Autore: Emiliano Michelon

“Passatempi musicali” era il titolo di una famosa collana di canzoni napoletane pubblicata fino al 1847 da Guglielmo e Teodoro Cottrau. È l’inizio dell’epopea editoriale della canzone napoletana: da una canzone popolare a trasmissione orale nasce un sistema di produzione professionale, il cui apice coincide con la Belle Époque. A quel periodo risalgono canzoni che oggi fanno parte del patrimonio culturale nazionale: pensiamo a Funiculì funiculà, ‘O sole mio, Era de maggio e tante altre.

Data la cornice temporale, in tutta Milano non poteva esserci luogo più affascinante della Palazzina Liberty – oggi intitolata a Dario Fo e Franca Rame – per presentare uno spettacolo che riprende il titolo di quella famosa pubblicazione, ripercorrendo gli ormai due secoli della canzone napoletana “scritta”. Artefici del progetto l’Orchestra Milano Classica e il duo Marco Beasley e Antonello Paliotti.

Fondatore di Accordone con Guido Morini e Stefano Rocco, da qualche anno Beasley si è distaccato dall’ensemble per dedicarsi ad una ricerca che vada oltre i confini della musica secentesca e settecentesca sulla quale si era specializzato. Così, dopo aver esplorato tutta la tradizione napoletana più antica (tra i tanti titoli consigliamo il bellissimo Fra’ diavolo: la musica nelle strade del Regno di Napoli, per Arcana del 2010) ha trovato il compagno ideale per un viaggio nel Novecento partenopeo in Antonello Paliotti, compositore, chitarrista e collaboratore di lunga data di Roberto De Simone. Avventura suggellata nel 2017 con il disco autoprodotto dall’evocativo titolo Catarì, maggio, l’ammore.

Da questo disco si dipana il concerto di domenica 25 novembre, intrecciato con i tre movimenti posti all’inizio, a metà e alla fine del programma di una composizione originale di Paliotti. Sarà per via della curiosa disposizione, sarà per la scelta di omaggiare nel titolo la collana dei Cottrau, ma ci sembra che il lavoro di Paliotti racchiuda in sé il senso ultimo della serata: un racconto di Napoli e dei napoletani attraverso la musica. Nei Passatempi musicali di Paliotti convergono duecento e forse più anni di storia partenopea convertiti in musica per voce, chitarra e orchestra. Citazioni di canti tradizionali si snodano su ritmi di tarantella, come una sorta di Fantasia – genere molto in voga nella Belle Époque – e accompagnano gli interventi vocali di Beasley su testi che raccontano la storia della napoletanità: il trattato sulla lingua dell’Abate Galiani, gli studi sulla Repubblica Napoletana di Maria Antonietta Macciocchi e i versi del poeta dialettale secentesco Sgruttendio. È interessante notare che dei tre, né il Galiani, né la Macciocchi erano originari di Napoli; dello Sgruttendio, nom de plume di chissà quale intellettuale dell’epoca, non si hanno notizie. Eppure da tutti e tre traspare quell’orgoglio partenopeo, che nei suoi pregi e nei suoi difetti ha pochi eguali nel mondo.

Emblematica in questo senso è proprio la prima delle canzoni “storiche” che il duo Bisley-Paliotti esegue: Dduje paravise, scritta da E. A. Mario e Ciro Parente nel 1928, racconta di due posteggiatori che si esibiscono al cospetto dei santi e degli angeli, dai quali vengono apprezzati al punto da non voler più essere lasciati andare via. Ma per i due il paradiso vero sono Posillipo, Sorrento, Marechiaro, di cui provano una profonda nostalgia: è una composizione simbolo dell’autoreferenzialità napoletana – la bellezza di Napoli e della donna amata sono i due argomenti principe dello smisurato catalogo – che si tramanda e si perpetua di canzone in canzone attraverso la loro particolare interpretazione. Nello stile napoletano, infatti, convergono una serie di sentimenti e di sensazioni che probabilmente non si possono apprendere al conservatorio: derivano dall’inflessione, dall’accento, dalla capacità unica e personalissima del cantante di sottolineare il non detto, di far emergere il sentimento sopra la tecnica, al punto che il primo tracima nella seconda in maniera del tutto peculiare. È una capacità che ogni cantante napoletano conosce: Roberto Murolo in questo era maestro, così come tanti altri interpreti diversissimi per estrazione vocale, tra i quali troviamo, pur con la sua formazione nel recitar cantando e nella polifonia sacra e profana, anche Marco Beasley.

L’esempio lampante è ‘O surdato ‘nnamurato: rifuggendo la facile tentazione di voler incitare il pubblico nel celeberrimo ritornello, Beasley la interpreta come fosse la lettera d’amore di un soldato al fronte della prima guerra mondiale (cosa che effettivamente è, tanto che nel Ventennio fu censurata perché considerata disfattista). È un’interpretazione lacerante, la voce rotta dalla disperazione di chi sa che difficilmente ritornerà a casa. In altre canzoni Beasley si cala nei panni del protagonista come un attore più che un cantante: in una delle più note “macchiette” di tutto il repertorio – M’aggia curà (1940) di Cioffi e Pisano – la sua essenza partenopea si sublima nella capacità attraverso voce, espressioni facciali e smorfie di coinvolgere il pubblico nel canto, come un consumato interprete da caffè concerto.

Anche i giovani orchestrali di Milano Classica, che in questi momenti diventano semplici spettatori, mostrano di divertirsi e apprezzare l’estrosità di Beasley e la chitarra di Paliotti. Dagli sguardi che si scambiano con quest’ultimo mentre si esibiscono si intuisce il prezioso affiatamento creatosi in pochi giorni di prove e che ha contributo all’ottima riuscita dello spettacolo.

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