Autore: Leo Izzo

Cosa significa improvvisazione e qual è il rapporto, nei fatti musicali, tra invenzione estemporanea e fissazione di un testo in una forma definitiva?

Queste domande non perdono la loro attualità ancora oggi, a cento anni di distanza dal primo disco di jazz. Il concerto con cui si è chiusa la ventisettesima edizione del festival AngelicA (il 31 maggio) ha offerto un’importante occasione per riflettere su questo tema. Sul palco del Teatro Auditorium Manzoni di Bologna non vi era un organico jazz, ma l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretta da Tonino Battista. Il programma era diviso in due parti: la prima dedicata a Sylvano Bussotti, la seconda incentrata su Roscoe Mitchell. L’accostamento risulta molto coraggioso, ma niente affatto incoerente: Bussotti ha avuto un ruolo di primo piano nella scena della musica d’avanguardia negli anni sessanta e settanta, adottando delle soluzioni innovative di scrittura indeterminata. Mitchell è un sassofonista di punta del free-jazz, membro dell’Art Ensemble of Chicago, maestro dell’improvvisazione radicale. Questa coesistenza riflette, d’altronde, uno dei principi fondanti del festival: quando ci si avvicina alla galassia della sperimentazione e dell’avanguardia musicale, l’attribuzione di generi e ambiti stilistici perde ogni efficacia.

Il modo in cui i brani di Mitchell hanno preso forma è del tutto particolare. I brani per orchestra sono stati ricavati trascrivendo e orchestrando alcune sessioni di improvvisazione, registrate nei dischi Conversations I e Conversations II (Wide Hive Records, 2014). Nei dischi, queste libere improvvisazioni scaturiscono dall’interazione del sax di Mitchell con la batteria di Kikanju Baku e il pianoforte e il sintetizzatore di Craig Taborn. Il mastodontico lavoro di trascrizione, realizzato per l’occasione da Stephen P. Harvey e John Ivers, ha permesso di tradurre i suoni fissati su CD in una partitura, che a sua volta è stata reinterpretata dall’orchestra bolognese, con colori orchestrali del tutto nuovi. La presenza di alcuni improvvisatori (Mitchell stesso, il flautista Gianni Trovalusci e il baritono Thomas Buckner) ha aggiunto un elemento ulteriore alla stratificazione di fattori che si sono sovrapposti in questo complesso progetto.

Se siamo abituati, nella musica che ancora chiamiamo jazz, a concepire la composizione come spunto e canovaccio per l’improvvisazione, in questi brani per orchestra i rapporti risultano invertiti, portando a risultati inediti e aprendo relazioni sin’ora poco esplorate tra ambiti d’azione apparentemente ben distinti: il suono registrato, l’improvvisazione, l’interpretazione. Grazie, AngelicA, per quest’opportunità. 

Foto di copertina: Roscoe Mitchell

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