putt andavano dritti come fusi al centro della buca. Almeno stavolta. Per le prossime gare non garantisco nulla.

 

 

Umberto Brindani: Laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1985, Umberto Brindani ha iniziato la sua carriera al mensile Espansione, passando successivamente al quotidiano finanziario Italia Oggi. Nel 1986 è approdato a Panorama, dove è stato il principale collaboratore del direttore Carlo Rossella, rivestendo la carica di condirettore. Nel 2004 è passato al Gruppo Editoriale Hachette-Rusconi dove ha assunto la direzione di Gente. Nel 2005 è tornato alla Mondadori, dirigendo per un anno il settimanale Chi affiancato dal vicedirettore Alfonso Signorini. Il 16 ottobre 2006 è passato alla direzione di TV Sorrisi e Canzoni, sostituendo Massimo Donelli (passato alla direzione di Canale 5). Dal 19 giugno 2008 lascia la direzione di TV Sorrisi e Canzoni (al suo posto subentra Alfonso Signorini) e la Mondadori per approdare alla RCS, dove diventa condirettore di Oggi e direttore di «Tv Oggi». Nel febbraio 2010 è anche direttore del settimanale. Dal giugno 2015 è Direttore responsabile del nuovo settimanale “Reazione a catena”.

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